Dieci dischi per gli anni Dieci: Lorenzo Centini

Oh, non è per niente facile. Dieci dischi degli anni ’10. E che vogliamo raccontarci? Opinione mia, magari non condivisa dall’autorevole toscano, non è che siano usciti molti capolavori o generi nuovi. O scene. Tanto ormai ognuno è un’isola, quali scene… Per quanto mi riguarda, dischi eccellenti il decennio in questione ne avrebbe prodotti diversi e non sarebbero bastate 10 caselle per includere ad esempio cose egregie come Burzum, Atlantean Kodex, Wolves in the Throne Room, Behemoth, Rotting Christ, Alcest, Earth, Triptykon, Mgła, Fallujah, Shape of Despair, Nader Sadek, Electric Wizard, Vektor, Moonsorrow, Manilla Road, Progenie Terrestre Pura, Sleep, Yob (premio Tenco per Our Raw Heart, la Cortez the Killer dei giorni nostri), Secret e Messa. Quindi, a parte due dischi giustamente incensati in precedenza da Metal Skunk, scelgo di dare la precedenza ad alcuni miei feticci. Cominciamo.

GIUDA – Racey Roller (2010)

Esordio del decennio già a gamba tesa, ed è subito un’altra partita. Roma capitale del rock’n’roll. A vederli in foto agli esordi, sulla panchina di un campetto di periferia, chi l’avrebbe mai detto. Ma i solchi del disco erano già incendiari, Tenda un goleador di prima fascia sempre pronto a buttarla dentro. Qualsiasi palla a centrocampo passava già per i piedi di Moretti. E Malagnini, beh, fatemelo dire, sono un gran tifoso di Malagnini come fantasista, pochi tocchi, essenziali, ma illumina sempre il gioco. E poi Tarea e Sebastianelli, che difesa, ragazzi. La cosa assurda è che poi su disco con Let’s do it Again hanno fatto persino di meglio, e i successivi Speaks Evil ed E.V.A. si giocano la qualificazione in coppa a testa altissima. Una band di statura pazzesca, con canzoni pazzesche ed un tiro pazzesco. Se li incrociate su qualche palco (magari, sperar non nuoce), non ve li perdete per nulla al mondo. Se poi non ballate, pogate o cantate cori da stadio è un problema solo vostro, non dei cinque romani(sti). Contro il calcio ed il rock moderni. I migliori negozi di dischi hanno chiuso i battenti (in bocca al lupo a tutti quelli che resistono). Le bandiere più attaccate alla maglia sono state allontanate da affaristi americani. Ci restano i Giuda, imperterriti. Dai campetti di Porta Metronia in terra battuta alla Rise Above di Lee Dorrian, passando per il palco dell’Hellfest ed in concerti di spalla ai Turbonegro. Ma sempre con un fortissimo accento romano. L’unico gruppo di cui possiedo ben tre magliette.

ENSLAVED – RIITIIR (2012)

Non so perché, cosa stessi cercando, ma su Google mi capitò una foto di Vittorio Sgarbi con Marione “The Black” e finisco su questa pagina. “Metal Skunk, mah… Vediamo cosa c’è nella home”. Quel giorno in home c’era la recensione di RIITIIR del buon Barg. Era da un bel po’ che avevo smesso di seguire musica pesante, avevo esplorato veramente di tutto e ormai non ascoltavo più nulla. Sarà stato un anno che non mi esaltava più nulla. Questo Barg però sembrava convincente. Premetti play e partì il riff di Thoughts Like Hammers. E giuro, da quel momento è stato come se il sangue nelle arterie ricominciasse a fluire come l’acqua nel video della canzone. Il mio bentornato alla Musica, alla passione più bella che potessi avere. Un disco del genere è un dono, un capolavoro vero, senza tempo. Altra canzone pazzesca, quella Roots of the Mountain, ascoltata di mattina all’ombra delle sette sorelle di Mosca. Ma questa è un’altra storia… Parliamo di un disco che è semplicemente troppo bello da descrivere a parole, troppo emozionante. Un disco di importanza fondamentale nella mia vita, uno dei pochi qui che mi hanno regalato negli ultimi anni quella gioia che provavo da ragazzino la prima volta che ascoltavo un Superunknown, un Blues for The Red Sun, uno Slaughter of The Soul, un Demanufacture. Ok, non ai livelli di quei quattro, ma anche io nel 2012 non avevo più 14 anni, per cui non potevo proprio pretendere molto di più. Ma poi c’è dell’altro: questo disco, come alcune delle letture e dei pensieri incontrati in quel periodo, mi hanno convinto ad abbandonare la pretesa schiavizzante del progresso (curioso, è di fatto un disco prog) e a cercare sempre più nelle tradizioni e negli aspetti meno materiali della Natura quello che sto cercando, qualunque cosa sia.

BEASTMILK – Climax (2013)

Disco incredibile. Una luce bianca fredda nella notte più buia, che ti insegna ad accogliere quel buio ed abbracciarlo, freddo. Un disco che ha il potere di salvare una vita o dannarla. Un disco entusiasmante. Death rock, il migliore. Punto. Anche meglio di tanti classici. Un disco pop, per certi versi, suonato però coi muscoli di musicisti metallari, canzoni perfette, arrangiamenti perfetti, suoni perfetti. A partire dall’incipit, quasi una sirena d’allarme riconoscibile all’istante. Un bombardamento atomico. Linee vocali killer, che la prima volta che le ho sentite dicevo “che strane…”, alla seconda già le cantavo a squarciagola. Dieci inni, dieci chiodi di ghiaccio e sangue. L’ho sempre immaginata come la backing band perfetta di un Morrissey in vena di fare rock per davvero, ma Moz non azzecca una canzone da Irish Blood, English Earth. Dieci così non ne scrive da tempo immemore. E poi Mat McNerney (ex Dødheimsgard, anche in Hexvessel e Deathtrip, consigliatissimi questi ultimi almeno), oltre che autore delle canzoni, è un frontman (in)credibile, qui e nel seguito della band dopo il mutamento di pelle. Oddio, il primo dei Grave Pleasures fu una delusione (non del tutto), mentre Motherblood è quasi tornato a questi vertici qui, complice il connubio con gli Oranssi Pazuzu e David Tibet. Generosissimi dal vivo, una band che sa che il suo piccolo seguito ama mantenere aperte le ferite di dischi così e gli rende tributo suonando al meglio sul palco. Disco del decennio, su per giù. Meat is only theatre of pain.

SCOTT WALKER + SUNN 0))) – Soused (2014)

Avrebbe potuto fare una collaborazione coi Metallica come fanno tutti. E invece no, meglio coi Sunn O))). Non che la mia opinione su questi ultimi sia proprio lusinghiera, ma tra Greg Anderson e quel cialtrone di Hetfield non ho dubbi. Il motivo per cui includo nel listone il disco è l’oscuro Scott Walker, comunque. Nei confronti del quale nutro attrazione mista a timore reverenziale. Anzi, nutrivo, dato che è un altro che se ne è andato nel decennio infame, come Cornell, Steele, Shelton, Perciballi, Beefheart, Hart… Membro di una boy band ante litteram, autore con Scott 4 di uno dei dischi di cantautorato crooner degli anni ’60 più belli e influenti di sempre (non secondo a Leonard Cohen in quanto ad influenza anche su tanto neofolk), poi progressivamente dedicatosi, con cadenza sempre più rarefatta, a sperimentazioni lugubri ed insostenibili tra operetta, avanguardia, noise. E drone metal, appunto. Non vi sto a dire che lo ascolti ogni dì, eh. E nonostante gli anni ’10 abbiano visto un boom della sua produzione, parliamo qui di Soused e non di Bish Bosch, forse più estremo ancora, perché quest’ultimo, durando mezz’ora in più, è ancora più difficile da digerire. Disco assurdo, però, questo Soused, al quale i Sunn O))) contribuiscono in maniera pure convenzionale, quasi ininfluente. Chi ci mette la malignità vera è Walker, uno che che ha messo in scena più volte le follie totalitarie, dallo stalinismo a Milosevic, dalla fine di Claretta Petacci a quella di Ceasescu. Uno che tra testi espressionisti e campionario di demoni e incubi del secolo ventesimo e dei primi scampoli del ventunesimo suona disturbante per davvero. Uno che un disco così l’ha pubblicato a settantun anni e, anziché celebrarsi come l’icona pop che avrebbe potuto essere, nelle foto promozionali, con berretto e ghigno, faceva capire immediatamente che quello veramente pericoloso era lui.

CHELSEA WOLFE – Abyss (2015)

Forse il disco migliore della Wolfe, archetipo della diva gotica per i tempi che viviamo, con tantissime epigoni da perdercisi, ma pochissime in realtà hanno questa complessità, profondità e banalmente bravura. Qui poi Chelsea si supera, con un disco di piombo, lento, pesante, doom. Che più doom non si può. E folk, ovviamente. E industrial. E non solo. Iron Moon è spleen puro, da colonna sonora di Lynch, sì, me la vedo suonata sul palco del Roadhouse, con quella cadenza disperata anni ’50 e quel suono così potente, avvolgente, femmineo. E non parliamo poi di Simple Death, il suono di un’esondazione notturna, senza speranze. Ovvero la colonna sonora ideale per stare al buio sul letto a guardare il soffitto. Ma anche oltre il tetto, le stelle non si vedrebbero mica. Mettete la diffidenza, anche legittima, da parte, scostate la tenda ed entrate nella Loggia con Chelsea Wolfe. Un incubo catartico.

BÖLZER – Hero (2016)

Difficile scegliere in questo caso. Perché includere gli svizzeri nella lista per me è doveroso, ma sarebbe stato più facile menzionare l’EP Soma per via di quel riff . Invece voglio rendere tributo all’album del 2016, che non ha ottenuto quello che meritava, forse troppo “melodico” , addirittura “hipster” per alcuni. Ma vadano al diavolo. I Bölzer per me sono stati una folgorazione e li seguo da vero fan dalla prima volta che li ho sentiti. Sono una band barbara, eroica, metallo nero, nerissimo, ma anche epico, pagano, ancestrale. Coraggiosa. Perché per infilare in un brano di metallo nero un fischiettare tra Popeye e i sette nani di Biancaneve ci vuole comunque coraggio. In Hero la foga furente degli EP precedenti è decisamente più mediata e meditata, il suono meno ruvido e potente, ma si guadagnano per contro certe aperture melodiche inaspettate. Se non vi piacciono, siamo amici lo stesso e vi consiglio comunque Soma e Aura. Per me resta un mistero come non siano popolari da queste parti. Voglio dire, per me al confronto i Batushka fanno ridere. E poi siamo pur sempre nella scia di una tradizione tutta svizzera per il metallo nero e sperimentale. Eppure, strano a credersi, colonna sonora ideale per attraversare in auto una metropoli mediorientale durante una tempesta di sabbia, con l’auto piena di mobilio scandinavo da due soldi.

MONEY – Suicide Songs (2016)

Siccome ho capito di non essere stato il solo ad essere tornato ascoltatore vorace di musica pesante proprio col nuovo decennio, dopo alcuni anni dedicati ad altro, volevo includere nella lista un disco che non è metal nemmeno di striscio, anche se non è che fuori dal metal gli anni ’10 siano stati così esaltanti. In campo pop e affini, i precedenti ’00 ci avevano regalato scene e dischi che era una gioia seguire. Penso ad oltre oceano, TV On The Radio (i migliori), Deerhunter, Akron/Family, Arcade Fire, Yeasayer (primi), LCD Soundsystem. Albione, lievemente in affanno, rispondeva però con pattuglie rock gioiose (Futurheads, Maximo Park), classici moderni (Horrors, Elbow) e vecchi lupi di mare (The Good, The Bad and The Queen). Non indagate troppo, se non siete di ampie vedute. Tornando ai ’10, anche questo brio è venuto meno. Poca roba al confronto: DIIV, Fucked Up, Titus Andronicus. Di Twin Shadow non vi parlo che questo è pur sempre un blog metal. In Inghilterra gli Shame del primo album, ma poi il secondo così-così. Ma tanto i MONEY, di cui vi parlo ora, non sarebbero finiti in nessuna scena manco nel decennio precedente. Da Manchester. E da dove, sennò? Dopo un disco ecumenico e toccante come The Shadow of Heaven (2013), questo Suicide Songs è perfetto già dal titolo. Disperatissimo e luminoso. L’uno-due di I Am the Lord e I’m Not Here è da infarto, psichedelico come le leggiadrie dei Verve prima che Ashcroft decidesse di frustrarle in nome del DENARO (guarda un po’). Si tratta di Poesia, ecco, diciamolo. Pop? Beh, sì, suono e parole. Che parole! “I’m not trying to say that I don’t want to be God / I just don’t want to be human“. Quanta misantropia, non trovate? Il cantante Jamie Lee avrebbe meritato di essere riconosciuto come il Morrisey della sua generazione, se solo questa generazione avesse meritato un Morrisey. Ma va bene, chiudo. Tanto non vi piacerà. Oppure sì? (Mi rendo conto solo ora che sto per consegnare il pezzo al Barg che mi sono giocato la casella riservata al “disco pop psichedelico e romantico fuori contesto” per i Money a scapito di Forever Dolphin Love di Connan Mockasin, non faccio a tempo a tornare indietro sulla mia decisione, voi però ascoltate pure qua, se nel vostro petto batte ancora il cuore di un Corto Maltese o di un Sandokan)

FORTERESSE – Thèmes Pour la Rébellion (2016)

Nei ’90 conoscevi un gruppo perché un amico fidato te ne faceva una cassetta. Nei ’00 ti fidavi ancora di riviste o webzine blasonate. Nei ’10 la musica nuova la scopri grazie agli algoritmi di YouTube e Spotify. Che poi va anche bene se ti ritrovi con scoperte tipo Thèmes Pour la Rébellion. Che è un disco clamoroso. Ovviamente non me ne frega nulla della causa dell’indipendenza del Québec. Come del nazionalismo dei nostri. Ma questo è un disco che incendia le polveri da subito. In anni di black metal atmosferico, di chitarrine zanzarose e scenografie discutibili, quello dei Forteresse è un metallo nero e direttissimo, aspro, veloce, istintivo. Incita talmente bene alla rivolta che se anche la causa fosse l’indipendenza della Tuscia mi fomenterei ugualmente. Niente atmosfere ammiccanti, niente misteri demoniaci da Instagram. Una compattezza tale che a tratti non ci si rende conto di essere passati da una canzone ad un’altra. E un’attitudine punk senza compromessi, right-in-your-face, senza fronzoli.

HAIL SPIRIT NOIR – Mayhem in Blue (2016)

Stile puro, personalità e coraggio. Terzo disco dopo due già parecchio interessanti, Pneuma (2014) e Oi Magoi (2014), Mayhem in Blue perfeziona la formula dei tre tessalonicesi (dal vivo la formazione arriva a contarne sei). La formula allora: un prog rock anni ’60 e ’70 suonato con piglio black metal moderno. O viceversa. Farfisa e screaming vocals. Colonne sonore horror, satanismo acido. Se ne parlava agli inizi come dei Doors black metal, ma l’ascendenza più significativa è forse quella che risale alla psichedelia mediterranea e ad un capolavoro come 666 degli Aphrodite’s Child (che Sakis Tolis pure conosce benissimo). Forzando un po’ (tanto), una specie di cugini greci della scena mediterranea dei ’90. Ci sono almeno tre brani straordinari: l’attacco con I Mean You Harm, dal rock dei sessanta al sadismo del blast beat finale, l’incubo straniante di The Cannibal Tribe Came From The Sea (Lovecraft meets Omero), e soprattutto la lunga Lost In Satan’s Charm che mi ritrovo ad ascoltare periodicamente, ma anche a canticchiare tra me e me, da quattro anni ormai. Brano prog dall’andamento stupendo, con una melodia indimenticabile che quando viene ripetuta in screaming nel finale su di un tappeto di mellotron, beh, la tensione è alle stelle (“Lying down in the vast open space, You see some dots in the sky, I see the stars that die, I hear them sigh“). Applausi meritati.

A FOREST OF STARS – Grave Mounds and Grave Mistakes (2018)

Dal Paese di Shakespeare ci si aspetta teatralità nel metal, anche in quello più nero. Ma poi c’è anche tutta una storia di esoterismo, dal paganesimo, a John Dee fino alla cultura industriale (consigliatissimo il saggio Come to the Sabbath edito dai tipi della Tsunami) e quindi è ancora più facile contestualizzare gli A Forest Of Stars. Questo ultimo disco mi ha conquistato da subito, dal diorama in copertina alle atmosfere cupissime con cui hanno tinto questa volta, ancora di più, la loro visione psichedelica. C’è tanta vecchia Inghilterra, puzza di fuliggine e carbone, ladri di cadaveri, sifilide. Musicalmente parlando, il black metal si ibrida con esperienze come Comus, High Tide e Current 93. E ne nascono brani decadenti e feroci, disperati. Per riuscire a sentirli dal vivo, li ho inseguiti in Germania al Prophecy Fest e niente, serata sbagliata. Primi ad esibirsi, arrivati tardi per il check, suoni sbagliati, chitarrista che ha steccato tutto il possibile sotto gli sguardi sconsolati dei compagni. Un disastro, purtroppo, e quel viaggio lo avevo organizzato proprio per riuscire a sentire come suonasse dal vivo un disco del genere. Poi però sono restati sotto al palco tutto il festival a vedere gli altri gruppi e a socializzare con chiunque si avvicinasse, birra alla mano, riguadagnando tutti i punti perduti. Aspetto con ansia il prossimo disco.

SOLSTICE – White Horse Hill (2018)

Chiudo con un altro disco per cui devo essere grato a questo sito. Un altro di quei dischi che dal primo ascolto sono già assolutamente perfetti e necessari, antichi. Una band minuscola, che puzza di sfiga (e sfiga ne ha, si pensi alle peripezie di salute di Rich Walker) ma che va avanti imperterrita, lenta ma inesorabile, portando fieramente in battaglia il vessillo del metallo più epico, doom, barbaro e romantico. Un’altra esperienza che chi non è metallaro non sa di perdersi. White Horse Hill è un disco bellissimo, magico dalla prima all’ultima nota, ma è anche più di un disco. I suoi sono inni al riscatto dalle nostre vite più misere, schiacciate tra burocrazia, asfalto, microchip, grafici, performance. La Vita è un’altra cosa. Un disco del genere te lo ricorda ogni volta che lo fai partire. Il music business potrà passarsela male, le ultimi generazioni non hanno provveduto a sostituire i giganti del passato con nuovi alfieri altrettanto significativi, tra un po’ i nostri idoli saranno troppo vecchi e fuori luogo per essere credibili su un palco o su disco. Ma finché ci saranno band come i Solstice e dischi come questi, la parte più vera di noi resterà viva. For Ale! For Albion!! For Metal!! (Lorenzo Centini)

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