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Gli Zeke, Uri Geller, i tempi che corrono e perché non ci dobbiamo arrendere

5 ottobre 2018

Negli anni Settanta buona parte del mondo occidentale subì una vera e propria fascinazione per il paranormale. Tutto ciò che era in qualche modo “metafisico”, misterioso o apparentemente inspiegabile divenne di gran moda, soprattutto tra gli alto-borghesi annoiati, come accade in molte epoche, dalle loro tristi esistenze fatte di superfluo oltre ogni limite. In un contesto del genere, ovviamente, sedicenti mentalisti, medium, veggenti, sensitivi e maghi vari ed eventuali spuntarono fuori come funghi. Anche l’Italia ebbe il suo pezzo da novanta in tal senso, l’istrionico Gustavo Adolfo Rol, all’epoca già intorno alla settantina e veterano della materia. Uno dei più famosi personaggi di quel periodo è senza dubbio l’israeliano Uri Geller. Nei primi anni settanta divenne famoso nel mondo come mentalista. Ai tempi, infatti, Geller, non ancora trentenne, balzò agli onori della cronaca perché affermava, tra le altre cose, di riuscire a controllare la materia con il pensiero. Si definiva telepatico (capace di leggere nel pensiero altrui) ed anche in grado di piegare e/o spostare degli oggetti con la sola forza della sua mente. Per provare le sue dichiarazioni mostrò in diverse trasmissioni televisive americane l’esperimento del cucchiaio: in diretta piegava dei cucchiai in metallo con la sola forza del pensiero. Ovviamente  – che ve lo dico a fare – si trattava di un banalissimo trucco: un misto di astuzia, illusioni ottiche e capacità recitative. Se siete arrivati fin qui, probabilmente starete pensando che dopo lo stupore iniziale Geller sia scomparso nel nulla dopo qualche mese, com’era giusto e normale che fosse. E invece no.

Il giochetto del cucchiaio piegato fa letteralmente il giro del globo e finisce sulle copertine di svariati giornali del pianeta. Decine e decine di tv del mondo si accapigliano per avere Uri Geller come ospite serale per fargli piegare ‘sto cazzo di cucchiaio in diretta di fronte a milioni di telespettatori increduli. Nel giro di un anno il giovane israeliano diventa famosissimo. Migliaia di bambini in tutto il mondo si divertono a piegare i cucchiai delle loro mamme, le donne impazziscono per il suo fascino “mistico” e gli uomini lo invidiano. Intorno alla metà degli anni settanta, milioni di persone in tutto il mondo non solo erano convinte che i suoi “giochetti” fossero reali, ma che lui fosse un vero e proprio mentalista capace di utilizzare il pensiero a piacimento ed in condizioni impossibili per buona parte del resto dell’umanità. Da fenomeno da baraccone dato in pasto alla massa durante le trasmissioni serali, Geller ben presto si trasformò in un vero e proprio guru. 

Insieme alla fama ed allo status, arrivarono, ovviamente, anche i soldi. Tanti, tantissimi. Quei giochetti lo fecero diventare molto ricco. L’isteria collettiva mondiale scatenata da questo personaggio fu letteralmente incredibile, a tal punto che oggi, a distanza di oltre quarant’anni, appare letteralmente surreale. E gli scettici? C’erano anche quelli, ovviamente. Geller fu “studiato” anche da alcuni fisici di fama, i quali, incredibilmente, non seppero dare una giustificazione razionale ai suoi “giochetti” e finirono quindi per definire le sue pseudo-capacità come inspiegabili dal punto di vista scientifico, di conseguenza probabilmente autentiche. È più o meno a questo punto che entra in scena il più accanito degli oppositori di Geller: James Randi. Non è uno scienziato, un cattedratico o un appassionato di fisica. Randi è un “semplicissimo” prestigiatore/illusionista. Cerca informazioni su Geller e ne trova subito una molto interessante. Riesce ad arrivare all’ex agente dell’israeliano, il quale gli rivela che agli esordi Uri era conosciuto in patria come prestigiatore/illusionista. Un collega di Randi, insomma.

A quel punto James capisce tutto: si procura diverse registrazioni delle apparizioni televisive del “mentalista” israeliano e le studia nei minimi dettagli, ne carpisce i trucchi e li ripete pari pari in tv, spiegandone i meccanismi. Lo sputtana, insomma. E dà una spiegazione anche per il parere dei fisici di cui sopra: solo un illusionista può capire i trucchi di un suo collega, perché ha il giusto metodo/approccio per farlo. Uno scienziato affronterà la cosa con rigorosi metodi scientifici razionali, palesemente inadatti a sviscerare gli inganni illusionistici tipici dei prestigiatori, che di razionale non hanno assolutamente niente.

Paradossalmente molta gente accusò James Randi di essere a sua volta un mentalista e di aver architettato una messa in scena per affossare il ben più noto rivale e, nel contempo, sfruttare il clamore per farsi pubblicità.  Sì, si arrivò a questo. Per molte persone evidentemente era difficile accettare che il guru mentalista israeliano che avevano idolatrato ed arricchito fino a quel momento fosse in realtà un comunissimo prestigiatore da quattro soldi. La fama di Uri Geller cominciò a scemare, ma molto lentamente. Internet non esisteva, quindi la diffusione su scala mondiale delle prove di cui sopra non avvenne velocemente come potrebbe invece accadere oggi e, tra l’altro, i fan sfegatati che non si arrendono nemmeno di fronte all’evidenza, si sa, non mancano mai. Geller visse di rendita, seppur notevolmente ridimensionato soprattutto nello status, per diversi anni. Ancora oggi, nonostante ormai non se lo inculi praticamente quasi più nessuno, esistono diversi suoi sostenitori convinti che abbia davvero una mente superiore capace di compiere prodigi incredibili.

Attualmente viviamo in un’epoca molto incerta. La crisi economica ed il progresso, tecnologico e non, negli ultimi anni hanno cambiato notevolmente le nostre vite. Il livello culturale delle nuove generazioni si è notevolmente abbassato. Nonostante oggi tramite internet si possano reperire informazioni su tutto lo scibile umano, ai giovanissimi non frega un cazzo. Plagiati da anni di nulla, dalla cultura usa e getta velocissima, da modelli terrificanti… È tutta un’illusione:  ti mostro lo schifo presentandotelo come oro e tu, che non hai i mezzi per capire il trucco, ti ficchi in bocca quintali di merda pensando che sia cioccolato. La musica, componente importante nonché specchio della società in cui prospera, ovviamente ha subito lo stesso processo. Cantantini da karaoke scaraventati nei “talent”, dati in pasto alle masse e presentati come grandi artisti; minorenni che non sanno fare niente agghindati con abiti alla moda, con una base elettronica sotto fatta in tre minuti e quintali di autotune sulla voce, che millantano vite “al massimo” che non hanno e che non avranno mai, esattamente come il loro target di giovanissimi a cui però è stato detto più volte  “Visto che bravi? Anche tu ce la puoi fare!”; gruppetti pop da discount travestiti da indie salcazzo e poi i soliti immancabili tizi sempre innamorati che cantano di “amore” da film di Muccino da trent’anni.  Il mainstream musicale odierno, a grandi linee, è più o meno questo. I dischi non si vendono più da oltre un decennio e la massificazione di internet ha velocizzato/banalizzato qualunque cosa, in primis la musica. Tutto e subito, a discapito della reale qualità,  poi “avanti il prossimo” e vaffanculo.

In una società basata sull’apparenza e sulla mistificazione, dove chiunque può mostrare più o meno facilmente di essere ciò che non è ma che magari desidera essere, non ci può essere che non-musica stupida, superficiale, usa e getta e priva di tutto, dai testi ai contenuti “tecnici”, anche scarni, in perfetta armonia con l’attuale modo di vivere. Una vera e propria illusione, un volgare trucco che fa apparire tutto per ciò che non è a 360 gradi. In un simile contesto da girone infernale, ovviamente, il rock è stato gradualmente ghettizzato sino a venire letteralmente ricacciato dove, circa sessanta anni fa, era partito: piccoli club e circoli underground, roba quindi circoscritta ad una ristrettissima “elite” di appassionati.  In un mondo in cui il conformismo è ben oltre i livelli di guardia, in cui “tutto e niente” è normale ed in cui il pensiero unico è ormai realtà non c’è più posto per chi cerca di andare controcorrente, anche magari solo per finta. Tutto deve essere allineato, confezionato e consumato secondo determinati  stilemi, ovviamente in fretta e senza pensare a niente, perché non c’è tempo o almeno questo è ciò che qualcuno vuol far credere. Tant’è.

Gli Zeke sono in giro da quasi trent’anni. Nel curriculum hanno pure dei concerti insieme ai loro ben più famosi conterranei Nirvana, quando erano ancora agli inizi.  Mi sono sempre piaciuti molto, ma fanno parte di quella folta schiera di gruppi che ti dimentichi di citare durante le lunghe conversazioni sulle band che secondo te spaccano. Con loro è inutile parlare di genere: sono un gruppo rock’n’roll e tanto basta. Tra i loro dischi precedenti, consiglio di recuperare almeno Dirty Sanchez del 2000, una vera e propria granata. Li avevo persi di vista da anni e anni ed ho scoperto che avevano rilasciato questo Hellbender solo un paio di mesi fa per puro caso. Il loro ultimo full length prima di questo risale a ben quattordici anni fa. In sostanza sono rimasti dove li avevo lasciati. Questo disco non sarà ricordato come il loro capolavoro, ma la scoperta casuale della sua uscita, per giunta dopo oltre un decennio di silenzio, per me è una sorta di “segno”.

Fare “rock” (inteso come “musica dura suonata”) oggi è, nel contesto descritto sopra, quasi una follia. I dischi non si vendono più, mentre i concerti, nella migliore delle ipotesi, hanno meno della metà del pubblico dei tempi d’oro. Tutto ciò che riguarda questo genere musicale, dall’attitudine alla musica, viene visto come superato, fuori moda, vecchio. Fare dischi e tour, nella maggioranza dei casi, non solo non ti permette nemmeno di “vivacchiare”, ma spesso non ti fa nemmeno rientrare nelle spese. Solo un vero appassionato nel 2018 si può dedicare a questi generi, perché oggettivamente dal punto di vista economico è un vero e proprio suicidio.  Il ritorno degli Zeke dopo anni di silenzio discografico, in un certo senso, è paradigmatico. È il piccolo che sfida il più grosso, Davide contro Golia. E sappiamo tutti com’è finita. Quella attuale è solo una fase, una moda passeggera, il classico periodo di magra dopo anni di vacche grasse e come tutte le fascinazioni trendy ad un certo punto finirà. Noi, dal canto nostro, abbiamo il dovere morale di supportare questi gruppi il più possibile. Dar loro più voce, più vigore, maggior forza e coraggio per andare avanti. Tra qualche anno tutta la gentaglia di cui sopra sparirà, esattamente come Uri Geller, e non se la ricorderà più nessuno, mentre noi saremo ancora qui, esattamente come ieri e come oggi, sempre con la stessa testa di cazzo. Perché quando hai delle cose da dire, quando sai fare davvero qualcosa, lasci comunque il segno, mentre chi non sa fare niente, anche se all’inizio riesce ad ingannare qualcuno con dei trucchi, dopo un po’ torna nell’oblio per sempre, dimenticato dai più e ricordato da pochissimi come una nullità. Il rock’n’roll ha resistito a tutte le mode e ne uscirà bene anche questa volta, anche se magari a ‘sto giro la questione è più difficile rispetto al passato. Il rock’n’roll non morirà mai e gli Zeke sono tornati per ricordarcelo. Tutto il resto del mondo ce la può sucare. (Il Messicano)

9 commenti leave one →
  1. 5 ottobre 2018 07:58

    “La musica, componente importante nonché specchio della società in cui prospera, ovviamente ha subito lo stesso processo. Cantantini da karaoke scaraventati nei “talent”, dati in pasto alle masse e presentati come grandi artisti; minorenni che non sanno fare niente agghindati con abiti alla moda, con una base elettronica sotto fatta in tre minuti e quintali di autotune sulla voce, che millantano vite “al massimo” che non hanno e che non avranno mai, esattamente come il loro target di giovanissimi a cui però è stato detto più volte “Visto che bravi? Anche tu ce la puoi fare!”; gruppetti pop da discount travestiti da indie salcazzo e poi i soliti immancabili tizi sempre innamorati che cantano di “amore” da film di Muccino da trent’anni. Il mainstream musicale odierno, a grandi linee, è più o meno questo”

    92 minuti di applausi!!!

    Piace a 1 persona

  2. Arkady permalink
    5 ottobre 2018 08:25

    https://goo.gl/images/SpJen9

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  3. Aris permalink
    5 ottobre 2018 09:39

    Epico! Spero tu abbia ragione! \m/

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  4. vito permalink
    5 ottobre 2018 10:43

    Nel Rinascimento gli artisti erano tenuti a stipendio senza inficiare la qualità del loro lavoro !

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  5. sghembol permalink
    5 ottobre 2018 16:44

    Parlare degli Zeke è sempre cosa buona e giusta. Lo scorso aprile passarono in Italia, io li vidi a Livorno e purtroppo eravamo pochini. In quaranta minuti han suonato una trentina di brani ad una velocità e con una furia impressionante. Gente a cazzo duro come pochi.

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  6. Mirko permalink
    5 ottobre 2018 18:40

    Mitici Zeke, la vittoria della sconfitta!

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  7. Dave permalink
    5 ottobre 2018 22:00

    “gli inganni illusionistici tipici dei prestigiatori, che di razionale non hanno assolutamente niente” – ma questa frase non vuol dire niente, le tecniche dei prestigiatori sono razionalissime in quanto rigorose e riproducibili, che vuol dire che non hanno nulla di razionale? Infatti vengono imparate, smascherate, spiegate di continuo.

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  8. weareblind permalink
    6 ottobre 2018 15:15

    Ottimo articolo. Gli Zeke mi fanno cagare, lunga vita a loro.

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  9. sergente kabukiman permalink
    16 ottobre 2018 22:10

    che poi il loro ex bassista ora suona negli high on fire quindi zeke=ciccia sonora

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