Un secolo sulla placida isola d’ignoranza: cent’anni de Il Richiamo di Cthulhu

Riteniamo la nostra esistenza così essenziale per l’Universo che siamo portati a darle uno scopo. Ora bisognerebbe prima dimostrare che anche l’Universo ha uno scopo. La verità, che un bel giorno ci si rivela ma che ci affrettiamo a rifiutare, è che nemmeno l’Universo ha uno scopo. Se avesse uno scopo non sarebbe eterno, né si farebbe credere tale. 

Ennio Flaiano, Diario notturno, sezione “La saggezza di Pickwick” (1945).

Sono passati cent’anni esatti da quando H.P. Lovecraft terminò di scrivere Il richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu), nell’estate del 1926. È un racconto che, da allora, è sempre esistito in una dimensione strana o, per dirla con un termine più caro all’autore, estranea: tutti lo conoscono, o ritengono di conoscerlo, perché Cthulhu è diventato un mostro popolare, un simbolo stampato su magliette e toppe, un nome che nei decenni è rimbalzato tra citazioni letterarie, fumetti, giochi di ruolo, dischi, videogiochi. Con la sua fisionomia chimerica da polipo-drago-uomo, è andato ad affiancare i mostri classici del cinema e della letteratura, come Dracula, il Lupo Mannaro, la Mummia, lo Zombie e gli altri. Eppure, quando si riprende in mano il racconto che gli ha dato vita, ci si accorge che non è affatto una cosa facile, né immediata da leggere. Anzi, a guardarlo bene, è forse uno dei racconti più estranei di Lovecraft, quello che meno ha le caratteristiche di un racconto nel senso tradizionale. Il richiamo di Cthulhu è un racconto paradossale: il mostro più famoso di Lovecraft è il prodotto di un testo che non vuole essere un racconto, perché non è stato scritto seguendo una progressione narrativa, per lo meno non in senso classico: manca infatti qualcosa come il percorso di un protagonista che entra in un luogo proibito, vede qualcosa e scappa, oppure muore. Non c’è neppure quel gusto per la messa in scena tipico del racconto dell’orrore di tradizione gotica. Niente di tutto questo, perché Il Richiamo è volutamente concepito come una ricomposizione di trame indipendenti e lontane: un lavoro in parte da archivista, in parte da investigatore, quasi da storico. Nelle prime e celeberrime righe del testo, Lovecraft usa l’espressione “piecing together”, che risulta particolarmente esatta, perché rimanda all’atto del mettere insieme frammenti che non nascono per stare insieme. Meglio sarebbe se restassero separati. Il guaio è che, una volta ricomposti quei frammenti, ci si accorge troppo tardi che si incastrano fin troppo bene, ma la rivelazione che ne deriva non porta a una conoscenza superiore, proibita, né rivelatrice: porta al terrore cieco, alla disperazione e alla follia. Non si nasconde, peraltro, neppure una più angosciante attesa della fine del mondo. Proprio per questo, perché è un racconto che richiede un tipo di lettura diverso, resta un’opera centrale per chi ama l’horror, e in particolare quel filone che chiamiamo “cosmico” per comodità, ma che in realtà parla della nostra posizione mentale davanti all’abisso.

Weird Tales, vol. 11, n. 2, Febbraio 1928

Lovecraft fece una cosa crudelissima: prese una delle pulsioni più umane che esistano, ovvero il bisogno di trovare una logica, quindi correlare, dare forma e far tornare i conti, e la usò per dimostrare che questa necessità ancestrale porta alla paura, ovvero quella che lui stesso riteneva “l’emozione più antica e più forte dell’umanità”, in particolare la paura dell’ignoto. La ricerca di conoscenza venne trasformata così contemporaneamente nel motore e nel motivo stesso dell’orrore che si rivela leggendo la storia. È per questo che il celeberrimo incipit, quello sulla “incapacità della mente umana di correlare tutto il suo contenuto”, non è una digressione filosofica, ma è piuttosto la dichiarazione di guerra del racconto. Il Richiamo non è la storia di un mostro, non solo: è soprattutto la storia di un atto mentale ed è la dimostrazione, narrata come inchiesta, che mettere insieme i pezzi è pericoloso non perché conduca a una verità troppo grande, ma perché dischiude una consapevolezza che spaventa, in quanto, alla fine della ricerca, ci riconduce davanti alla stessa incapacità umana da cui siamo partiti, con l’aggravante di sapere che siamo in pericolo e che ad attenderci c’è un orrore che prima o poi si rivelerà.

Grazie a queste premesse, Lovecraft costruisce un’opera ibrida, fatta di fantascienza primordiale, thriller e racconto dell’orrore. Non è nessuno di questi generi presi separatamente ed è una combinazione parziale, instabile, di tutte e tre le componenti. Oltre a questo, la narrazione è singolare, in quanto si tratta di un racconto di ricerca, nel quale si combinano reperti, verbali, testimonianze dubbiamente attendibili, che servono a costruire una sensazione crescente di alienità. La geometria di R’lyeh, anticipata dalle confuse visioni dei “chiamati” e poi emersa dagli abissi dell’oceano, viene definita “tutta sbagliata” e il buio che di là proviene, invece di restare assenza di luce, acquisisce una “qualità positiva”, ovvero una consistenza materiale che non dovrebbe possedere nel nostro mondo. Lo spazio e le stesse leggi fisiche cessano di esistere per come le conosciamo e, con loro, si annulla la percezione. L’orrore che è stato ricostruito dall’indagine e che, a un certo punto, viene perfino visto direttamente, è intollerabile: la ricerca non consegna una verità più alta, ma solo la verifica dell’insufficienza umana, perché la mente non riesce ad adeguarsi all’assurdità che ha trovato. È così che l’orrore si rivela essere una proprietà emergente dell’universo, che non può essere sfuggita, né combattuta.

Statuetta di Cthulhu disegnata da Lovecraft in una lettera a Robert H. Barlow, 11 maggio 1934, conservata alla John Hay Library di Providence

Dalla stesura del Richiamo in poi, le scienze hanno reso la visione lovecraftiana della realtà sempre meno fantasiosa e sempre più plausibile, continuando a dimostrare l’impossibilità di qualunque finalismo, a ridurre l’uomo a evento locale e, soprattutto, a generare un’idea inquietante: che esistano limiti strutturali a ciò che possiamo conoscere del reale. Già prima di Lovecraft, Charles Darwin aveva stravolto la concezione della vita, dimostrando come l’avvicendamento delle specie viventi sul pianeta non abbia un fine e togliendo, seppur cautamente, ogni pretesa superiorità ontologica all’uomo. Poi arrivò la fisica del Novecento, con le sue scoperte sconvolgenti: nella teoria della relatività di Einstein, lo spazio e il tempo cessarono di essere lo sfondo neutro della storia, per diventare una struttura dinamica, curvata dalla materia e dall’energia; non esiste un “adesso” universale, per cui l’idea di un ordine comune e intuitivo scompare. Arrivati alla meccanica quantistica e al principio di indeterminazione di Heisenberg, fu chiaro come non si possa descrivere un fenomeno naturale con precisione a piacere, ma che il punto di vista dell’osservatore faccia necessariamente parte del risultato, dunque l’ultimo rifugio dell’orgoglio umano, quello dell’oggettività, venne meno del tutto. Da qui, la cosmologia ha spalancato scenari che, sempre più spesso, restano ipotesi più che teorie: materia ed energia oscura, multiversi, cosmologie del buco nero, modelli in cui la fisica sconfina nella matematica pura, la quale ci avverte che esistono limiti alla descrivibilità dell’universo. Non è necessario padroneggiare tutte queste congetture, basta riconoscere il loro sintomo comune, ovvero che la trama della realtà non sia semplicemente ignota, ma in gran parte inaccessibile.

Questo è lo Cthulhu dell’uomo contemporaneo: non il dio addormentato in una città impossibile, ma il monstrum di una verità contingente: la nostra comparsa nell’universo non ha scopo e il cosmo continua indifferente, immenso e incessante la propria evoluzione, all’interno della quale l’uomo è destinato a scomparire, senza produrre conseguenze. Noi stiamo ancora cercando di accettare e comprendere questi concetti, eppure quella presa di coscienza, agghiacciante e desolante, era già tutta presente in un racconto concepito nel 1926. Sappiamo che lo stesso Lovecraft, dopo averlo riletto, in una lettera del gennaio 1928 indirizzata a Bernard Austin Dwyer, dichiarò di esserne “horribly disappointed” trovandolo “cumbrous – undeniably cumbrous”, ovvero pesante e farraginoso, senza riuscire a riconoscere fino in fondo il valore di quanto avesse scritto egli stesso. Del resto noi, oggi, dopo cent’anni, non siamo molto diversi da Francis Wayland Thurston alla fine del Richiamo: con le prove ancora in mano e l’unica speranza che non si manifesti ciò che abbiamo intuito. Prima abbiamo voluto sapere, adesso vorremmo tornare alla nostra “placida isola di ignoranza”, ma non possiamo più ignorare quello che abbiamo scoperto. Cthulhu ci tormenterà per sempre.

All human thought, all science, all religion, is the holding of a candle to the night of the universe.

Clark Ashton Smith, [nota senza data] The Black Book of Clark Ashton Smith, 1929 -1961.

(Stefano Mazza)

L’immagine in evidenza è tratta da: https://repository.library.brown.edu/studio/item/bdr:425219/
Scansione del dattiloscritto originale, conservato alla Brown University. Il dattiloscritto venne preparato da H.P. Lovecraft nell’estate del 1926, come risulta da una lettera a Clark Ashton Smith, datata 12 ottobre 1926: “I’ve written two new tales, one of which is the sunken-land thing I described in advance last year”. Il racconto venne pubblicato per la prima volta su Weird Tales, Vol. 11, n. 2, Febbraio 1928.

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