Guardiani di una traballante memoria: intervista allo staff di METAL ARCHIVES

Da giovane il mio interesse per un genere musicale era misurato dalla capacità di memorizzarne ogni singolo dettaglio. Che si parlasse dei Metallica, dei Razor o dei Jersey Dogs, al tempo conoscevo le line-up di tutti i dischi, i loro anni d’uscita e le etichette che se ne erano occupate. Salvo sporadici episodi che subito andavo a ricontrollare su portali come Encyclopaedia Metallum – The Metal Archives o BNR Metal Pages, avevo fissato ogni minuzia nella mia testa. Bastò una pausa relativamente breve da tutto questo, direi di circa quattro o cinque anni, perché non mi ricordassi più un cazzo.

Capii subito che per tenere a mente quella miriade di dati su Megaforce Records, Michael Coons e Ronnie Galetti non occorreva altro che la ripetizione quotidiana. Ascoltavo un paio di dischi al giorno soffermandomi in modo maniacale su dove fossero stati registrati o su quanto l’anno di uscita denotasse un cambiamento di stile naturale o influenzato dall’aria che tirava. Smettendo di curare un aspetto tanto subdolo quanto vitale del mio hobby, persi per strada questa mia “capacità”. In un non precisato momento all’inizio degli anni Dieci, nuovamente attratto dalle mensili uscite di settore, subito mi resi conto che ogni volta che ritornavo sugli Holy Moses, o sui Sadus, c’era buona probabilità che dovessi passare per Metal Archives, perché m’erano rimasti in testa New Machine of Liechtenstein e Illusions, ma non altrettanto la miriade d’informazioni secondarie che pretendevo se ne stessero ancora lì, ferme e buone, senza neanche un dito di polvere sopra.

Sono convinto che i metallari cresciuti a pane e Ottanta, o come nel mio caso Novanta, oggi siano un tantinello in difficoltà con tutto questo. Siamo cresciuti con la possibilità di memorizzare ciò che ci interessava, di razionalizzarlo e metabolizzarlo, ma oggi è decisamente ostico ripetere simili gesta, fra sessantenni che non sciolgono la propria band e cinquantenni che la riformano a cinque lustri dalle più cocenti delusioni artistiche. Nel frattempo si sono aggiunte migliaia di formazioni giovani e prolifiche, nonché aiutate dalla tecnologia ad accrescere le proprie discografie. La scena metal attuale è fatta di un’infinità di nomi che scorrono impazziti su uno schermo, dove il singolo artista non è più distinguibile a causa della frenesia con cui viene immediatamente sostituito dall’ascolto di domani e da quello di dopodomani. Non ti metti più in testa tutte le cose che riuscivi a metterti in testa un tempo, a meno che tu non sia un vero borderline, uno psicopatico che prima o poi aprirà il fuoco sulla folla del mercato di Scandicci mentre Berta sceglie i gerani e Pia fa incetta di calzini cinesi con il logo Diadora visibilmente storpiato.

Bisogna comportarsi da predatori selettivi, anche se è in primis il consumatore ad esser cambiato in favore di un atteggiamento sornione, comodo e pretenzioso di raccapriccianti e ripetute ingestioni. Occorrerebbe – per godersi la musica al meglio – iniziare a scartare le uscite e soffermarsi soltanto su quelle su cui si nutrono le migliori speranze. Assimilare il numero d’album più alto possibile non servirà a niente, se non a ricevere meno informazioni da ognuno di essi e consegnarli subito alle traballanti memorie del passato. Un album lo dovete trattenere, dargli una chance e poi un’altra ancora, altrimenti è come se da quelle cuffie non fosse mai passato. Né tantomeno arrivato alla destinazione della memoria: non saprete mai che cosa significa, chi erano gli uomini dietro quel titolo e quali fossero le loro intenzioni.

Così mi interrogo su Metal Archives. Uno strumento assolutamente indispensabile, se s’intende non esagerare con gli ascolti pur tenendo il passo con le uscite in questa mostruosa fucina che è il mercato discografico attuale, dove vige il paradosso per cui non si vende più ma esce il quintuplo dei dischi di venticinque anni fa. Oggi non possiamo fare a meno di Metal Archives , uno sconfinato database ove correre ai ripari quando ci sembra d’esser diventati tutti malati di demenza senile perché incapaci di tenere a mente il ricordo di codeste centomila formazioni che, un po’ di tempo fa, erano solamente mille, tra le quali ne avevamo scremate duecento, godendocele e imparandone a menadito le gesta. Chissà se gli uomini di Metal Archives sono nati con intenzioni simili o hanno corretto il tiro strada facendo. Il punto è che sono stati così capillari e anti-selettivi da infilare dentro pure me.

A settembre 2017 uno di loro mi contattò su Messenger, chiedendomi, se avessi mai fatto parte di un gruppo thrash metal pisano attivo con una sola demo a inizio anni Duemila. Perché me lo avevano chiesto? Perché qualcuno aveva aperto la pagina relativa a quella band, semplice. Loro, a quel punto, non si limitano a mantenerla online. Verificano tutto. Verificano se uno stronzo che in vita sua ha inciso due demo abbia effettivamente inciso quelle due demo, e glielo chiedono di persona con la facilità con cui oggi contattiamo una persona nel profondo oceano internettiano. A quel punto sei parte della rete: se hai preso una chitarra in mano e prestato un pessimo assolo a un altrettanto pessimo album che ha venduto tre copie nel 1993, loro certamente lo sanno. Sono dei mostri, e oggi non possiamo più farne a meno. Così, a distanza di pochissimi giorni dall’exploit gattaro che ci siamo goduti su ogni profilo, vi propongo questa breve ma significativa chiacchierata con Shawn, al secolo Derigin, membro dello staff di Metal Archives che si occupa di contattare le band e correggere eventuali errori.

Passano gli anni, passano i decenni e Metal Archives è sempre più importante per noi metallari. Il vostro target è immutato o con il passare del tempo si è ampliato, in linea con le proporzioni gigantesche assunte intanto dal sito?

Beh, è stato un obiettivo sin dai primissimi tempi quello di costruire un database che comprendesse la maggior parte possibile delle uscite di musica heavy metal. Nei diciannove anni di vita del portale questo aspetto non è affatto cambiato. Tuttavia l’incremento delle proporzioni, come dici tu, ha fatto lievitare le aspettative e gli obiettivi in modo molto naturale, quasi senza che ce ne accorgessimo. All’inizio catalogare un migliaio di band ci sembrava un grande traguardo. Adesso abbiamo in lista oltre 146.000 formazioni, e mensilmente ne aggiungiamo circa mille. In cima a tutto questo aggiungiamo una tonnellata di informazioni sugli album, sugli artisti, sulle etichette discografiche e aggiungiamo anche le recensioni e altri dati di vario genere. Così se la nostra missione, il nostro obiettivo, resta il solito, è la scala ad essere diventata di tutt’altra portata.

L’ascolto si è spostato di parecchio sulla quantità degli ascolti, a scapito della qualità e dell’accuratezza con cui ci rivolgevamo ad un album un po’ di tempo fa. Non siamo sotto il fuoco incrociato di troppa musica in contemporanea per poterla memorizzare come meriterebbe?

Questa è una domanda davvero difficile e risponderti è possibile su più livelli e punti di vista. A livello strettamente personale ti dico che la mia primissima esposizione alla materia heavy metal è avvenuta tramite poche informazioni su ciascuna uscita, per poi passare all’improvviso a un’esplosione di informazioni che reperiamo con facilità, oggi, su internet. Mi ritengo fortunato di aver conosciuto, ai tempi, persone ben collocate all’interno della scena che erano per me una fonte inesauribile di informazioni. Ma se non le avessi conosciute? Insomma, riguardo la maggior parte delle band ho potuto sapere molto attraverso il file sharing e i siti web che un tempo non c’erano. Hai completamente ragione sul fatto che oggi abbiamo a disposizione una quantità di musica che è innegabile: sta lì ed esiste, ed è tantissima. È buona, è mediocre? È soltanto decente? È nella media? Comunque essa sia, è alla tua portata e sei in grado di scoprirla con il minimo sforzo. Penso di poter parlare a nome di molti metallari se dico che la gente è grata a siti come Metal Archives per il lavoro che svolgono. Se mi dici che la scena attuale è satura di band nella media, che entrano da un orecchio per uscire dall’altro, hai ancora ragione: ma ci sono le gemme, ci saranno sempre e l’esistenza di Metal Archives e di internet permette che escano allo scoperto, sotto gli occhi di tutti. Parte della magia nello scoprire la musica che avevamo negli anni Ottanta e Novanta è andata certamente perduta, o meglio, è andata rimpiazzata da un nuovo metodo di scoprire e indagare la musica attraverso la rete. Non credo sia necessariamente un aspetto negativo, lo trovo solo parte del cambiamento, e il metal, in qualità di fenomeno musicale, o movimento, cammina con lui.

In quanti siete dietro a Metal Archives? Raccontami qualcosa sulla struttura del sito…

Al momento ci sono 91.000 utenti che hanno contribuito anche una sola volta ad accrescere il sito. Questo può voler dire aver corretto degli errori di battitura o aver speso degli anni ad aggiungere recensioni, effettuare ricerche e cose del genere. È assolutamente necessario che tutto questo vada avanti, altrimenti Metal Archives non sarebbe il genere di fonte che è oggi, e gli utenti che hanno contribuito dall’esterno con le loro ricerche, i loro testi e le loro preziose informazioni hanno reso possibile tutto questo. Oltre a ciò, abbiamo uno staff di 35 persone che fungono da gatekeeper e gestiscono le controversie, approvano i contenuti, si occupano della moderazione e soprattutto scelgono collettivamente le politiche presenti e future del sito. È un gruppo affiatato di persone sparse ovunque per il mondo, un magnifico lavoro globale.

Qualche aneddoto “particolare” che vi è capitato in tutto questo tempo?

Nei quasi vent’anni di attività di Metal Archives abbiamo collezionato la nostra sana dose di incontri buffi o divertenti sia con gli utenti che collaboravano, sia con gli artisti veri e propri. Non mi viene in mente, in compenso, un autentico evento eccezionale che si distingua dagli altri. È sempre stimolante quando un artista famoso si sofferma sul nostro lavoro, anche per correggere dei dati, o per suggerirci nuove informazioni che in quel momento mancavano. Purtroppo capita di avere a che fare con musicisti che provano a riscrivere la storia a modo loro, o a vandalizzare il sito, probabilmente per rabbia o per noia. Di tanto in tanto questo accade ed è sempre una seccatura da risolvere. I maggiori capricci però sono sempre arrivati dagli utenti. Alcuni hanno delle fisse davvero singolari. E poi ci sono i bot veri e propri. Non hai idea di quante band false inventate di sana pianta ci sono state inoltrate da bot. E poi le persone fanno delle gran cazzate, ad esempio un utente, un musicista anzi, si era fissato col fatto che l’ID generato casualmente alla creazione della sua pagina finisse con un numero dispari. Non lo accettò mai, ne era letteralmente sconvolto. C’era anche questo tizio italiano che come un orologio, puntualissimo, ci inviava fake band per vedere se le rifiutavamo, e le rifiutavamo. Lo fa sempre, è puntualissimo. Se c’è una cosa che ci ha insegnato lavorare per Metal Archives è che i metallari sono un mucchio selvaggio.

Grazie per l’invasione di gatti del primo aprile: come ci avete lavorato?

Hellblazer, webmaster e creatore del sito, ha elaborato il codice per lo switch delle immagini. Poi lo staff si è occupato singolarmente della selezione delle immagini appropriate a ciascuna band, o genere musicale. È stato un bel lavoro di gruppo e siamo molto felici che abbia funzionato! (Marco Belardi)

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