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Acid Fest II @Sinister Noise, Roma, 29.04.2012

4 maggio 2012

Che periodo, gente, che periodo. Un paio di settimane fa sono andato a vedere i miei tanto amati Radio Moscow, la settimana scorsa gli Om. Lo scorso fine settimana c’è stato l’Acid Fest. La settimana prossima ci sono gli Sleep, poi, tempo tre giorni, e c’è lo Stoned Hand Of Doom. Una decina di giorni per far tornare le encefaline a livelli normali e ci sono gli Ozric Tentacles. Quattro giorni dopo i Kyuss. Una settimana dopo ho l’esame di fisica nucleare. Voglio dire: BOOM.

Arrivo al Sinister Noise che ho già bevuto un bel pò, quindi la prima cosa che faccio è andare al bagno. Apro la porta senza bussare e mi ritrovo davanti il cantante dei Saviours che caga all’impiedi. Enormi vasi sanguigni fanno capolino da una fronte arrossata grondante sudore. Lo sforzo immane di un uomo che combatte contro i suoi demoni. Richiudo la porta borbottando una infinita serie di sorry, e vado davanti al palco. Ottimo aperitivo gli Ape Skull, trio romano dedito a cover di canzoni rock anni ’60, tra cui spicca una splendida Un Posto del Balletto di Bronzo. Più tardi il cantante dei Danava li ringrazierà come miglior cover band mai ascoltata. E poi a me i batteristi che cantano mi hanno sempre arrapato. Musicalmente parlando, si intende; soprattutto quando ci vanno belli pesanti e sfondano il pedale. Subito dopo sul palco sale L’ira del Baccano, perla psychdoom italiana, a cui vogliamo un gran bene anche solo per il nome, trovatemene uno più fico. I nostri quattro simpatici fricchettoni (già visti in occasione della prima edizione) suonano quaranta minuti di musica strumentale e complessa, anche tecnicamente, ma mai noiosa o fine a se stessa. È loro il momento più psichedelico dell’intero festival. Giusto il tempo di cominciare a spizzare le t-shirt appese al muro che è ora dei Saviours, primi coheadliner della serata.

Il cantante ha un’aria molto più rilassata. Ammetto, e me ne vergogno tantissimo, che non li conoscevo. Sono stati devastanti. Il loro è un doom settantiano pesantemente impregnato di thrash e heavy metal, strapieno di assoli stellari. In realtà, anche a vederli, uno ci sarebbe potuto arrivare. Sono un misto tra un gruppo di hippies che ha appena capito che la filosofia del peace and love è una stronzata e si dà al Satanismo, e un insieme di thrasher col giubbotto smanicato di jeans pieno di toppe dei Suicidal Tendencies e le magliette lerce dei Venom. Sin dall’opener, Crete’n, sono stati grandiosi, complice anche un volume spropositatamente elevato. Sono tornato a casa zoppicando per quanto mi fischiavano le orecchie. Grande spazio ovviamente all’ultimo disco, con The eye obscene e la motorheadiana Gods hand. Mai un calo di tensione, nonostante i nostri presentassero preoccupanti pance di birra. Se vi state chiedendo come abbia fatto a riconoscere le canzoni senza che li conoscessi, il motivo è semplice: subito dopo mi sono presentato al banchetto, ormai innamorato, comprandomi due cd e la maglietta. Me li ha venduti il batterista dei Danava, visibilmente attapirato dalla cosa, anche perchè sono stato tutto il tempo a parlargli di quanto i Saviours avessero fatto il più bel concerto del millennio. E infatti per i Danava è difficile presentarsi sul palco subito dopo, stiamo ancora tutti rincoglioniti. Ma anche loro presentano un concerto eccezionale, vuoi per la perizia tecnica e l’interazione con il pubblico vuoi per la qualità elevatissima del loro hard rock psichedelico. A farla da padrone sono i brani del loro ultimo splendido disco, Hemisphere of Shadows, dal quale spiccano brani come Shoot Straight With a Crooked Gun, la title-track e la mia preferita in assoluto The last goodbye, durante la quale Greg Meleney, taglio di capelli alla Ramones e gobba andreottiana, passa al moog e ci devasta il cervello.

Il secondo giorno arrivo in ritardo perché sono dovuto andare a raccogliere a Ostiense un mio amico non romano, smarrito nella Capitale a causa della Metropolitana B chiusa, e mi perdo Elephante e Black Land (anch’essi presenti nella bill del primo Acid Fest). Arrivo giusto in tempo per i Black Rainbows, e meno male. Su di loro ha già detto tutto Ciccio in fase di recensione di Supermuthafuzzalicious con due punti esclamativi. Per riassumere: se non vi piacciono, evidentemente, non c’avete capito un cazzo della vita. E questa non è una opinione personale, attenzione, è una cosa oggettiva. È vera. Perché io sarò anche uno stronzo alcolizzato, per carità, ma sono anche uno stimato INGEGNERE. E se stessi sbagliando, lo saprei. Dal vivo i Black Rainbows non ne sbagliano una, la formazione è oliatissima e questo probabilmente anche grazie al centinaio di concerti fatti in tutta Europa. Il concerto prende una vena più psichedelica rispetto all’ultima volta, ma come al solito risulta emozionante e i nostri dispiegano un’ottima padronanza sul palco. Impossibile non farseli piacere. Sono così presi e palesemente contenti di quello che suonano, che quasi ti fanno schifo. La prossima volta starò sotto il palco a sparaflasharli con un laser negli occhi; vediamo se saranno ancora così bravi.

Un’altra birra con Ciccio e Trainspotting insieme (sogni di gioventù che si avverano) e salgono sul palco i Karma To Burn. Difficile dirvi la scaletta, anche perchè se mi nomini i brani con dei numeri poi è un casino riconoscerli, ma tanto non hanno mai sbagliato nulla, quindi il problema non si pone. Posso dirvi che subito prima che iniziassero io ho urlato ‘Fortyseveeen!‘ e loro hanno iniziato proprio con quella. Tutto merito mio, indubbiamente. Rich Mullins, il bassista, era in condizioni psicofisiche palesemente alterate. Ancora stiamo discutendo su quale miscuglio di droghe si sia sparato. Occhi a palla e sorriso ebete rivolto all’infinito, convinto di suonare davanti ad una platea di lucertoloni. William invece ha avuto costantemente lo sguardo compiaciuto e sorridente da ‘Suono la chitarra nel gruppo più figo di tutti e quindi VAFFANCULO’, mentre un ventilatore gli muoveva i capelli. Ciccio tutto contento perché aveva una maglietta della birra Ichnusa con su scritto SBRONZA SARDEGNA. Pesante e mastodontico, il concerto è stato magnifico; io ho cominciato a ondeggiare ipnotizzato escludendomi dallo spaziotempo, gli unici ritorni alla realtà dati dal fatto che ogni tanto allungavo una mano e afferravo il culo alla ragazza che avevo accanto oppure allontanavo la gente che pogava e si abbracciava. Tutti a divertirsi, anche un tizio seduto sul palco in prima fila con un sopracciglio spaccato che colava sangue: contentissimo e felicissimo. Ovviamente il concerto è stato tutto strumentale, e qui voglio aprire una parentesi: spesso mi capita di leggere che i rari brani cantati dei KTB risultino più riusciti e dinamici. Mi si permetta: stronzate. Non che siano brutti (anche il loro disco omonimo è un grande album) ma la dimensione naturale dei Karma To Burn è assolutamente quella strumentale. Ringraziamo il Signore che questi si sono riformati, e speriamo che continuino abbastanza da scrivere la canzone numero 666.

A concludere la serata nel migliore dei modi quello che è successo a me e al mio amico mentre tornavamo a piedi a casa: una ragazza, accovacciata dietro una macchina, ci chiede se per piacere possiamo aiutarla a fare pipì. E noi la aiutiamo, da galantuomini che siamo.

Insomma, all’anno prossimo, Acid Fest, perché qui, tra band della Madonna ed eventi del genere, abbiamo un compito fondamentale: far diventare Roma la capitale europea della musica drogata (Masticatore).

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