UFOMAMMUT// CAMION @Traffic, Roma, 24.01.2013

ufomammut_traffic

Non ce ne vogliano i Megatherium, ai quali è affidata l’apertura della serata, ma io e Charles arriviamo troppo tardi per assistere alla loro esibizione ed entriamo in un Traffic affollato oltre ogni previsione giusto in tempo per gustarci i Camion, esponenti di quel circuito strafattone capitolino che, zitto zitto, sta crescendo in modo esponenziale come un blob sonoro pronto a ingoiare la città eterna a botte di fuzz e tetraidrocannabinolo. I Camion, dicevamo. Mi piace pensare che siano stati scelti perché sono la band italiana con il secondo nome più fico in assoluto, dato che il primo lo hanno gli headliner. Non li vedevo dalla scorsa estate. Eravamo al Dal Verme, nell’ex cella frigorifera di una macelleria. Nel frattempo ho scoperto che la bassista è un’ottima amica della moglie del batterista del mio gruppo. Li ricordavo meno duri e più classicamente stoner. Oggi sembrano aver trovato una formula più cruda. Picchiano di più, la voce e più urlata, e il brano nuovo che viene presentato ha una cazzimma quasi death’n’roll. Una prestazione tirata e divertente ma, come ha notato il collega di Nerdsattack, una chitarra in più per bilanciare le tastiere, volendo puntare maggiormente sull’aggressività, non sarebbe male.

Usciamo per l’obbligatoria pausa sigaretta. C’è MOLTA più gente di quella che mi aspettassi. Il locale è quasi sold out. E mi fa davvero piacere, un po’ perché gli Ufomammut sono sempre stati un mio pallino, un po’ perché sarebbe stato un paradosso ben mesto se una delle poche band italiane che vengono davvero apprezzate all’estero avesse fatto cicca proprio in madrepatria. Faccio due chiacchiere con l’esimio sig. Telarico, che mi racconta quanto hanno spaccato i Karma To Burn al Sinister due sere prima, facendomi ulteriormente rosicare per essermeli persi, e con l’egregio Winston, un lettore mio conterraneo. Charles si gira e mi guarda strano perché inizio a parlare con l’accento di Cagliari, mentre di solito ho una cadenza neutra grazie alla quale vengo spesso scambiato per un padano o, chissà perché, per un immigrato dell’Est Europa. Però quando ho a che fare con un altro sardo la radice isolana salta fuori, è automatico. Più o meno per gli stessi motivi per i quali se metto piede fuori dall’Italia mi viene automatico parlare in inglese. Mi sembra ovvio, no? Dopodiché rientriamo e, con uno scotch in mano, attendiamo la discesa degli alieni.

I diafanoidi vengono da Tortona. Poia, Urlo e Vita salgono sul palco silenti come sciamani e danno inizio al rituale. I suoni sono eccellenti e consentono di assaporare tutte le sfumature di una musica avvolgente e pulviscolare che, se su disco cattura in modo lento ma inesorabile, come le droghe migliori, dal vivo investe, ammutolisce e paralizza. Distrarsi per andare a prendere un’altra birra e interrompere l’incantesimo sarebbe non solo innaturale quanto alzarsi per controllare la posta durante un amplesso ma anche fisiologicamente impossibile. Mentre il trio piemontese stende su di noi i tappeti di note che compongono Oro, la loro ultima, ambiziosissima opera, una gorgone sonora ti fissa negli occhi e ti impedisce di spostarti. Lo show è lungo e privo di pause ma, quando si riaccendono le luci, sembra tuttavia essere durato un attimo, come al risveglio da un sonno breve ma agitato da indecifrabili incubi. Un concerto enorme di una band enorme che non fa che confermare la sua assoluta grandezza con ogni singolo atto. Se non c’eravate, affari vostri.  (Ciccio Russo/ foto scippata a Nicole Elizabeth)

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