Obscura // Spawn Of Possession // Gorod // Exivious@Traffic, Roma, 24.03.2012

Arrivo al Traffic che gli Exivious stanno terminando la loro esibizione. Il pubblico è ancora poco numeroso, dato l’orario, e gli olandesi, autori di un debutto omonimo targato 2009 dopo il quale si erano misteriosamente sciolti per poi riformarsi l’anno scorso, appaiono lievemente spaesati. Figliocci dei Cynic, suonano un gradevole progressive death metal strumentale con una sottile componente jazz che a volte fa assumere ai pezzi i caratteri della jam, sostenuto da un eccellente perizia tecnica esaltata dall’acustica – al solito ottima – del club di via Prenestina. Non certo il tipo di musica che fa scatenare la gentaglia nel pit ma un ottimo aperitivo per questo mini festival interamente dedicato al verbo del death tecnico, un sottogenere che fino a un paio di anni fa appariva come una nicchia nella nicchia, materia per pochi indefessi amatori, ma che di recente, grazie alle reunion dei nomi storici e al sorgere di nuove interessantissime realtà, ha raggiunto un’insperata popolarità, soprattutto tra i kids più giovani. Tanto meglio, soprattutto se ciò consente una maggiore esposizione a band valide e con anni di solida carriera dietro le spalle come i sorprendenti Gorod.

Formatisi nel ’97 sotto il nome di Gorgasm (all’epoca avevano anche una donna dietro le pelli, mademoiselle Sandrine) il quintetto di Bordeaux – da poco fuori con The Perfect Absolution, il quarto album sotto il corrente moniker, presto recensito su questi schermi – è stato la vera sorpresa del giorno. I brani, per quanto complessi e sfaccettati come la tradizione richiede (il punto di riferimento principale sembrano i vecchi Atheist), hanno un impatto irresistibile, grazie a una vena melodica a volte quasi maideniana e a una capacità di andare al sodo nei frangenti più tirati che si riscontra raramente nell’ambito del genere. Ma a colpire sono la naturalezza e la cazzimma con la quale tengono il palco. Si agitano come tarantolati, fanno le facce sceme, divertono e fanno divertire. Uno dei chitarristi indossa una t-shirt dei Godless Truth (oscuro combo ceco che credevo di seguire solo io) ma il vero personaggio è il bassista, un colossale pelatone che, sorto un problema con il microfono (protrattosi probabilmente perché il cantante Julien si ostinava a interloquire in francese con il tecnico del suono), si lancia in un’improvvisazione funky con il suo mezzo-fretless-mezzo-no presumibilmente autocostruito (chi l’ha detto che per suonare questa roba devi avere per forza un Warwick a sei corde?) che sfocia nel riff di 5 Minutes Alone, dove viene seguito dal resto della band. Poco più di mezz’ora per una performance irresistibile dopo la quale tutti si spellano le mani dagli applausi e si dirigono verso il banchetto dei transalpini per far loro i complimenti o comprare il cd. Vincitori morali della serata.

Dopo una vulgar display of power (per restare in tema panteriano) come quella sfoderata dai Gorod, è inevitabile che gli Spawn Of Possession soffrano il confronto e ne escano fatalmente perdenti, anche per via di una presenza scenica nettamente inferiore. Va detto che l’act svedese non è affatto la mia tazza di tè. La loro interpretazione del death tecnico affonda le radici nel brutal, in un’orgia di blast beat, riffoni chuggachugga, stop’n’go lancinanti e assoli iperveloci e intricatissimi dove alla fine quel che manca sono il groove e le canzoni. Questione di gusti, per carità, io sono di quelli che dopo un po’ si annoiano anche con gli Origin. Rispetto agli estratti del recentissimo Incurso (anch’esso presto recensito su questi schermi), uscito a sei anni dal precedente Noctambulant, gradisco maggiormente i brani più diretti e datati, come la Church Of Deviance alla quale è affidata la chiusura di una prestazione quadrata e chirurgica ma allo stesso tempo un po’ troppo statica e fredda.

Mentre i tecnici terminano il soundcheck, salgono sul palco gli Obscura (che, lo ricordiamo, sono gente che ha lanciato un concorso con un vaporizzatore per la marijuana in palio) accolti da un caloroso applauso che testimonia come, nel loro piccolo, una solida fanbase se la siano fatta. Mi fa piacere, un po’ perché sono una band sulla quale ho sempre scommesso, un po’ perché se lo meritano davvero. La scorsa volta che vennero a Roma surclassarono di gran lunga gli headliner Hate Eternal. Questa sera faranno ancora meglio. L’ingegner Steffen Kummerer intrattiene il pubblico con un po’ di turpiloquio in italiano, dopodiché parte Septuagint, seguita dalla fantasticaVortex Omnivium. Il pubblico poga, applaude, canta le melodie. Sì, canta le melodie. E Steffen sorride come un bambino. Christian Münzner sciorina assoli dalla precisione cristallina che non appaiono mai stucchevoli grazie a un gusto melodico che discende direttamente dai Death (avranno preso il nome da un disco dei Gorguts ma la loro principale musa ispiratrice non sono certo loro), e la new entry alle quattro corde (ok, in questo caso sei) Linus Klausenitzer evidenzia un’inquietante somiglianza con Dave Ellefson. Che ai tempi di Rust In Peace l’oggi aspirante pastore luterano avesse qualche filarino in terra di Germania?

Il resto della breve ma coinvolgente scaletta attinge in modo equilibrato da Omnivium (tra i miei dischi del 2011) e dal precedente Cosmogenesis, e c’è pure spazio per un assolo di batteria dell’ottimo Hannes Grossmann, prelevato cinque anni or sono dai Necrophagist e oggi anche tra le fila dei Blotted Science). Si termina con una spettacolare cover di Flesh and the Power it Holdscon un ragazzo del pubblico che prende il microfono in mano e lo passa a sua volta a chi sta sotto il palco. E’ una festa. Un po’ mi commuovo. Pochi giorni prima Kummerer era stato chiamato, insieme a Charles Elliott degli Abysmal Dawn, come cantante per il tour benefico Death To All (ne abbiamo parlato qui), che vedrà alcuni vecchi componenti dei Death suonare in giro per gli States i pezzi scritti dall’immortale Chuck. Sono sicuro che lo Steffen quindicenne con il poster di Schuldiner in cameretta da qualche parte dentro di lui stia ancora piangendo di gioia. (Ciccio Russo)

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