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Romaobscura IV @Traffic, Roma, 26.11.2016

29 novembre 2016

romaobscuraAd essere sincero, avevo qualche dubbio sulla buona riuscita di un’edizione doom del Romaobscura. Non so se dipendesse dal fatto che si tratta di un genere che apprezzo a periodi, oppure perché trovo che musica come quella suonata dagli Ahab funzioni meglio in studio che dal vivo. La presenza dei tedeschi insieme ai The Foreshadowing e a leggende quali gli Skepticism mi ha però convinto nonostante, in precedenza, il concerto più “lento” cui io abbia mai assistito fosse quello degli Ufomammut, sempre al Traffic. Penso sia proprio per questo motivo che il mio Romaobscura IV è iniziato con il piede giusto: tutto sommato i napoletani Naga si possono ascrivere alla stessa corrente stilistica dei piemontesi. Certo, la componente lisergica è molto meno sviluppata nei partenopei, ma il muro sonoro che mi ha investito non appena ho aperto la porta del locale è stato egualmente impressionante. Durante l’intero concerto c’è stata un po’ di timidezza sia da parte del pubblico, che non occupava le file immediatamente sotto il palco, che da parte del gruppo, poco incline a dialogare con la platea. Tuttavia ci hanno pensato le atmosfere sulfuree uscite direttamente dal Vesuvio e dai campi Flegrei a scaldare gli astanti, i quali, ora della fine, li hanno acclamati a gran voce.

I successivi Weeping Silence fanno un genere quasi diametralmente opposto all’interno dell’universo doom. Un batterista, un bassista e una tastierista, due chitarristi e due cantanti riempiono il piccolo palco e bisogna riconoscere che, a livello di equalizzazione, il fonico è stato bravissimo a gestirli. Il problema è che in realtà il gruppo di Malta propone un gothic metal abbastanza stereotipato. I fraseggi polifonici delle chitarre ricordano molto da vicino quelli cari al primissimo death doom metal inglese. Inoltre i due cantanti, uomo e donna, si occupano rispettivamente del growl e della voce pulita, risultando estremamente prevedibili.

A pensarci bene, il concerto più lento che io abbia mai visto potrebbe essere il release party di Seven Heads Ten Horns dei The Foreshadowing. Però, non avendo ancora sviluppato un metodo efficace che permetta di calcolare e confrontare la media dei bpm delle discografie dei due gruppi, vi lascerò con questo dubbio atroce. Fortunatamente i romani a maggio avevano avuto più tempo a disposizione e ciò aveva fatto sì che la loro scaletta fosse più soddisfacente: sarebbe stato bello poterseli gustare più a lungo. E questo nonostante abbiano proposto anche la fantastica Escathon (richiesta del pubblico non accolta nel precedente live) e Nimrod, la suite che chiude il loro ultimo album. La sostituzione di un microfono malfunzionante della batteria ha creato qualche istante di attesa e imbarazzo durante il quale il cantante ha avuto un po’ di difficoltà a intrattenere il pubblico. Cionondimeno prima della fine del loro concerto la partecipazione del pubblico ha raggiunto il suo punto più alto e ed è rimasta tale durante tutto il live degli Ahab.

hammer_of_doom_x_wurzburg_skepticism_12

“Ti regalerò una rosa”

I sedicenti marinai tedeschi si sono presentati sul palco con una strumentazione decisamente vintage. Hanno suonato solo quattro canzoni, una per ogni loro album, e anche il loro concerto è sembrata durare troppo poco. Tuttavia, se si considera che già solo Further South e The Hunt hanno portato via circa venti minuti e che la resa live è stata pressoché ineccepibile, ci si può ritenere pienamente soddisfatti della loro prestazione. Inoltre Daniel Droste si è dimostrato un frontman capace, nonché un cantante abilissimo. Ha azzardato poi qualche battuta sul cibo italiano abbastanza simpatica ma molto poco doom.

Lo è stata molto di più, invece, l’esibizione degli Skepticism: uno dei primi gruppi a suonare funeral doom non poteva non immedesimarsi pienamente nella parte. Il cantante Matti Tilaeus era vestito in frac, con un papillon snodato al collo e una rosa bianca nel taschino. Quando non cantava guardava il pubblico in maniera molto più truce e inquietante di quanto possa fare Jens Kidman dei Meshuggah all’apice della sua ispirazione. Ogni tanto prendeva una rosa bianca dalla sua scorta personale e la dava ad una ragazza della prima fila, ma era come se la stesse appoggiando sulla sua lapide. Nel frattempo una buona parte della platea se n’è andata e nel locale è rimasta all’incirca tanta gente quanta ce n’era per i Weeping Silence. Quello suonato dai finlandesi non è del resto un genere per tutti i gusti: tempi dilatati all’inverosimile, tastiere tetre e cimiteriali, niente basso, atmosfere rarefatte e oppressive. Probabilmente anche per questo motivo il chitarrista cercava quantomeno qualche scambio di sguardi con i pochi intrepidi fan. Ad un certo punto ha anche lanciato qualche plettro molto fugacemente, credo per non farsi vedere dal cantante e non incorrere nella sua ira. Forse questa quarta edizione non è stata la migliore del Romaobscura, sebbene l’evento e l’organizzazione si siano dimostrati all’altezza. Probabilmente sarebbe stato meglio invertire Ahab e Skepticism: il funeral doom intransigente non è sempre adatto alla fruizione dal vivo e il grosso del pubblico sembrava venuto soprattutto per i quattro balenieri di Heidelberg.

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