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Il Ritorno dei Re: SLEEP – The Sciences

6 giugno 2018

Tilburg, 20 aprile 2018, una di notte. Mi butto a letto provato nel corpo e nell’anima dal primo giorno del Roadburn. Ho ancora davanti agli occhi la strabiliante prestazione del tandem Cult of Luna – Julie Christmas, valsa da sola il viaggio in Olanda e il prezzo del biglietto del festival.
Socchiudo le palpebre per abbandonarmi al meritato riposo, quando il cellulare che ho incautamente lasciato acceso sul comodino vibra all’improvviso. Mi riscuoto dal dormiveglia e con un certo fastidio allungo la mano verso l’infernale oggetto, convinto che si tratti del messaggio di un familiare ansioso di ricevere notizie sulla mia salute psicofisica. Invece chi mi scrive è il Greco, che soggiorna a pochi chilometri di distanza e insieme al quale sono stato fino a neanche mezzora prima. Sorpreso e curioso, apro la chat. Mi aspetto l’avviso di qualche svista imperdonabile nella scelta dei gruppi sul fitto running order della giornata appena trascorsa (ça va sans dire, la lucidità non è il tratto dominante del weekend) o magari la segnalazione di una bellezza indigena incautamente sfuggitami, ma quello che leggo mi lascia di stucco e allontana da me qualsiasi accenno di sonno.

Superato lo sbigottimento iniziale, comincio freneticamente a cercare informazioni online e scopro che l’annuncio del ritorno discografico degli Sleep ha mandato in subbuglio un intero mondo. Sul web corrono voci incontrollate e pazzesche di un solo brano della durata di 4 ore e 20 minuti. Più di qualcuno sostiene che l’album sia stato prodotto dai Rettiliani e mixato in uno studio di registrazione approntato appositamente nel quartier generale della NASA. C’è chi parla addirittura di vinili limitatissimi consegnati da Al Cisneros in persona ai pochi eletti capaci di decifrare un intricato codice alfanumerico che, una volta decriptato, svelerebbe l’indirizzo del suo pusher di fiducia. Finalmente una fonte beninformata svela quella che sembra essere la tracklist ufficiale del disco e constato che, su sei pezzi, due sono già più o meno noti a chi ha un minimo di dimestichezza con la band: una versione live di Sonic Titan compariva già nell’edizione di Dopesmoker pubblicata dalla Tee Pee nel 2003 ed è stata riproposta più di recente dalla Southern Lord come bonus track della riedizione in vinile del 2012, mentre Antarcticans Thawed stazione fissa nelle scalette degli Sleep fin dal concerto di reunion all’All Tomorrow’s Parties del 2009. Confortato da quest’appiglio di realtà, vado a dormire ancora abbastanza scosso dalla notizia e precipito all’istante in un abisso onirico popolato di draghi viola e carovane di fattoni incappucciati.

La mattina successiva io e il Greco ci rincontriamo in città per il secondo giorno del Roadburn. Ciascuno dei due indossa una maglietta degli Sleep e mi pare superfluo specificare che non c’è stato bisogno di mettersi d’accordo: il Poeta la definirebbe “corrispondenza di sabbathiani sensi”. L’atmosfera in giro è elettrica, abbondano capannelli di capelloni che confabulano tutti sottovoce del medesimo argomento cercando di ostentare all’esterno una falsissima indifferenza. Indifferenza che si tramuta in frenesia non appena i canali ufficiali del festival diffondono un messaggio sibillino su dei knight templars in procinto di invadere Tilburg al calar del sole. Io e il Greco, per il solo fatto di girare fianco a fianco con entrambi sul petto la scritta SLEEP in bella vista, veniamo presi per i manager di Matt Pike e fermati di continuo da gente smaniosa di informazioni e il cui unico desiderio nella vita è improvvisamente diventato assistere a un release show a sorpresa sul Main Stage. Del resto il giorno, il luogo e l’occasione sarebbero davvero perfetti per quella che potrebbe essere l’epifania definitiva, quindi più o meno inconsciamente ci uniamo anche noi alla schiera degli I want to believe.

Use You Illusion IV:XX

Purtroppo però i “cavalieri templari” dopo qualche ora si rivelano essere i finlandesi Hooded Menace, che hanno già suonato il giorno prima ma evidentemente stanno così in botta da voler bissare esibendosi senza preavviso su un palco secondario. A quel punto io e il Greco sfoghiamo la delusione rispolverando la nostra indole terrona e diffondendo fake news tra quei poveri illusi che non hanno scoperto l’arcano e insistono nel chiederci informazioni. Sono abbastanza sicuro che ci sia ancora qualcuno davanti allo 013 in attesa che inizino a suonare gli Sleep.

Date queste premesse, è impossibile accendere lo stereo e immergersi nel primo album degli Sleep in vent’anni con cuore leggero e animo distaccato. Non lo è per una trasversale comunità nata e cresciuta sul lascito artistico e spirituale della band californiana. Non lo è per le schiere di adepti del baffuto di Birmingham che hanno visto in Matt Pike il suo erede naturale. Non lo è per me, quindi non provo neanche a nascondermi dietro un’utopistica parvenza di oggettività di giudizio.

Confesso di aver aspettato oltre il dovuto prima di sentire The Sciences, vittima di quella sorta di timore reverenziale che mi aveva già colto ai tempi 13. Non che avessi grandi dubbi sull’operato di Cisneros e del suo sobrio compare (così come naturalmente non li avevo all’epoca sulla sacra coppia Butler-Iommi): entrambi, negli anni successivi allo scioglimento degli Sleep, hanno messo le mani su roba che va dal bello all’eccelso, contribuendo a definire ed espandere i confini di un intero genere. Ma di fronte a un ritorno tanto sperato quanto inaspettato e a un’operazione di marketing tra le più riuscite che si ricordino in ambito musicale, il livello delle aspettative è direttamente proporzionale al rischio di cocenti delusioni. Così, finché ho potuto, ho rimandato il fatidico momento del primo ascolto, per la paura che l’album fosse sì bello ma non così bello. Paura evidentemente del tutto ingiustificata, ma forse proprio per questo controllabile a fatica. Poi alla fine mi sono fatto coraggio e l’ho sentito. E risentito. E risentito ancora e ancora e ancora, finché dalla prima volta non è passato oltre un mese e il numero di ascolti mi ha permesso finalmente di esprimere un giudizio che non fosse di sola pancia.

E quindi? E quindi The Sciences è esattamente l’album che ci si aspetta dagli Sleep nel 2018. Né più né meno.

Se le tracce già conosciute lasciavano presagire uno sbilanciamento del disco verso le sonorità alienanti e dilatate di Dopesmoker, gli altri pezzi inseguono una parvenza di forma-canzone che rimanda maggiormente a Holy Mountain: The Sciences cerca e trova un punto di non facile equilibrio tra i suoi due ingombranti predecessori e finisce per posizionarsi in una comfort zone che non sposta molto più in là l’asticella rispetto quanto sentito finora ma piuttosto ne fa una summa di altissima qualità.

L’omonimo incipit è un affastellarsi di feeback acidissimi che per tre minuti aumenta a dismisura lo spannung, lasciando intuire la sagoma di un riff che sul più bello sfuma in un drone mistico e sospeso, troncato all’improvviso dal ribollire dell’acqua dentro un bong. Poi, senza neanche avere il tempo di prendere un respiro, esplode in tutta la sua epicità Marijuanaut’s Theme, maestosa, ipnotica, bella da far girar la testa. Emergono con prepotenza tutte le caratteristiche degli Sleep post-reunion, resesi già evidenti nel 2014 ai tempi della pubblicazione di The Clarity: il cantato di Al Cisneros è molto più vicino a quello salmodiante adoperato negli OM che al vocione rauco dei primi Sleep; Matt Pike dà spesso l’impressione di adagiarsi all’ombra del possente sodale ma, quando decide di scuotersi dal torpore ed entrare in gioco, lo fa con la delicatezza di un rinoceronte in un negozio di cristalli; Jason Roeder non ha il tocco jazzy alla Bill Ward che caratterizzava il batterista originale Chris Hakius e spinge il suo drumming verso lidi metal a lui più congeniali; dietro al mixer c’è il suo compagno nei Neurosis, Noah Landis, che insieme a quella vecchia volpe di Bob Weston (Shellac, Mission of Burma) dona al nuovo sound degli Sleep un’impacchettatura calda e moderna, per l’occasione accasatasi (non senza sorpresa, a dir la verità) alla corte di Jack White e della sua Third Man Records.

“Lo sai chi è il nuovo batterista degli Sleep?” “No, chi?” “STOCAZZO!!!”

Trova così la meritata dignità d’incisione un capolavoro come Sonic Titan, monolite lanciato a tutta velocità nello spazio più profondo, seguito a ruota dalle svarionate lisergiche di Antarcticans Thawed. La mezzora costituita dalle due tracce è una sorta di disco nel disco, un mastodontico blocco centrale che risente non poco del diverso periodo di composizione. L’impianto generale richiama inevitabilmente gli Sleep di fine anni ’90 e la produzione pare quasi assecondare il balzo all’indietro, diventando meno limpida e definita: certi passaggi che già dal vivo sembravano frammenti pescati a caso dal calderone di Dopesmoker, nella versione in studio confermano l’impressione di provenire da un varco spaziotemporale diverso. Sarebbe ingiusto parlare di filler di lusso, perché si tratta in entrambi i casi di esaltanti cavalcate ai confini della percezione sonora, ma la sensazione è comunque quella di uno stacco piuttosto netto rispetto al resto dell’album. Pike appare decisamente più presente e incalzante, mentre la voce di Cisneros si incupisce nel racconto di traversate interstellari e astri ghiacciati.

La parentesi nineties termina con le prime note marcatamente OM di Giza Butler (titolo dell’anno, ma forse anche del decennio), un giro di basso soffuso e prolungato che ricalca in modo speculare quello che introduceva la quasi omonima traccia d’apertura di Conference of the Birds. È una pia illusione, perché dopo due minuti scarsi di calma apparente Matt Pike irrompe sulla scena con la grazia di un caterpillar e trascina il pezzo in cima al podio del disco. Cisneros dà fondo ai tòpos dell’epica sleepiana sciorinando le gesta di coltivatori di marijuana che sul Pianeta Iommia (!) provano a lavorare serenamente nonostante gli pterodattili (!!) che volteggiano sulle loro teste. E il bello è che quest’affresco alla Superfantozzi, diluito in una cascata di riff senza soluzione di continuità, diventa una faccenda piuttosto seria e alla fine pare quasi di sentire un alito preistorico fuoriuscire dalle casse.
Il viaggio iniziato nella nebbia dei riverberi approda nelle serre altrettanto fumose di The Botanist, un gioiello psichedelico che omaggia il più grande album della storia (perché siamo tutti d’accordo che Vol. 4 sia il più grande album della storia, vero?) partendo da una dimensione acustica intima e quasi commovente per poi spiccare definitivamente il volo verso galassie inesplorate.

L’artwork destinato agli sfigati che non hanno fatto in tempo ad accaparrarsi l’edizione limitata.

Come se non ci fosse già da parte abbastanza roba per ritirarsi a meditare in una grotta nel deserto del Negev fino alla prossima era glaciale, un mese dopo l’uscita del disco gli Sleep hanno rilasciato un nuovo estratto dalle medesime sessioni di registrazione, Leagues Beneath, pachidermica suite di quasi 17 minuti che segue lo stesso schema analizzato per Marijuanaut’s Theme e Giza Butler, alzando se possibile ancor di più il livello della pesantezza e della ieraticità.
Nulla che non confermi il giudizio complessivo su The Sciences, un lavoro che non avrà la carica innovativa di Holy Mountain, non traccerà il confine tra un prima e un dopo come aveva fatto quattro lustri or sono Dopesmoker, ma che cresce esponenzialmente ad ogni ascolto e con ogni probabilità rimarrà il miglior album stoner di questi strani anni.

In giorni non sospetti, quando la fama del trio californiano era confinata ai circuiti underground, un distinto signore inglese privo delle falangi di due dita della mano destra rilevò che, tra tutti i gruppi venuti dopo i Black Sabbath, nessuno ne incarnava lo spirito primordiale meglio degli Sleep. Nonostante la notorietà, lo status di culto e il consenso globale acquisiti nel frattempo da Al Cisneros & Co., è un sollievo poter ancora constatare la validità della legge fondamentale dell’heavy metal: Tony Iommi ha sempre ragione.

 

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  1. sergente kabukiman permalink
    6 giugno 2018 19:20

    Un disco “furbo” visto il periodo in cui è uscito( poco prima del tour europeo) e il fatto che ha un paio di ripescaggi di lusso. Intendiamoci, questa roba Cisneros la scrive con una mano legata dietro la schiena, ma sorprendentemente si dimostra un disco della madonna, con Roeder IMHO finalmente a suo agio nella band come tocco e stile, Matt che fa quello che gli riesce meglio e dei suoni perfetti per gli sleep del 2018. Hanno giocato sul sicuro, ma chi non lo farebbe al posto loro? Senza girarci troppo in tondo, disco stupendo con giza butler da insegnare ai nipotini e una sonic titan che dal vivo viene eseguita con ancora più lentezza e pesantezza.

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