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ACID FEST @Traffic, Roma, 30.10.11

3 novembre 2011

Dopo l’aperitivo al gusto doom del Pre Acid Fest, ci si sposta al Traffic. Ad aprire doveva essere la one man band country folk sudista di Gianni Serusi degli Orange Man Theory, i Blues Against The Youth, che però zompano. In teoria mi dovrebbe dispiacere perché il progetto mi incuriosiva parecchio, in pratica fa lo stesso perché io e Trainspotting, entrambi ancora orgogliosamente sprovvisti di patente di guida (che ne sapete, magari tra cinque anni sarà diventato estremamente cool), non riusciamo a raggiungere il locale prima delle sette. A questo punto uno dovrebbe infilare l’immancabile filippica su quanto funzionino una chiavica i mezzi pubblici della capitale ma noi ce ne guardiamo bene, un po’ perché non vogliamo tediarvi, un po’ perché non è da veri Manowar lamentarsi per queste corbellerie. Insomma, il nostro signore Odino restò appeso all’Yggdrasil per nove giorni e nove notti per ricevere la Conoscenza, noialtri si potrà pure sopportare una capatina a Tor Tre Teste con l’Atac Express per andare all’Acid Fest. Fatto sta che arriviamo troppo tardi per Tarsus e Ape Skull e guadagniamo la porta del club quando stanno per salire sul palco gli Ira del Baccano, già visti a uno Stoned Hand Of Doom di un paio di anni fa e da poco tornati in studio. La loro vena doom si è colorata di blues ma continua a sorreggere lunghe divagazioni strumentali che coinvolgono e non disorientano grazie a una sezione ritmica trascinante e a una robusta struttura hard rock che regala quel quid di aggressività necessario a non far perdere il filo. L’assenza di parti vocali viene compensata da un dialogo tra gli strumenti che a volte assume i connotati della jam e sconfina nel progressive e nel jazz. Il mio ineliminabile lato hippy prende il sopravvento, mi ricordano le cose che ascoltavo nella mia vita precedente. Ma sì, ve lo ho raccontato, quella in cui morivo in un orribile incidente stradale mentre ero in acido.

Il vigoroso stoner dei Black Rainbows ci sveglia dal viaggio e ci fa tornare alla realtà. Partono con alcuni brani nuovi, che andranno a finire su Supermothafuzzalicious!, il loro terzo full, in uscita in questi giorni. Ci avviciniamo al banco del merchandising e scopriamo che hanno delle meravigliose t-shirt da disagiato ottime per farsi notare in società. Purtroppo non hanno la M di quelle che volevamo noi ma ci adattiamo. E’ la terza volta che li vedo (li scoprii di spalla ai Dead Meadow e li ribeccai a uno SHOD con gli Electric Wizard) e si confermano una garanzia dal vivo. Gli ultimi pezzi potrebbero far presagire un lavoro ancora più classico e diretto, con meno svarioni psichedelici e più sudismo spinto. Ma ne parleremo quando lo avremo ascoltato. Per stasera ci limitiamo a constatare quanto la forte esperienza dal vivo li abbia resi una macchina compatta e dotata di un tiro allucinante, che ci scuote dalla trance dove ricadremo inesorabilmente durante l’allucinatoria performance della band successiva.

La Squadra Omega si presenta con una formazione a quattro, con due batteristi uno di fronte all’altro, vestiti come se provenissero da una copertina delle edizioni speciali dei Beatles che vendono all’inferno. Tuniche e face painting. E’ quello che suonerebbero i Lightning Bolt se fossero stati attivi negli anni ’70. Potrebbero essere la colonna sonora e i caratteristi di un thriller italiano dell’epoca, di quelli raffinati, tipo Il profumo della signora in nero o La corta notte delle bambole di vetro. Il collettivo del Nord Est scatena un orgiastico caos controllato. Fa perdere la lucidità e avvolge in una spirale che risucchia il progressive, l’art crucco, il free jazz, l’insopprimibile paranoia del post-qualsiasi cosa più minimalista e le colonne sonore di Nicolai e Umiliani. Kenneth Anger ci avrebbe fatto un film se li avesse conosciuti. Annichilenti rituali strumentali dai quali ci si riprende a fatica. E forse è proprio per la botta emotiva suscitata dagli Omega che non si riuscirà ad apprezzare lo show degli headliner della serata, i Vibravoid. Non ci posso fare nulla ma è la band che mi è piaciuta di meno. Un concerto tirato e freddo senza la minima interazione con un pubblico che ormai, data l’ora, aveva iniziato a diradarsi. Su disco apprezzo il loro rock spaziale e acidulo ma i tedeschi sembrano un po’ fuori contesto dopo tre band che ti avevano scaraventato in un trip settantiano di quelli che non perdonano. Si finisce sbalzati bruscamente negli eighties, con un sound che si tinge di kraut rock e post punk e chitarre che ti graffiano quando volevi essere ancora cullato. Non che abbiano suonato male, anzi. Però il cambio di atmosfera era stato troppo netto. Eravamo finiti in un livello spaziotemporale sonoro troppo lontano perché potessero funzionare. Cala il sipario che sono le due del mattino. All’anno prossimo, si spera. (Ciccio Russo)

9 commenti leave one →
  1. lukasbrunner permalink
    3 novembre 2011 14:19

    Niente patente? Urca, un classico del fighettismo milanese! (E se questo non vi incentiva a patentarvi, non so proprio cosa potrebbe farlo…)

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  2. 3 novembre 2011 17:00

    semmai il contrario, i fighetti milanesi vanno in giro con la audi TT di papà. altro che il mio pandino in cui ci sono solo 3 dischi: Dirt, Victory e Dark Saga sul cruscotto.

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  3. 11 novembre 2011 18:10

    Mannaggia il clero benedettino, stavo ancora male dalla sera prima…

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  4. 23 novembre 2011 11:34

    per dovere di cronaca: il primo concerto del fest è iniziato verso le 9, molto, ma molto più tardi delle 7

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