RHAPSODY OF FIRE – From Chaos To Eternity (Nuclear Blast)

Tutto quello che avevo da dire sui Rhapsody l’ho già detto nella recensione del precedente EP The Cold Embrace Of Fear. In breve: rispetto, stima, null’altro che rispetto e stima. Il loro andare caparbiamente avanti controcorrente, il loro continuare a scrivere musica che proprio non mi capacito possa davvero piacere alle migliaia di persone che comprano i loro dischi, il loro testardo lavoro di cesello su canzoni che rimandano continuamente l’una all’altra senza soluzione di continuità. Il loro essere così fuori dal tempo, eterno rigurgito di una Idea dostoevskijana in cui la musica barocca può fondersi con un power metal che di metal non ha intimamente e attitudinalmente più niente, ammesso che l’abbia mai avuto. Il loro essere così ostentatamente fuori, fuori dal coro, fuori dalla scena, fuori dal mondo, fuori da ogni preconcetto e stilema, fuori da ogni circolo vizioso e prefabbricato che prevede strizzatine d’occhio al pubblico e alla stampa mentre dall’altro lato ci si professa senza compromessi. I Rhapsody lo sono davvero, senza compromessi. Lo sono sempre stati, e se agli inizi potevano essere accostati a qualcuno o a qualcosa d’altro era solo per mancanza di mezzi. From Chaos To Eternity è una chitarra solista che macina scale per tutta la durata del disco, non importa cosa stia succedendo nel frattempo; è un susseguirsi di ritmiche veloci e cavalcate inframmezzate da ballate tardobranduardiane al clavicembalo curate con una perizia da far impallidire il più grottesco degli stereotipi sui produttori d’oltreoceano in voga; è il blastbeat di Aeons Of Raging Darkness, una roba alla Ensiferum che neanche gli Ensiferum avrebbero mai il coraggio di fare; è Heroes Of The Waterfalls’ Kingdom, venti minuti di morbidezza tra parti recitate e orchestrazioni gonfie di sè stesse che spezzerebbero le gambe anche al campione mondiale di resistenza alla cura Ludovico; è Fabio Lione che canta in italiano, poi in latino, poi in screaming, poi azzardando acuti tenorili senza alcun tipo di pudore; è la fine della Emerald Sword Saga, cominciata nel 1997 col debutto Legendary Tales e finita adesso dopo otto dischi, tre EP e un terrificante bodycount di draghi morti. 

I Rhapsody sono, probabilmente, la cosa più GROSSA mai uscita dall’Italia metallara degli ultimi vent’anni, o forse è sbagliato anche questo concetto. Perchè i Rhapsody non si meritano di essere considerati un gruppo italiano, vista la ristrettezza d’orizzonti della nostra scena nazionale. I Rhapsody sono un’ode innalzata alla Musica, un concetto che non ha dimensione spaziale o temporale. Luca Turilli, colui che ebbe il coraggio di fare questo video per il suo progetto solista, è uno dei pochi Artisti con un’ampiezza di respiro tale da potersi permettere la totale mancanza di pudore nel perseguimento dei propri obiettivi e delle proprie ambizioni, ambizioni così elevate da non poter essere accostate alla piccineria e allo squallore della scena metal attuale, che dal canto suo vivacchia senza inventare niente autoilludendosi del contrario. Neanche Luca Turilli inventa nulla: perchè, come detto, ciò che lui e Staropoli ricercano è il Bello, un concetto vecchio come il mondo e che non può essere giudicato con le strutture mentali di chi pensa di stare ascoltando un disco rock. Che ci riescano o meno è soggettivo, e ho già detto anche questo. Ma se non si ha coscienza di ciò che si sta ascoltando, ogni giudizio in merito è quantomeno fuori fuoco. Per tutto il resto rimando alla mia vecchia recensione. A Luca Turilli ed Alex Staropoli dico però grazie, grazie per aver dato lustro al nostro Paese anche se in pochi hanno capito davvero ciò che loro stanno cercando di fare. Finchè continueranno su questa strada, finchè rimarranno fedeli alla loro Idea, da me avranno solo rispetto e stima, null’altro che rispetto e stima. Non importa quale sia poi il risultato finale. (barg)

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