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Music to light your joints to #7 – l’estate della disperazione

13 settembre 2013
Ci mancherai, vecchia stronza!

Ci mancherai, vecchia stronza!

Mentre siamo ancora sommersi da foto traboccanti felicità di gente con in mano mojito (lui) o spritz (lei), ci pensa Metal Skunk a ricordarvi che la vita è una merda e due settimane al campeggio non cambiano un bel cazzo di niente. Ecco quindi un paio di dischi che vi rimetteranno subito in sintonia con la più pura disperazione. Si comincia con Deathlike degli ottimi Ancient VVisdom, alla band è stato affibbiata una delle etichette più ridicole da parecchio tempo a questa parte: heavy metal acustico. Ora io adoro gli ossimori ma questa cosa qui non ha veramente alcun senso, perché è bello inventarsi il sottogenere, va bene catalogare e definire attentamente, ma il metallo sarà sempre e solo la musica dei tappi nelle orecchie, sarà sempre e solo Breaking the Law. Detto questo, la stramba definizione può portare a un paio di spunti di riflessione un minimo interessanti su come oggi la musica del demonio abbia riacquisito (succede ciclicamente) una qualche forma di fascino presso il generico pubblico al di fuori degli stretti adepti al culto. Un album quale Deathlike, quasi interamente acustico, anni fa sarebbe uscito sotto la generica etichetta di rock alternativo, i suoi protagonisti invece che al cimitero sarebbero stati ritratti in su qualche divano all’interno di baite americane in una posa simil Pearl Jam. I riferimenti musicali infatti rimandano quasi esclusivamente agli Alice In Chains e a tutta la componente grunge più intimista e crepuscolare; quindi in sostanza quello che fa entrare Deathlike nell’orbita del metal sono i suoi riferimenti espliciti alla morte, l’immaginario visuale che si porta appresso (teschi, candele e tombe varie) e il look oltremodo barbuto dei protagonisti. Messe da parte queste considerazioni accessorie che servono solo a capire i tempi in cui viviamo (boom), c’è da dire che si tratta di un disco molto bello, classico nella forma, pieno di sostanza, notturno e depressivo in modo salutare. Per gente come me che ha passato anni sul letto ad ascoltare gruppi deprimenti rappresenta un gradito ritorno ai suoni della propria personale teenage wasteland ed è giusto che anche i pischelli si cimentino con un po’ di sana malinconia, che poi piangere sul cuscino è molto più dignitoso di farsi l’autoscatto col bicchiere in mano e la cannuccia in bocca. Ascolto super autunnale, se ora non siete pronti nel giro di quaranta giorni sarà perfetto.

Passiamo ora all’ennesimo album grandioso che ci ha regalato il 2013: The Terror a firma Flaming Lips. Avevo perso d’occhio la band dai tempi del piuttosto scarso At War With The Mystics del 2006 e tutto mi potevo aspettare tranne che un album di tale profondità. Nel corso di un carriera lunghissima (che peraltro conosco solo parzialmente) sono stati capaci di passare della leggerezza assoluta (She Don’t Use Jelly) alla cupezza più totale rivestita di dolcezza (Do You Realize?? – una delle canzoni più tristi mai scritte) ma che potessero partorire qualcosa di così spiritualmente toccante non è una cosa che in genere ti aspetti da gente che sta in giro da quasi trent’anni. The Terror è uno di quei dischi punto interrogativo. Cosa avevano in testa mentre registravano? C’è stato qualche evento particolare che ne ha ispirato la scrittura? Tralascio poi ovviamente tutte le domande che ti lascia in testa. Un disco guidato da un rifiuto ostinato della vena pop, ostico, sobrio, rarefatto, pervaso di una solarità strana. The Terror è registrato nell’aldilà, esplora il contatto con l’eternità, il dolore, la solitudine e il non-senso dell’esistenza tutta. Lo adoro in maniera totale, sai quando hai la sensazione che un disco lo abbiano registrato dei veri musicisti, gente che ha la famosa urgenza di dire qualcosa? E’ così bello che mi rende invidioso, perché tutti avremmo voluto fare le rockstar e girare il mondo sul tourbus, ma suonare e creare una cosa del genere deve essere una cosa che non si può spiegare. Mo’ però meglio non pensarci troppo che domani mi tocca passare otto ore in ufficio. Il disco perfetto per l’estate della disperazione, da ascoltare da soli in una camera di albergo in medio oriente o per passare notti insonni a guardare il soffitto. Capolavoro vero.

Terzo album consigliato per i malinconici giorni finali dell’estate è Palms, ossia il debutto dell’omonima band, un side-project di Chino Moreno dei Deftones e di tre membri degli Isis. Progetto che per volontà esplicita dei protagonisti tende a smarcarsi della componente heavy per dare sfogo compiuto a tutta quella roba wave-post-rock onirica presente già da moltissimo tempo nelle vena compositiva delle band di provenienza. Otto lunghi brani che girano perfettamente, a tratti molto molto ispirati  (quanto è bella Shortwave Radio?) ma che forse nel complesso mancano di quei contrasti che rendono speciali i gruppi originali. Ma non indugiamo oltre in pensieri negativi, che, come diceva il grande Nello Venditti è solo il giorno che muoreee… Il sole sta calando e da oggi anche noi metallari abbiamo il nostro personale Cafe Del Mar.

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