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MOTLEY CRUE – Motley Crue (1994)

18 novembre 2015

Mötley-Crüe-Motley-CrueBistrattato. Distrutto. Sopravvalutato. Deriso. Quattro aggettivi che possono descrivere le reazione della “stampa specializzata” all’uscita del disco dei Crue che vide la luce in piena era grunge, e che molti conosceranno come “l’album senza Vince Neil” della band di Los Angeles, oppure “quello con Corabi”.
Devo premettere che sono poche, pochissime, le band che per me hanno significato quanto i Motley Crue. Il suono sporco e laido di una formazione nata e cresciuta nei sordidi vicoli di Hollywood, assurta ad uno status di stardom universale e che ha generato un seguito oceanico, vendendo diverse decine di milioni di dischi nel corso degli anni. Nonché trampolino di lancio per band come i Guns’n’Roses, che imploravano Nikki Sixx, nel 1987, di scarrozzarseli in tournée, per permettere all’appena uscito Appetite for Destruction di ottenere quel successo interplanetario grazie al quale Slash e soci possono vivere di rendita (e che rendita) ancora oggi. Quel suono, dicevo, che accompagna l’adolescenza di un ragazzo che indossava giubbotti di pelle e non si pettinava troppo spesso, e che teneva sempre un coltello a serramanico in tasca. Un suono sporco e bastardo ma anche romantico a tratti. Un suono che è tutto il contrario di quanto avverrà nella decade successiva agli anni ottanta, che erano carichi di voglia di divertirsi, bere e scopare e saranno sostituiti da paranoie e manie depressive e suicide. Sappiamo che molte band di allora non riuscirono a mettersi in salvo dal ciclone proveniente da Seattle, e non furono mai più (o quasi) riviste in attività. Come si apprestò, dunque, uno dei maggiori esponenti del fenomeno cosiddetto hair metal ad affrontare la tempesta?

Il decennio, per i nostri, era iniziato con il successo clamoroso di Dr. Feelgood, album composto e registrato “da sobri” che balzò in cima a tutte le classifiche e ci rimase per un bel po’. Fu appunto registrato in un periodo di disintossicazione della band e soprattutto di Nikki Sixx, che giusto due anni prima dell’uscita del disco aveva per la seconda volta rischiato di rimetterci le penne, uscendo miracolosamente indenne da un’overdose che lo aveva lasciato per diversi minuti praticamente deceduto sul pavimento di una lussuosa stanza d’albergo. E proseguì nel peggiore dei modi, dopo il tour di promozione dell’album e la compilation Decade of Decadence, ovvero con il licenziamento di Vince Neil, da sempre immagine della band e pedina non rimpiazzabile senza un completo restyling e cambio di sonorità, per ovvie ragioni che vedremo poi.

E’ stato detto di tutto su come le band degli eighties si siano approcciate agli anni novanta. Ci fu chi cercò di indurire ma al contempo rendere più “alternativo” il proprio suono, come i Warrant, costretti a modernizzarsi con il non proprio essenziale Ultraphobic, reduci dal successo di Cherry Pie e dal totale abbandono da parte della loro casa discografica, la CBS, che all’indomani dell’uscita del pur dignitosissimo Dog Eat Dog li aveva disconosciuti dalla mattina alla sera, sostituendo i loro manifesti all’interno degli uffici con quelli dei rampanti Alice in Chains. Oppure gli Skid Row, che si erano intostati notevolmente nel 1992 con Slave to the Grind e che successivamente cercarono una svolta che suonasse più credibile e al passo coi tempi con Subhuman Race, del quale abbiamo già parlato. E questo solo per fare due esempi. Cosa fecero i Crue, invece? Innanzitutto decisero di indurire il proprio stile in maniera decisa ed evidente, con dei suoni più cupi e compressi, e introducendo un elemento cruciale come John Corabi, pescato dai The Scream, band hard rock dei tardi ’80 che vide, tra gli altri, nella propria formazione Bruce Bouillet dei Racer X al basso e Scott Travis alla batteria.

motley1John Corabi, dunque. Così diverso da Vince Neil. La sua voce roca e dai toni decisamente più bassi, meno glamorous, se mi perdonate l’odioso termine. Anche Vince si sapeva ben esprimere su tonalità blueseggianti, forse unico punto in comune con Corabi, che possiede però maggiori qualità in fase di composizione, facendo sì, per la prima volta, che Nikki Sixx non venga lasciato quasi completamente solo nella stasura dei brani, potenti, ben strutturati ed arrangiati in maniera sorprendentemente matura e assai più complessa del solito. La vera differenza, però, la fa la mostruosa prestazione di Tommy Lee. Batterista dallo stile unico lo era sempre stato. Sempre molto poderoso, quadrato e preciso, con abbellimenti ove necessario e un groove che sfonda i muri, mai tecnico e fine a se stesso. Qua Lee per la prima volta si cimenta in nuovi ritmi e sonorità e, sebbene commercialmente sarebbe stato azzardato, spiace che le sperimentazioni coraggiose introdotte da un pezzo come Planet Boom siano stato relegate solo all’ep Quaternary, uscito in quantità limitate.

I Motley Crue hanno sempre tirato avanti per la loro strada. Se ne sono sentite di cazzate durante gli anni su questo album: che volessero suonare grunge o come i Soundgarden di Badmotorfinger, ad esempio. Cazzate, appunto. Il suono e lo stile sono unici. Il disco possiede senz’altro degli elementi riconoscibili e riconducibili alla precedente discografia. Ascoltate brani come Hooligan’s Holiday o la potentissima Hammered e rimarrete stupiti da una band che aveva scelto di non seguire i trend, sbattendosene delle mode e scegliendo un suono completamente nuovo. E che potenza. Power to the Music è da ascoltare a tutto volume vicino alle casse del vostro impianto, per farvi spettinare dalle rullate di un Tommy Lee ancora una volta spaventoso (sentite quella dopo l’assolo!). Sono perfino riusciti ad esportare il format della power ballad negli anni novanta, con pezzi come Misunderstood, contenente begli arrangiamenti di archi e banjo in sottofondo. Tutto ciò è merito di un lavoro di fino in fase compositiva e della produzione eccellente del buon Bob Rock. Davvero un peccato che Motley Crue sia stato trattato in quel modo a suo tempo e che ancora non abbia subito il processo di rivalutazione che merita ampiamente. I Motley, dopo tutto, sono ancora tra noi. E fanno sold-out in tutte le arene in cui suonano. Il grunge dov’è, invece?

12 commenti leave one →
  1. yukluk permalink
    18 novembre 2015 12:51

    La voce bastarda di Corabi è senza dubbio la cigliegina sulla torta di un ottimo album :-)

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  2. 18 novembre 2015 12:52

    Il grunge magari non sta bene (tutto da dimostrare), ma senz’altro sta meglio dei Mötley Crüe, intesi sia individualmente sia singolarmente.

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  3. Cattivone permalink
    18 novembre 2015 15:27

    Onestamente non sono mai stato un amante di questo album, ma mi ha fatto piacere leggere questo articolo
    I Motley hanno rappresentato molto anche per me, un paio di settimane fa li ho visti a Birmingham per il tour d’addio e spaccano ancora parecchio, se vi capitano appresso un ultimo saluto lo meritano.

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  4. 19 novembre 2015 14:24

    Ultimo saluto? Sì, almeno fino alla prossima rata della Ferrari.

    Grunge… non ci sono parole: odio quella musica!!

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  5. sergente kabukiman permalink
    19 novembre 2015 17:28

    i motley mi fanno decisamente schifo ma questo disco lo adoro, suoni duri adattissimi allo stile pestone di tommy lee( un vero animale alla batteria) e a mick mars che è uno dei chitarristi più sottovalutati del panorama rock, e poi che voce bestiale che ha corabi! altro che quel nano starnazzante che canta come fantozzi quando mette la molletta al naso per fare la telefonata anonima.

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  6. Cure_Eclipse permalink
    21 novembre 2015 15:34

    Infatti a vedere i Pearl Jam non c’è mai nessuno…ah no

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