CRIPPLE BASTARDS – La Tua Foto sul Marmo
Il grindcore è, insieme a pochi altri, uno dei generi musicali che meglio rappresenta la realtà in cui viviamo e i Cripple Bastards ne sono sempre stati fra gli interpreti più autentici, per lo stile musicale, per l’esattezza di quello che esprimono nei testi e per il loro modo di essere. Parlare del gruppo astigiano significa riprendere un discorso che non è mai stato soltanto musicale, in quanto hanno alle spalle una lunga storia di controversie, alcune molto note, tanto che sono diventati da subito un’entità a sé stante, poco ascrivibile a una singola corrente di pensiero o di genere. Non hanno mai nascosto il loro distacco dall’ambiente stesso in cui si sono formati, ovvero quello dei centri sociali e delle autoproduzioni. Del resto, se le controversie non piacciono, allora non si sta ascoltando il genere giusto, perché la scorrettezza, l’iperrealismo e la violenza sono parti integranti del grindcore, che è nato proprio per urlare e mandare a fare in culo tutti, subito, quindi chi vi si addentra è avvisato. Nel corso degli anni, fra le valenze dei Cripple Bastards è emersa soprattutto quella di essere uno strumento di sfogo e di sopravvivenza irrequieta, capace di dare voce a una percezione del mondo consapevole e rabbiosa, nella quale la realtà viene rappresentata nella sua forma più ostile, sempre attraverso intuizioni fulminanti, espresse tanto nelle parole quanto nella musica.
Sul piano musicale, La Tua Foto sul Marmo si colloca in piena continuità con la fase più recente dei Cripple Bastards: è un grind violento e potente, con una scrittura sottostante matura e variegata, che sconfina a volte nell’hardcore, a volte nel death, a volte in entrambi contemporaneamente. Spesso si prende il lusso di cambiare tempo e armonia, nonostante i pochi minuti di durata delle canzoni. Una cosa che colpisce molto è proprio la varietà interna di questi brani, capaci di passare attraverso numerosi cambi, senza mai perdere il loro peso e la loro compattezza. C’è una continua alternanza tra aggressione, melodia e narrazione, che rende ogni pezzo molto intenso e ben ascoltabile. Anche la produzione va nella stessa direzione: precisa, leggibile, adatta al grind dei Cripple Bastards attuali, perché permette di cogliere correttamente tutti gli strumenti, in un amalgama ben equidistante fra hardcore e metal, da molti anni caratteristica centrale del loro linguaggio.
Il discorso sui testi merita una nota a parte, perché nei Cripple Bastards le parole sono sempre state parte fondamentale della composizione e, anche in questo caso, Giulio ricostruisce il percorso frammentato di una mente che continua a rimuginare sui torti subiti e sugli errori commessi, con una scrittura prorompente e originale, nella sua estrema crudeltà. Il tema conduttore sembra essere l’impossibilità di liberarsi davvero da ciò che ferisce e disturba: vissuti passati o presenti che non si dimenticano, che continuano a riemergere sotto forma di rancore, rimorso, senso di accerchiamento e desiderio di resa dei conti. Nella prima Il respiro si chiude questa dimensione assume subito un afflato più ampio: allo sconforto si sommano rabbia, errori individuali e generazionali, accenni all’ambiente, ai conflitti, al collasso collettivo e alla fatica dei rapporti umani, come se la depressione privata fosse ormai inseparabile da una più generale sensazione di disfacimento. Da lì il disco si muove tra ferite intime e disgusto sociale, come in Vendicativo e nella title track. L’era della dispersione allarga invece lo sguardo al conformismo del consumo, al turismo seriale, alla pretesa della felicità, che si può misurare soltanto dal prezzo pagato. Ai confini di quel che puoi dire prende di mira le nuove omologazioni del linguaggio e le derive più aberranti del politicamente corretto. Il quadro d’insieme è cupissimo, la reazione è estrema perché il mondo è percepito come troppo ipocrita e, in ultima analisi, irrecuperabile.
Infine una considerazione di forma: qualcuno definisce questo lavoro un EP; tredici minuti bastano e avanzano per un disco grind, se uno ha terminato di dire ciò che sentiva. Sembra di parlare a un comizio degli anni Settanta, ma in un mondo di paternalistiche benevolenze e di ipercorrettismo indotto, anch’io scelgo di guardare in faccia la realtà e ascoltare a gran volume La Tua Foto sul Marmo. (Stefano Mazza)


