Il video strafattone degli Alice in Chains

Sul ritorno degli Alice in Chains non avrei mai scommesso una lira. E invece il disco della reunion, Black Gives Way To Blue, si è rivelato sorprendentemente buono. A un anno di distanza dalla pubblicazione, Cantrell e compagni hanno tirato fuori un video per “Acid Bubble”, una delle canzoni più psicotrope dell’album. Il risultato, affidato alla regia di Nick Goso, è un fottutissimo trip che, con un po’ di buona volontà, può apparire vagamente ispirato ai momenti più allucinati di 2001 Odissea nello Spazio.

Il bello è che non finisce qui. C’è pure la versione interattiva, che potete trovare a questo indirizzo. Qualora il tripudio di deliri psichedelici del video “statico” non si fosse rivelato sufficiente, adesso, muovendo il mouse, potrete esplorare le immagini da differenti angolazioni, fino al totale annichilimento delle vostre facoltà mentali. Beh, è più facile guardarlo che spiegarvelo.

Dei quattro cavalieri della Seattle apocalypse, gli autori di Dirt sono probabilmente quelli ai quali resto più legato dal punto di vista emotivo. I Nirvana li adorai in adolescenza, ma oggi è piuttosto raro che girino nel mio lettore. I Pearl Jam li sto riscoprendo, e forse capendo davvero, solo con l’avanzare dell’età. I Soundgarden li ho apprezzati ma mai realmente amati. Gli Alice in Chains sono invece una presenza rimasta sempre costante nella mia vita per un semplice motivo: ogni volta che sono in hangover ascolto il loro Unplugged.

Inaugurai tale usanza ai tempi dell’università. Reduce dall’usuale sortita studentesca presso il mefitico “Quagliaro” sulla Palmiro Togliatti (dotato di un pestilenziale vino della casa contenente un mix di sostanze chimiche non identificate tali da stroncare, nelle quantità appropriate, anche l’etilista più tosto), mi svegliai in condizioni talmente riprovevoli che, all’atto di scegliere il disco con cui iniziare la giornata, mi resi conto di stare così male da non reggere nessun suono che non fosse pacato e soffuso. Il mio stato psicofisico era penoso al punto tale da da spingermi alle più cupe riflessioni sull’inanità dell’esistenza umana, la mia in particolare. Fuori pioveva a dirotto e il cielo era diventato grigio elettrico, come immaginavo accadesse sempre a Seattle. Misi su il disco e, tra un conato e l’altro, trovai una parvenza di pace. Non ascoltai altro fino al calar del sole (beh, mi ero pure svegliato alle tre del pomeriggio). Un rituale che si rivelerà duro a morire, sebbene non ne abbia mai capito realmente le ragioni intrinseche. Trainspotting (che, essendo della Vergine, è un ragazzo molto analitico) sostiene che in quei momenti sto così male che sento il bisogno di ascoltare qualcuno che stia peggio di me. E, cazzo, trovare qualcuno che stia peggio di Layne Staley durante quella registrazione è davvero difficile.

L’anno scorso ho visitato Seattle. Era aprile e c’era un sole pazzesco. Rimasi un po’ deluso, perché mi aspettavo degli acquazzoni da giorno del giudizio, come quelli immortalati nei libri di Tom Robbins. Ma la gente del posto mi assicurò che una primavera così non si vedeva da tanto. (Ciccio Russo)

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