Morning Star: il TikTok-black metal dei Këkht Aräkh tra trap, meme e tanto disagio

La parabola dei Këkht Aräkh su questo pregiato blog iniziò esattamente come doveva iniziare, e cioè con un Fartwork in cui Traversa giustamente sfotteva la copertina di Pale Swordsman, in cui campeggiava questo tipo in face painting seduto sulla poltrona della nonna con gli occhiali da sole e il rossetto che reggeva una spada e una rosa bianca. A parlare del disco in sé ci pensò il sottoscritto, e fu sempre il vostro affezionatissimo ad aggiornarvi sulla incomprensibile deriva trap del successivo singolo Wanderer. Per Morning Star abbiamo fatto a meno di passare dalle forche caudine traversiane, anche perché l’immagine è decisamente più sobria, diciamo così. E ora, a ben cinque anni di distanza, arriva il terzo disco (il primo ce l’eravamo perso) per il progetto Këkht Aräkh, come sempre opera di questo ucraino che si fa chiamare Crying Orc e che invece di sparare ai droni russi a Kramatorsk gira il mondo a suonare black metal, essendo passato prima per la Polonia, poi per Berlino e infine per Tokyo, dove pare risieda attualmente.

Nonostante suonino un genere decisamente inflazionato, per di più con mezzi poverissimi e con un calendario di uscite piuttosto diradato, i Këkht Aräkh hanno raggiunto una discreta fama: su Spotify hanno al momento 131mila ascoltatori mensili, poco meno dei Rotting Christ e ben più di Emperor (113mila) ed Enslaved (97mila). I Flight of Sleipnir, segnaliamo, sono fermi a 831. Il motivo di questa altrimenti inspiegabile notorietà sta nell’essere un meme. Non in maniera involontaria, ma scientemente, proprio come lo sono i Dragonforce, i Blood Incantation, il truce blackster con le foto della vacanza in copertina e compagnia simile. Questa è la logica dietro la copertina con la rosa in mano, la cui estetica ha persino causato qualche epigono. Ed è la stessa logica dietro ai pezzi che durano invariabilmente due-massimo tre minuti e ai video in cui gesticola come Young Signorino. È probabilmente il medesimo ragionamento che ha portato lui, ucraino giramondo, a cantare in norvegese. La qual cosa mi ha ricordato UGLUK, musicista black metal salernitano dei primi ’90 autore di titoli come Nam Ekk Upp Runar o Hveralundr, che all’epoca dovette affrontare parecchia ostilità per la sua scelta linguistica, al punto che Ciccio, che a metà degli anni Novanta fece un ordine su un qualche mailorder, si ritrovò con la busta piena di suoi bigliettini promozionali su cui qualcuno aveva scritto, a penna e su ciascuno di essi, “Ugluk omo de merda”. Ma i tempi cambiano, fratelli del vero metal, e ora il sig. Crying Orc, invece di andare a sminare i campi di patate nei pressi di Sjevjerodonec’k, può impunemente mettersi a cantare in norvegese, mezzo rappando, non solo senza alcuno che lo bullizzi fisicamente ma anche con la ragionevole aspettativa che qualche hipster con gli occhiali non ci veda nulla di male e addirittura vada a commentare sprezzantemente sulla pagina Facebook di Metal Skunk con un qualche discorso che alla fine andrà immancabilmente a citare le mutande di pelliccia dei Manowar. Ma poi che cazzo ci avrà sta gente con le mutande di pelliccia dei Manowar, mi chiedo io.

Insomma, tutto giusto, ma il disco alla fine com’è? È un gran bel disco, o miei commilitoni dell’esercito degli immortali in mutande di pelliccia. Capirete che mi vergogni abbastanza ad ammetterlo, e soprattutto ho il sacro terrore del giudizio del demone Griffar, che immagino leggere queste mie righe con la stessa espressione schifata che vidi sul volto trasfigurato di Michele Romani quando provai improvvidamente a fargli sentire il primo dei Norther. Però non ci posso fare niente: qui funziona tutto, e se non ci poni troppa attenzione neanche ti accorgi delle vaghe influenze trappeggianti (che a dire la verità stanno soprattutto nelle sue movenze nei video), e le varie collaborazioni con “artisti” di musica elettronica con nomi bizzarri (Bladee, VS–55, Varg²™) finisci a rubricarle come i soliti, inutili intermezzi tipici dei dischi di questo genere. Ma alla fine l’atmosfera è affascinante, il quadro d’insieme trova un senso compiuto e l’unione tra parti raw black, tastierine svenevoli e languidi arpeggini ha un senso. Che poi attenzione, ai Kekht Arakh tutto si può dire tranne che abbiano suoni di plastica o soluzioni melodiche per acchiappare l’ascoltatore casuale da festival: la loro musica è anzi piena di riferimenti al black underground degli anni Novanta derivato dai primi Darkthrone, tanto che non viene mai il dubbio che il suddetto Crying Orc non sappia che cosa stia facendo; e alcuni riff mi hanno ricordato addirittura le primissime cose dei Sombre Chemin e tutta quella vecchia scena francese da cantina. Non insultatemi troppo e soprattutto tu, Griffar, perdonami, ma ‘sta roba è capacissimo che mi finisca in playlist a fine anno. (barg)

Lascia un commento