Tuco consiglia: KARMA TO BURN – Arch Stanton (Faba Records)

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«Qui siamo nel West, signore”, spiega Carleton Young a un canuto James Stewart ne L’uomo che uccise Liberty Valance, «dove, se la leggenda si scontra con la realtà, vince la leggenda». La poetica crepuscolare e polverosa di John Ford ben si adatta ai Karma To Burn, le cui gesta sono avvolte da una sorta di indefinita aura mitologica. Della formazione originale è rimasto solo il prode William Mecum, idolo di tutti noi mancati vaccari. Sugli altri due membri storici è calata la nebbia del mito. Rich Mullins, il vecchio bassista, pare sia scappato con la cassetta dei soldi del merchandise, scatenando l’ira dei suoi compagni e la gioia del suo spacciatore di fiducia. Le notizie su Rob Oswald sono, se possibile, ancor più frastagliate: sembra che l’ormai fu batterista abbia abbandonato il mondo della musica e si sia gettato anima, corpo e barba nel mercato dei motori, aprendo un’officina in mezzo al deserto. Se la leggenda ne ha guadagnato, certamente a rimetterci è stata la realtà: dal vivo Mullins e Oswald erano quanto di più straniante potesse capitare di vedere, il primo sempre perso tra galassie parallele (l’ultima volta suonò con un colbacco – sì, avete letto bene – e gli occhiali da sole in piena notte) e il secondo capace di pestare come un dannato su piatti montati ad altezze vertiginose. La notizia di un nuovo album dei Karma To Burn senza di loro ha quindi lasciato spazio a molte perplessità.

E invece.

ktb_arch_stantonInvece Arch Stanton parte subito con lo sperone giusto. Fin dal titolo (i più di cinefili tra voi coglieranno la fine citazione “leoniana”) si capisce dove i Nostri vogliano andare a parare. Lo splendido artwork di Alexander Von Wieding mette in chiaro che gli elementi portanti non sono cambiati: c’è il caprone ghignante, per l’occasione armato e a cavallo, ci sono le fiamme, ci sono sudisti e nordisti che si menano. Insomma, c’è tutto. Compresa una formazione nuova di zecca, già apprezzata sui palchi di mezzo mondo durante l’ultimo tour: come in un ideale sequel di Giù la testa, non può mancare il folle irlandese, che a ‘sto giro non si chiama John Mallory e fa il dinamitardo ma si chiama Rob Halkett e fa il bassista. Dietro le pelli quella vecchia volpe di Mecum ha reclutato il giovane Evan Devine, meno selvaggio e funambolico del suo predecessore ma dal tocco altrettanto massiccio.

Il risultato è sorprendente. Arch Stanton viaggia come un treno lanciato a tutta velocità verso il nulla e in 37 minuti non conosce cali di tensione, il che per un disco interamente strumentale basterebbe già a decretarne il successo. Ma non è tutto: i soliti pezzi quadrati e numericamente ordinati (stavolta gira tutto intorno al numero 50, giocatevelo sulla ruota di Palm Desert) sembrano quasi più ragionati e studiati. Non che manchi l’ordinaria dose di riff strabordanti e polverosi, per carità, ma la costruzione dei brani appare meno impulsiva di quanto eravamo abituati ad ascoltare nei lavori marchiati K2B. Twenty Three rischia seriamente di diventare il pezzo stoner dell’anno, una roba che ascoltata nel mood giusto può scatenare ondate di violenza incontrollata verso ogni forma di vicinato molesto.

Nella conclusiva Fifty Nine l’omaggio a Sergio Leone diventa quanto mai esplicito e le urla di Tuco chiudono un album compatto, maestoso e travolgente come uno stallone imbizzarrito. La leggenda è salva.

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