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Taccuino del Roadburn

4 Mag 2019

Il meglio del Roadburn 2019:

Seven That Spells. La dimostrazione che è ancora possibile comporre e registrare musica che non somiglia a nient’altro, del tutto aliena a qualsiasi tipo di condizionamento (esterno o autoimposto), e portarla dal vivo in totale e altrettanto disarmante libertà, in aperto sfregio a logiche di booking, agenzie, scambi di date, percentuali, quanta gente porti, il tossico corollario telematico a punteggiare ogni uscita pubblica, tutta la merda che siamo stati abituati a ingurgitare fino ad abbracciarla completamente (o accettarla come male necessario). Non è sempre stato così; tre ore filate di Seven Death Spells il promemoria definitivo che un modo eticamente sostenibile di fare le cose esiste ovunque esistano talento, visione e volontà di fottersene beatamente di tutto l’apparato. La musica è sempre il meglio. Una benedizione.

Ostinato. Il migliore concerto visto qui. Left Too Far Behind un classico personale più importante di svariati White Album, musicalmente lo stesso discorso relativo ai Seven That Spells con qualche minima variazione riguardo alle belle immagini che mi hanno rievocato. Gli anni d’oro dello stoner più mentale e rarefatto, la trance estatica dei Savage Republic, le torrenziali galoppate psichiche dei corrieri cosmici Vàgtàzò Halottkèmek, echi di roba tedesca ancora più strana ancora più indietro nel tempo ma in una prospettiva aliena a qualsiasi collocazione spaziotemporale. Un live unico in tutti i sensi – il gruppo era inattivo dal 2008, dopo questa per il ventennale di Exile On Mainstream assai probabilmente tornerà ad essere tale. Da qualche altra parte i Cave In stavano torturando i padiglioni auricolari di migliaia di malcapitati; non è un mio problema.

Peter Brötzmann. Non importano i comprimari (tali Black Bombaim in questo caso, oltre a una comparsata il giorno successivo a dare senso al ciarpame dei Sumac) nell’ininterrotta jam che Brötzmann porta avanti da decenni continuando a fare quel che sa: soffiare dentro ai ferri del mestiere per radere al suolo tutto e tutti. È l’ennesima tappa di un viaggio che si concluderà probabilmente soltanto con la sua morte (impossibile per me immaginarlo in pensione); ho perso il conto delle volte e delle situazioni in cui l’ho visto, in tutti i casi deve ancora arrivare da qualsiasi altra parte un concerto altrettanto violento, radicale, inderogabile, definitivo. Potrebbe essere mio nonno e annienta ancora chiunque in qualsiasi giorno della settimana (compresi gli At The Gates che stavano cazzeggiando nel main stage). Gli Slayer quando erano ancora tutti vivi e in forma al confronto diventano roba parrocchiale.

Ulcerate. Bisognava arrivare all’ultimo giorno di Roadburn 2019 per l’unico concerto death metal di Roadburn 2019. L’attesa è stata abbondantemente ripagata; quanto alla selezione draconiana, considerato cosa ha portato, per stavolta può anche andare così. Se HP Lovecraft avesse composto musica invece di mettere in fila una parola dopo l’altra, molto probabilmente il risultato avrebbe questo suono. È come vedere materializzarsi i Grandi Antichi nelle teorie di un brutal death metal ipertecnico come allo stesso livello soltanto i Dying Fetus, più manicomiale del vaticinante teorico ecoapocalittico Nader Sadek senza gli orpelli scenografici; una serie di attentati cerebrali srotolati senza soluzione di continuità con una scioltezza che terrorizza, soltanto alla fine del set si può riprendere a respirare. Non invidio il prossimo gruppo death metal al prossimo Roadburn: alzare ulteriormente l’asticella dopo questa diventa impresa non meno che titanica.

Midnight. Impaled Nazarene era Latex Cult + Zeke + Ted Nugent + volti coperti – un pezzo memorabile che sia uno = Midnight. Questa l’equazione per il vuoto pneumatico più divertente degli ultimi anni. Non inventano nulla, riportano alla mente grandi dischi che credevi di avere dimenticato, rischiano la morte per asfissia ad ogni secondo, restituiscono l’energia che gli originali per questioni fisiologiche non possono avere più, soprattutto tengono il punto che troppi sembrano avere dimenticato (o mai saputo): il metal è quella cosa che ti inchioda il culo e ti fa fare le cornine ruttando, tutto il resto è tempo in prestito.

Sleep. Al primo set (Holy Mountain + mezzo Dopesmoker) ho preferito il secondo – tranche di Jerusalem, che sta a Dopesmoker come Apocalypse Now sta a Apocalypse Now Redux + The Sciences + Dragonaut riproposta + jam finale da spedire su Plutone anche chi nella vita non abbia nemmeno sfiorato una sigaretta divertente. Ma è una questione personale, quel che conta davvero è l’irripetibilità del gesto: mai più si vedranno/sentiranno gli Sleep in queste medesime condizioni, ottimali per forma, sintesi, suoni, luci, qualità-quantità della performance. Era questa l’occasione da non mancare, tutto quel che verrà da ora in poi soltanto squallidi, frustranti, deficitari palliativi. Di appuntamenti con la storia ne ho persi a vagonate; qui c’ero, tanto basta per riequilibrare un bel po’.

Al di là del bene e del male: Petbrick. Nel tardo pomeriggio del primo giorno lo spettacolo più disturbante, disarmante e problematico a cui abbia assistito da anni, forse da sempre. Mai autodafé altrettanto brutale, mai professione di fede altrettanto cieca, mai re altrettanto nudo. Valere meno di niente e continuare a credere l’esatto opposto; accanirsi sullo strumento come se dallo strumento dipendesse della propria stessa vita; sputare sullo strumento come sputarsi in faccia; distruggere sistematicamente fino al più remoto ricordo di quando eravamo re (non soltanto i suoi anni d’oro, anche la nostra adolescenza, con relativa somma di promesse, speranze, sogni: tutto nel cesso); mettere in scena sistematicamente la propria disfatta minuto per minuto – certo inconsapevolmente – senza il minimo senso del pericolo, misura o pudore; un inetto che bercia cose da contraltare, convinto di valere altrettanto. È il 2019 e Igor Cavalera sta alla batteria come Richard Benson sta alla chitarra.

Cosa ho imparato da Roadburn 2019:

Devi suonare mascherato.

Devi avere le orchestrazioni: un pezzo con gli archi il minimo sindacale, se è l’intero concerto allora diventa “commissioned music”, e via a rivendere le stesse atrocità perpetrate nei tardi ’90 da Therion e Rage, con risultati perfino più osceni. Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo; chi lo ignora, a beccarsi in fronte le porcate di oggi senza difesa alcuna.

La barba è la metafora fallica del terzo millennio.

Pogo tassativamente vietato (l’embargo sullo stage diving c’è da sempre), tranne quando un gruppo black metal di adesso stupra i pezzi dei Misfits in chiave sarcastica con vociaccia gracchiante; lì vale tutto e ci si può fare male a vicenda. Altrimenti, tutti immobili a braccia conserte.

Parità di genere: per un gruppo formato esclusivamente da maschi, ecco un gruppo con frontwoman o un progetto solista per voce inquietante Diamanda Galas wannabe e ambient lugubre da morte dentro. Guilty of being XY.

Il noise inerte (rumorini, clangore di ferraglia, sample da notiziari americani) ha preso il posto precedentemente occupato dai gruppi che suonano qualsiasi genere musicale immaginabile nell’arco della stessa canzone.

Niente death metal. Ulcerate unica eccezione alla regola, tutto il resto non corrisponde ai requisiti.

Più secret show che concerti regolarmente segnalati: se te lo devi guadagnare diventa bello.

I Cave In hanno più amici musicisti di chiunque altro, a parte Aaron Turner (lì è un testa a testa).

Più fila per entrare in Hall of Fame che davanti al Berghain.

Cosplay: magliette e cappellini degli Sleep hanno superato numericamente magliette e cappellini dei Conan per la prima volta da quando i Conan esistono.

Troppo poche ore in sala prove per gli Have A Nice Life.

Il sarto degli Young Widows fa sembrare Giorgio Armani un bifolco.

La finaccia dei Daughters diventa ancora più agghiacciante in una sala che può contenere migliaia di persone; in una bettola magari sarebbe volato qualche schiaffo per stemperare l’orrore.

Gli At The Gates credono davvero che il disco della reunion valga qualcosa; credono pure che suonare Red senza coprirsi di ridicolo sia consentito a qualcun altro a parte i King Crimson.

Matt Pike è ancora convinto che suonare a torso nudo sia il suo dono all’umanità.

Un Roadburn senza gli Amenra in cartellone è possibile. (Matteo Cortesi)

 

2 commenti leave one →
  1. Silver permalink
    4 Mag 2019 16:47

    vi andrebbe di esplicare anche a noi umili bacchettoni debosciati senza occhi rossi la storia dei Daughters??

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  2. 4 Mag 2019 19:46

    Vorrei saperlo anch’io. Canada Songs è un capolavoro; visti dal vivo in una data di quel tour, tra i migliori concerti a cui abbia assistito in vita mia; Hell Songs pure è molto bello. Poi l’anno scorso esce il disco che deve piacere a tutti, e piace a tutti, e li ritrovo ora qui che sembrano un clone dei Depeche Mode periodo “Songs of Faith and Devotion”. Nel mezzo qualcosa che mi sfugge.

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