La cura Nuclear Blast non fa sempre male: ORANSSI PAZUZU – Mestarin Kynsi

mestarin

Gli Oranssi Pazuzu sono il perfetto esempio di band su cui, a un certo punto, ti devi un po’ ricredere: tutti ne hanno una, loro sono la mia. Per quanto un album come Kosmonument non mi dispiacesse affatto, dubito che un giorno vorrò tornarci sopra. È come se finora ai finlandesi fosse mancata la capacità di giungere al sodo, giocherellando e misurandosi l’uccello vicendevolmente e un po’ troppo a oltranza per non destare alcun sospetto. Con l’aggravante di tenersi addosso certe usanze tipiche delle loro radici, il black metal, meticciato con roba che già vent’anni fa non sorprendeva granché: unire due o più cose deve innanzitutto funzionare e concorrere al raggiungimento di uno scopo, altrimenti ti stai misurando il cazzo. E poi è arrivata la Nuclear Blast, e lei, quando si tratta di adoperare il righello, è la numero uno al mondo.

Quest’ultima sarebbe capace di entrare in un negozio di cristalli, guardare ogni articolo esposto e poi fissarsi sulla tazzina Ginori tenuta in cima a uno scaffale. Senza attendere la commessa con la scala, Nuclear Blast tenterebbe di fare tutto da sé e distruggerebbe ogni prodotto in mostra, lasciandosi alle spalle un cumulo di vetri pregiati e clienti bestemmianti. Non ho idea di come sia andata con gli Alcest: nel loro caso ero molto scettico ma mi riferiscono che tutto sommato gli sia stato concesso di rimanere se stessi. La cosa certa, tralasciando che non ho ancora approfondito l’ultimo lavoro di Neige, è che gli Oranssi Pazuzu non sono stati massacrati come si poteva banalmente temere.

Nel loro caso grido al miracolo anche se quest’album è tutt’altro che un miracolo, e credo che la spinta sia arrivata dal budget piuttosto che dal consueto processo di uniformazione che l’etichetta tedesca riserva un po’ a tutti. È più una questione di imprinting mentale, dato che all’etichetta tedesca non interessa che ti atteggi ad assoluto dominatore degli scantinati. È preteso che tu ambisca ad un qualcosa di più, e dunque, al solo sentirli dichiarare che non è cambiato assolutamente niente” vien da ridere e basta. Cito come esempio i Municipal Waste: non è un caso che fra le tante band retro-thrash l’occasione di firmare sia capitata proprio a loro.

Gli Oranssi Pazuzu avevano semplicemente bisogno di suonare così, di mostrarci un piglio meno di nicchia del solito e di presentarsi con un videoclip pur sempre nei ranghi, ma comunque d’effetto, come quello di Uusi Teknokratia. È da dettagli del genere che capisci quanto tutto sia radicalmente cambiato, e senza Nuclear Blast ciò non sarebbe stato possibile. Gli Oranssi Pazuzu sarebbero eternamente rimasti la band che ogni anno stampa un EP, o uno split col vicino di casa, e che porta avanti una tradizione che oggi è compatibile con BandCamp, ma non quando tutti ti dicono che “hai talento” e alla fine girelli sempre attorno alle stesse mattonelle. Mestarin Kynsi è a parer mio l’album della loro svolta, anche se non è esente da problematiche.

Le contaminazioni che tutti quanti attribuiscono allo space rock, al jazz e a quant’altro, sono “il problema”. Ci sono pezzi nati per funzionare entro quattro o cinque minuti di durata e che gli Oranssi Pazuzu allungano col brodo della psichedelia, generalmente in avvio o in chiusura, ottenendone un polpettone da nove minuti che sembrerà non decollare mai. Spesso, e purtroppo, questi aspetti non sono ben integrati col loro modo di comporre. Non è un’amalgama funzionale ma un qualcosa che si accoda al black metal (o a quel che ne rimane), senza girare come dovrebbe.

Si ha quasi l’impressione che più parti strumentali vadano a formare un unico blocco, in cui, semmai, è proprio l’elettronica l’elemento meglio amalgamato degli altri. Ti ricorderai le parti elettroniche di sottofondo al black metal, talvolta ti rimbomberanno nella testa. I minuti di jam session in anticipo a una lunghissima canzone, al suo termine, non saprai più che cos’erano o dove volevano andare a parare. La parte centrale dell’album tende un po’ a dominarlo e in tal senso Uusi Teknokratia è un pezzo davvero pazzesco: ha un piglio rock e una ruffianaggine che al momento dell’assolo di chitarra mi ha fatto pensare non so come a certe cose di Lullabies to Paralize; sembrerà un paradosso, ma mi è davvero venuto in mente Homme e la roba che per anni ha denominato “robot rock”.

Il minimalismo è l’elemento cardine che gli Oranssi Pazuzu sanno gestire al meglio, ma il volerci strafare ancora li limita un po’: mi spiego meglio, analizzandolo singolarmente, quel che mettono in atto sembra sempre razionale, ma il disco è pur sempre una cosa d’insieme. È nella gestione intelligente di tutti questi elementi che serve qualche ulteriore passo in avanti, ma innegabilmente un salto c’è stato. Poi c’è quell’attitudine da artistoni contemporanei che andrebbe un po’ placata: la copertina sott’acqua, le foto mosse alla band col trucchetto dell’esposizione multipla e aspetti del genere finiranno col generare molti più vaffanculo di quanti potranno mai essere i complimenti.

In ogni caso sto letteralmente consumando quest’album, il cui buon funzionamento è in gran parte attribuibile alla firma per Nuclear Blast. Ci avrei mai scommesso un mese fa? (Marco Belardi)

3 commenti

  • Mi hanno sempre dato la sensazione di avere una decina di polpettoni piazzati sullo stomaco, però chi sono io per non dargli un’altra possibilità?
    La Nuclear Blast ha fatto meno danni di quelli che le vengono attribuiti secondo me: alcuni dischi escono buoni e con bei suoni, altri effettivamente tutti uguali… non è che sono i gruppi che, facendo cagare, puntano sul famoso suono bombastico?

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  • Premesso che non mi fanno per nulla impazzire, c’è un dato inopinabile che emerge nell’attualità del black metal. È l’unico sottogenere dove si continua a provare una via sperimentale. Vedo la gente mort…no, lapsus. Vedo la gente gioire per il nuovo Cirith Ungol. Questo è un grosso problema. Al di là del valore intrinseco del disco in oggetto. La questione della presunta mancanza di ricambio generazionale, a mio modo di vedere, è una falsa questione. È che si vuole andare sul sicuro. Etichette in primis. Esistono una miriade, una spaventosa miriade di band. Qualche giorno fa guardavo alcune ststistiche interessanti su discogs. Il numero delle band che suonano metal estremo nelle sue varie declinazioni, negli ultimi 21 anni, è circa 10, 15 volte maggiore rispetto agli anni 90 del secolo scorso. Questo vuol dire due cose, fondamentalmente. Maggiore probabilità di impattare merda. Maggiore probabilità di impattare qualcosa di molto interessante. Ma ci vuole pazienza, tempo, attitudine soprattutto in chi va a scovare sta roba. Invece ci si accontenta di perdere lungimiranza in nome di soldi sicuri per il prossimo festival estivo de sta grande popozza. Posto che quest’anno col cazzo che se suona a qualche festival. Vuoi vedere che magari qualcuno appizza mejo le recchie, come se dice a Roma?
    Staremo a vedere.

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  • mi ricorda una copertina dei neurosis, forse thorugh silver in blood..

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