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THE FORESHADOWING – Seven Heads Ten Horns

12 maggio 2016

568273Chi non muore si rivede, dicevano. Morto non lo sono ancora, direi, quindi eccomi qua. Non so come ve la passate dalle vostre parti, ma qui nel profondo Nord  le previsioni annunciano pioggia e tempeste per i prossimi trenta o quarant’anni e non ci si può fare un cazzo come al solito, a parte adattarsi ad una situazione che si ripete uguale ormai da un paio di anni. Questa volta però, a venirmi in aiuto ci sono i The Foreshadowing, combo romano giunto con questo Seven Heads Ten Horns alla quarta fatica in studio. Seguo questi ragazzi sin dal loro esordio, quel Days Of Nothing targato 2007 che, oltre ad essere ben saldo nell’Olimpo dei miei dischi preferiti di sempre, ritengo essere uno dei migliori lavori gothic/doom del nuovo millennio. Pochi cazzi, non sto lisciando loro il pelo perché sono connazionali ma andatevi ad ascoltare pezzi come Death Is Our Freedom o Eschaton e, se non vi commuovete nemmeno un po’, siete persone aride e senza cuore.

Il primo cambio che si nota in questo Seven Heads è la presenza dietro le pelli di Giuseppe Orlando, già batterista e co-fondatore dei Novembre, che ha contribuito a dare un’accelerata notevole alla sezione ritmica con un paio di sfuriate in doppio pedale qua e là che non solo ci stanno al bacio ma accentuano l’atmosfera di gravità che i ragazzi hanno stampata addosso in qualunque canzone scrivano; d’esempio in tal senso è la parte finale di Fallen Heroes, una delle chiusure più belle e tragiche che abbia mai sentito. Tutta la prima metà dell’album è un viaggio negli abissi della tragedia umana: da Two Horizons fino a Lost Soldiers (la migliore del lotto per quanto mi riguarda) passando per la devastante New Babylon. Il disco tende a perdere un po’ di smalto nelle ultime battute, ma l’attenzione viene tenuta talmente alta da non far percepire particolarmente questo calo.

Insomma, in un periodo abbastanza del cazzo quale quello che sto vivendo, la musica si rivela ancora una volta l’unica ancora di salvezza, trasponendo in note e parole sensazioni che altrimenti resterebbero confinate nel profondo di ognuno di noi, a volte avvelenandoci lentamente. Se inoltre ci mettiamo il fatto che a produrre cose simili è una band di casa nostra, che non ha nulla da invidiare a nomi esteri ben più blasonati, beh, forse esiste ancora del buono in questo paese.

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