Un Sequestro Lungo 10.000 anni, il ritorno di BLAK SAAGAN tra benzocrazie e democrature
Uno che se ne intende di sequestri Samuele Gottardello, in arte Blak Saagan. Il disco precedente, il notevole Se Ci Fosse la Luce Sarebbe Bellissimo, era incentrato sulla storia balorda di quello di Aldo Moro e si era guadagnato un posto in prima fila nelle classifiche di fine anno dei colleghi Stefano Greco e Azzeccagarbugli. Avvocato, giudice e giuria in sole due persone. Non ce n’era menzione invece nella mia classifica semplicemente perché io me l’ero perso, non sapevo nemmeno chi o cosa fosse e della sua esistenza ho appreso proprio grazie alle playlist del 2021. Io che una ventina di anni fa (venti esatti da Why Did You Leave Me Baby?, uno dei più bei dischi garage-punk che conosca) ero un fedele discepolo del Reverendo Sam, come si faceva chiamare ai tempi Gottardello con quella delizia che erano gli Hormonas (in sodalizio ai tempi con quell’Enrico “Wasted Pido” Stocco dei Destroy All Gondolas). Formidabili quegli anni. Ma sto divagando, anche perché Blak Saagan ormai di punk non ha nulla, se non l’attitudine. “E dici niente!”.
E quindi sì, l’approccio totale, selvaggio e coraggioso è tutt’altro che agli antipodi, rispetto al punk del passato, anche nella formula attuale: elettronica psichedelica, notturna e strumentale (synth-etizzando brutalmente). Si intende di sequestri, Gottardello, ma se pensate che la durata di questo disco (circa centosette minuti in totale) costituisca un sequestro dell’ascoltatore allora no, vi fermo: Un Sequestro Lungo 10.000 Anni non annoia nemmeno un momento, nemmeno un singolo secondo, sulle sei intera facciate di vinile (fisiche o virtuali, vedete voi).

Il viaggio, un viaggione, parte nel migliore dei modi, con The Blak Fire (Sogno I). Cala immediatamente il buio e i battiti cardiaci aumentano, cupe reminiscenze futuristiche synth-wave e drum machine marziale, prima che progressivamente il brano si configuri come una sfida a colpi di sintetizzatori tra John Carpenter e Fabio Frizzi. Fenomenale. Poi subito a seguire c’è il lentissimo decollo di Benzocrazia, inizialmente un’esplorazione tra bassifondi in cui a mala pena ci si vede, tanto sono fitte e profonde le ombre violente dei grattacieli. Poi, prendendo quota, raggi al neon e distese cittadine opprimenti manco fossimo in un’ipotetica Los Angeles mediorientale. Stile Blade Runner, ma più nera ancora.
Avvio formidabile, già, e siamo ancora solo all’inizio del viaggio, nemmeno un sesto del percorso. Intanto veniamoda subito perfettamente calati nella distopia del disco, un concept che parte migliaia di anni fa con la migrazione dei popoli indoeuropei, con l’arrivo dei culti monoteisti, e arriva fino ad oggi. Più o meno, direi che siamo calati in una specie di future/past, sotto il tallone di un regime tecno-confessionale che assomiglia tanto a quello sanguinario di Teheran, quanto pure alle “democrazie” capitaliste e millenariste che lo avversano. Sanguinarie anch’esse. Tutti figli di Abramo, in fondo. Non è un caso: il disco è in realtà un’opera multimediale e una collaborazione con l’illustratore iraniano Majid Bita, autore delle grafiche e del libro/fumetto/graphic novel acquistabile congiuntamente al vinile (o anche separatente). Scegliete voi la formula che preferite, nel caso, ma intanto proseguite l’ascolto, bene in cuffia.

Centosette minuti di elettronica, synthwave, darkwave, psichedelia, trance, cosmica krauta, library music, con sensate deviazioni in territori quali folk mediorientale, industrial, punk, rap, persino blackgaze atmosferico. Messa così pare un pastrocchio. Fidatevi: non lo è. Essendo prevalentemente strumentale, il legame col concept andrebbe riscontrato con la lettura dell’opera grafica di Bita, ma qualche canzone cantata c’è. Ritroviamo ad esempio Julinko ne Il Giorno di Zaha’kol (Sogno II). Tra i vari contributi, anche Nicola Manzan e i Bologna Violenta, come pure Giorgio Trombino di Bottomless e Assumption, a fianco proprio di Gottardello anche nella formazione allargata dei Messa ai tempi del tour di Close.
Sulla distanza dei centosette minuti comunque l’ultima impressione che potrebbe darvi il disco è quella di una successione di ospitate. Anzi, pure se vario, resta coeso, concentrato. Da metà in poi comunque subentra quasi uno stato di trance, a condizione che gli dedichiate davvero attenzione. Anche la durata dei singoli brani aumenta considerevolmente. Le sequenze e frequenze di La Dama con il Corpo di Uccello (Sogno III) si prendono ad esempio da sole diciotto dei minuti totali. Prendetevi tutto il tempo che ci vuole ad ascoltarlo per bene, Un Sequestro…, perché non credo ce ne siano molti in giro di album altrettanto meritevoli di ciò. Ricordo, ai tempi dell’uscita di Kid A, un’intervista ai Radiohead in cui sostenevano che la durata giusta di un album fosse quella media di un tragitto casa-lavoro, una quarantina di minuti. Io questi giorni sto facendo il giro lungo, scelgo il treno che fa tutte le fermate, non incontro nessuno e arrivo a lavoro in centosette minuti. Ma non è un sequestro, è una mia scelta. (Lorenzo Centini)
