Una pietra nera d’Oriente: MESSA – Close

Qualunque sia il primo impatto con Close, questo è un disco cui vanno dati tempo e numerosi ascolti. Li pretende e li merita. Non fosse che per questo, i Messa andrebbero tenuti in conto per non aver fatto un disco sfacciato e significativo giusto nel proverbiale quarto d’ora in cui molti si formano un’opinione su di un disco, recensori ed ascoltatori. Ma i Messa, che per dar seguito a Feast for Water si sono presi tutto il tempo, non meritano e non cercano l’ascolto fugace. Eppure alcune impressioni iniziali potrebbero distogliere dall’approfondire. Innanzitutto l’impressione che si tratti di un disco meno duro. Il che lo rende forse meno facile per noi, magari più accessibile per altri. I quaranta secondi black metal di Leffotrack, tra l’altro spettacolari, suonano a tutti gli effetti come una presa per il culo per chi, come anche (in parte) il sottoscritto, è rimasto un minimo interdetto dalla dimensione meno metal. Che non vuol dire meno intensa. Mi spiego meglio: vuol dire che i Messa son stati sempre ottimi nel costruire con pazienza delle dinamiche ammalianti che poi sfociano in momenti di fomento liberatorio (pensate a She Knows/Tulsi). Ecco, stavolta in Close sembra mancare spesso quel momento fuori controllo. Lo “scapoccio” se capite cosa intendo. Ecco quindi che Leffotrack può sembrare una presa per il culo. Sembra voler dire “noi stiamo andando per la nostra strada e, se voi volevate il metallo satanico, eccovelo“. E però è fantastica e fa venire voglia di ascoltarne molto di più. Ma non è l’unico momento esaltante di Close, anzi, non vorrei che fraintendiate la mia menata iniziale. No, Close è zeppo di ottima musica e di momenti di leggiadria vera, di quelli che ci faranno tornare su queste note spesso, a venire. Ci giurerei.

Ripartiamo dall’inizio: Close l’abbiamo atteso in molti ed è stato pure preceduto da tre anticipazioni non proprio immediate e che ora vanno contestualizzate nella trama generale. Che è quella di un disco scuro e arcano, in cui la tensione tra il lato sporco di drone e doom abissale e la fantasia chitarristica, oscillante tra hard e jazz, si stempera, con entrambe le anime convergenti nella direzione della sintesi. Se il disco delle asperità era forse Belfry e quello degli svarioni jazz Feast for Water, Close è una pietra nera che pare, a tratti, maggiormente al servizio della narrazione vocale di Sara, sempre più a suo agio nel confrontarsi con modelli che vanno oltre quelli dei nostri ristretti limiti nazionali. Così il disco parte proprio con l’intensissima Suspended, che è una ballata sospesa e gotico-americana, tale che non ci avrebbe sorpreso mica fosse finita in un disco come Abyss di Chelsea Wolfe (l’analogia con una Iron Moon regge ed è un vanto). Segue subito, a capofitto, Dark Horse. E se la definisco una cavalcata non la prendiate per un gioco di parole facile o una banalità da recensione. In Dark Horse i Messa dimostrano di saper dare per davvero forma musicale ad un’immagine. Mi gioco un po’ di credibilità se dico, senza averne cognizione di causa alcuna, che ci sento una vena di flamenco, dentro? Comunque, a prescindere da fascinazione e travisazioni, un brano dark (desert) rock fantastico.

Da qui in poi si manifesta la vena orientalista di Close, abbondantemente anticipata e chiacchierata nei mesi passati, anche dalla foto scelta come copertina. Orientalismo nero, oscurità e mistero, malinconia. L’uso di diversi strumenti a fiato o a corde del Mediterraneo (meridionale) restituisce un effetto credibile, dato che anche le strutture e le armonie libere del gruppo, per quel che ne posso capire io, tendono a fondersi in maniera in più punti con quelle della musica mediorientale più o meno tradizionale. Per approfondire ci vorrebbe certo il contributo del Giardina, ma se non siete troppo interessati al lato filologico e vi basta la pura fascinazione, come davanti a certi immaginifici dipinti ottocenteschi, Close è imbevuto di magnifiche suggestioni. Intendiamoci, tutt’altro che espedienti facili da kebab-music.

C’è poi la chitarra di Alberto Piccolo. Ancora una volta è qualcosa che sorprende. Ci ho sentito spesso una vena anni ’70, libera, gentile e latina. Un piccolo Santana che illumina i passaggi doom più bui con intuizioni armoniche che vanno oltre la pentatonica comune del genere. La fuga/assolo di Rubedo, sotto un blast beat incalzante, mette i brividi, prima che la canzone sfoci in quel finale free rock che è una delizia. Un finale cinematografico, morriconiano, liberatorio (e qui anche Sara si supera). E poi il duello no-wave col sax sulla tarantella indiavolata in 0=2. Un po’ tutti gli assoli sono intarsi e venature che aumentano il dettaglio della trama sonora, in maniera per certi versi come nel rock classico, diventano i vertici emotivi cui tendono i pezzi lungo tutta la loro costruzione. Come dicevo all’inizio mancano (quasi) del tutto i passaggi hard più facili, e l’intensità emotiva Close la raggiunge proprio in quei momenti di sorpresa e meraviglia strumentale. Sono i momenti in cui la materia nera, dolente, di cui si compone un disco apparentemente monolitico, inizia a rifrangere e proiettare sfumature luminose e profumi orientali. E per arrivare a certi stati la narrazione va costruita su logiche meno convenzionali, anche a costo a volte di passare per leziosi (l’evoluzione lentissima e per lunghi tratti trattenuta di 0=2, appunto). Fanno bene i Messa a non cercare l’affetto facile e il riff tondo, alla fine. Io ci ho messo una quindicina di ascolti (e ci giurerei che gliene dedicherò ancora cento volte tanti). Sono ambiziosi e possono permetterselo. Hanno alzato ulteriormente la posta quando potevano piazzare il colpo sicuro ed assicurarsi un posto al Roadburn per i prossimi dieci anni. Invece continuano a crescere, a tentare nuove strade. Lo fanno con un coraggio ed una personalità rara, rarissima. Quindi, se non si sono chiusi da soli in un recinto asfittico per compiacere gli ascoltatori occasionali di YouTube, hanno solo ragione loro. Attenzione, che di rivali ne hanno pochissimi, a questi livelli.

Di un’ultima cosa volevo parlare prima di invitarvi a tuffarvi nell’ascolto: del lavoro eccellente al livello di suono e produzione. E qui i Messa condividono i meriti con Matt Bordin che li ha registrati agli Outside Inside. Bordin è una vecchia conoscenza per chi ha seguito più o meno, in anni più o meno recenti, le scene di garage’n’roll e psichedelia occulta italiane (Movie Star Junkies, Mojomatics, Squadra Omega, i cagliaritani Rippers, i miei compaesani Bone Machine, gli stupendi Hormonas di Samuele Gottardello aka Black Sagaan, e non ne sto citando moltissimi). Credo si tratti del primo disco metal, e dato il risultato sarebbe bello non fosse l’ultimo, visti i suoni di merda che si sentono spesso. Che poi ai Messa va pure stretta ormai la definizione metal. Ed una volta tanto questa non è né una scusa, né una cattiva notizia. Disco impressionante, non so dire se è il migliore dei tre, ma il fatto che quattro ragazzi di provincia abbiano infilato tre dischi di tale portata ed in successione ha dello straordinario. A voi, intanto, buon viaggio. (Lorenzo Centini)

4 commenti

  • Li ignoravo completamente prima di avere sentito il loro nome su alcuni social (fra cui voi) e adesso sto ascoltando bene bene questo Close. Band davvero interessante, per chi è un ascoltatore occasionale come me queste scoperte sono davvero meravigliose. Spero di riuscire a beccarli al Traffic.

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  • Altro no-brainer. A furia di macinare i precedenti, l’ho trovato bellissimo e ammaliante fin da subito. Da perdercisi.

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  • Mi ha completamente ipnotizzato… difficile trovare le parole per descerivere un disco del genere. Se, come sembra, riescono a rendelo come merita anche dal vivo, non gli si può dire davvreo più nulla… basta solo applaudire.

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  • giovaneniggle

    visti ieri al bloom di mezzago. mammamia.

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