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KARMA TO BURN/ HELLIGATORS/ GORILLA PULP @Traffic, Roma, 9.07.2016

12 luglio 2017

I Gorilla Pulp fanno parte di quella categoria di band che, quando il glorioso locale sulla Ostiense esisteva ancora, avremmo definito gruppi da Sinister. Li avevo scoperti proprio due anni fa nel compianto tempio romano della musica per drogati e ricordavo che mi erano piaciuti parecchio, tanto che mi ero precipitato ad acquistar al banchetto il loro esordio, Hell In A Can. Pure quella volta erano di spalla ai Karma To Burn. Mo’ hanno un nuovo album a giro, Peyote Queen, e sono sempre più bravi. Stonerone classico alla Orange Goblin con goduriose virate hard’n’blues che danno al sound dei viterbesi una sua identità. Sono le nove e mezza di una domenica sera estiva, al Traffic non c’è ancora nessuno e siamo purtroppo in pochi a goderceli. È il prezzo di tentare di far finire i concerti a un orario decente, non tutti hanno la fortuna di un lavoro che consente di alzarsi spesso a mezzogiorno. Sono il genere di band ortodossa e senza pretese ma efficace e affidabile che è mancato all’ultimo Roadburn. Speriamo di vederli un po’ più in alto nelle scalette nei prossimi anni, se lo meritano.

Gli Helligators tre o quattro anni fa erano una delle formazioni romane più attive sul fronte live, li beccavi dappertutto. Ultimamente li si era visti meno perché erano alle prese con dei cambi di organico. Hanno cambiato cantante e pubblicato da poco un nuovo ep per presentarlo, intitolato non a caso Back To Life. Thrash’n’roll energico con venature hard rock. I riferimenti sono quelli classici, una rilettura di  Pantera e Metallica corretta da un’anima blues. Il pubblico apprezza e risponde. Bello show pure questo.

Questa è ufficialmente la settima volta che i Karma To Burn vengono recensiti dal vivo su Metal Skunk. La maggior parte di noi qua dentro è molto affezionata al vecchio William Mecum, una delle più eccelse macchine da riff della storia del rock. Per noi affezionati, anche a quattro anni e passa dalla separazione, è sempre doloroso il rimpianto per la sezione ritmica storica, quantomeno per l’apporto scenografico. Il batterista Rob Oswald, che suonava – chissà perché – con i piatti montati altissimi e aveva un aspetto talmente malmesso che quella volta al Sinister Noise, vedendolo aggirarsi sperduto fuori dal locale, pensammo fosse un normale barbone. Il drogatissimo bassista Rich Mullins, con il suo rictus perenne, che era stato cacciato perché si imboscava i soldi del merchandising e li spendeva in droga. Il nuovo battipelli Evan Devine si conferma però un ottimo acquisto: è lui il motore che manda la suddetta macchina da riff oltre i limiti di velocità consentiti. La prestazione è, come sempre, perfetta. Fisica, inesorabile, dritta alle budella. E, ok, forse al settimo live report in pochi anni non ha molto senso starvi a descrivere nei dettagli un concerto dei Karma To Burn, salvo ribadire che è un’esperienza da non perdere per nulla al mondo. Se una Forty Seven non vi fa dimenare come tarantolati, siete già morti e non lo sapete. Recuperano pure Ma petite mort, dal primo album, quello cantato, perché la Roadrunner li aveva costretti. Ovviamente la suonano strumentale.

Non siamo tantissimi ma siamo carichi e l’atmosfera diventa piacevolmente familiare, soprattutto per chi li ha visti parecchie volte. Mecum nelle pause fa un sorso dalle bottiglie di birra Ichnusa che tiene vicino alla batteria. Sarà stato fulminato sulla via di Assemini quella volto che suonò al Linea Notturna, nella mia città natale? L’Italian connection dei Karma To Burn negli ultimi anni si è fatta piuttosto stretta. Hanno pubblicato alcuni lavori per l’etichetta romana Heavy Psych Sounds e sull’ultimo ep, Mountain Czar, c’è una bella cover di Runnin’ down a dream cantata in italiano. Il legame con la Sardegna sembra però particolarmente profondo. Mecum è stato avvistato più volte con addosso una maglia della birra Ichnusa. A fine concerto lo incrociamo fuori dal backstage a farsi un altro bicchiere e gli chiediamo i motivi di questa passione. Lui ci risponde che, per via della faccenda della maglietta, ogni volta che suona in Italia qualcuno gli porta la birra Ichnusa perché sa che gli piace; è diventata una sorta di tradizione. Avvicinatomi noto che Mecum ha un tatuaggio dei quattro mori vicino al polso destro e non posso non chiedergli perché. Un po’ glissando, perché gentlemen never tell, mi dice che aveva conosciuto questa tatuatrice in un pub di Cagliari che aveva l’attrezzatura dietro e gli aveva proposto un tatuaggio gratis. Lui, lì per lì, non sapendo bene cosa farsi fare, le aveva detto di disegnare un po’ quello che le pareva e lei, giustamente, gli tatuò i quattro mori. A me sembra davvero una storia romantica. Comunque la prossima volta gli porto la birra Ichnusa anche io. (Ciccio Russo)

3 commenti leave one →
  1. regular mitch permalink
    12 luglio 2017 11:14

    perché il grandissimo oswald suonava con i piatti altissimi?
    “because it ‘s cool ” fu la sua risposta alla mia domanda. ….

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  2. blackwolf permalink
    12 luglio 2017 11:29

    Mi sto ascoltando i gruppi di apetura, dei quali non sapevo nulla…
    Vista la triade, deve essere stato veramente il festival del degrado e dell’acolismo molesto..
    I concerti migliori. Band che vivono di attitudine, casino, cori da sbronzi e fanculo tutto..

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  3. MalaPurpleMoon permalink
    12 luglio 2017 14:30

    Non li conosco , ma da amatore della Ichnusa .. li stimo a priori .

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