ORANSSI PAZUZU – Kosmonument (Spinefarm)

Come tutti i generi musicali ai quali viene appiccicato il prefisso “post”, anche il post black metal è materia estremamente complessa e variegata, una definizione che significa tutto e niente allo stesso tempo e che riunisce in un indefinibile calderone tutta una serie di sperimentazioni che prendono le mosse dal genere di riferimento. Appare quasi superfluo sottolineare quanto sia sottile il confine che delimita i progetti realmente capaci di inserire elementi, a volte perfino antitetici rispetto al black metal, perfettamente integrati in una partitura più classica e quelli, al contrario, che precipitano miseramente nel grottesco involontario.

Gli Oranssi Pazuzu, almeno nelle intenzioni, rientrano a pieno titolo nel primo gruppo, nonostante sia davvero complicato riuscire ad inquadrarli all’interno di un qualsiasi macrogenere di riferimento, operazione che si fa ancora più ostica alla luce del secondo lavoro del quintetto finlandese. Muukalainen Puhuu, uscito un paio d’anni fa, era una di quelle cose che si apprezzano pienamente solo se ascoltate dopo un prolungato soggiorno nei laboratori del dottor Hoffman: un jazz psichedelico dal quale partivano sporadiche bordate black metal e sussurri gracchianti. A suo modo geniale, se si entra in sintonia empatica con le note che escono dallo stereo, ma io continuo a preferirgli The Painter’s Palette, che ben sei anni prima aveva già ampiamente alzato l’asticella della contaminazione tra certi generi.

Kosmonument da il via ad un processo di limbonicartizzazione che aveva parzialmente preso il via già nello split con i Candy Cane (da tenere assolutamente d’occhio) e che tende a riportare la band nell’alveo di un metal estremo sempre corroborato da influenze jazz, prog, kraut rock (la strumentale Siirtorata 100 10100 pare uscita da un disco dei Tangerine Dream), finanche da cervellotici richiami ai Pink Floyd, ma pur sempre metal. Trovato il giusto equilibrio tra la forma canzone e l’autoerotismo compiaciuto di chi vuole forzatamente uscire da qualsiasi schema, gli Oranssi Pazuzu riescono finalmente a dare organicità ad una proposta schizofrenica ma spesso decisamente troppo anarchica.

Purtroppo, però, è proprio quando la band si avventura in territori esclusivamente black metal (Uusi olento nousee o l’insipida Loputon tuntematon) che scivola nel manierismo più soporifero, distante anni luce dai bagliori cosmici di Andromeda, tanto per citarne una. Un passo avanti? Non proprio. Una mezza delusione? Nì. Ma di sicuro l’artwork in stile disco black anni novanta disegnato sotto effetto di acidi, perde nettamente il confronto col suo predecessore. (Matteo Ferri)

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