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Avere vent’anni: MOTLEY CRUE – Generation Swine

27 maggio 2017

I Motley Crue sono forse il mio gruppo preferito (se mai si possa averne uno) e ritengo l’album omonimo, quello con John Corabi, un disco della madonna e sottovalutatissimo. Forse fu proprio l’ingenerosità della stampa specializzata e il dietrofront di molti fan del gruppo (causa grunge o delusione derivata dal cambiamento di line-up e adattamento ai tempi) che portò i Crue a richiamare Vince Neil, con la convinzione che magari la clamorosa notizia, che arrivò cinque anni dopo il divorzio apparentemente insormontabile tra la band e il pluripregiudicato frontman, avrebbe risollevato le sorti.

Nel mentre un po’ d’acqua era passata sotto i ponti: il disco omonimo dei Crue nel 1994; due dischi solisti di Vince nel nel 1993 e nel 1995 rispettivamente, uno molto figo (Exposed) e l’altro piuttosto fiacco e ricco di sperimentazioni abbastanza inutili (Carved in Stone); gli scandali e le cazzabubbole da Novella 2000 (Tommy Lee e Vince Neil hanno praticamente il “merito” di aver inventato il format del “sex tape”), gli scazzi e le risse, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, l’attenzione era stata diretta più sulle vicende fuori dagli studi di registrazione e dai palchi che sulla musica, che nel 1994 spaccava ma che non fu considerata come meritava, e che si può tranquillamente rivalutare ora, al netto di Pamela Anderson, Baywatch, le mignotte e la cocaina.

Non posso essere imparziale al 100% per la ragione spiegata in partenza, e la gran parte di voi lettori (che magari non ha le mie stesse motivazioni) classificherà probabilmente, e forse anche a ragione, Generation Swine come “spazzatura” o “merda”, se preferite i riferimenti scatologici in generale. In effetti pensare a cosa hanno fatto con un classico come Shout At the Devil, riproponedolo in una versioncina pop-rock alternativa, fa accapponare la pelle. Voglio dire, cazzo, avete presente Shout at the Devil, no?

L’inizio a dire il vero non è nemmeno male. Gli anni ottanta sono finiti da un pezzo e i Crue già si erano adeguati. Find Myself è potente, lo stile è quello dell’album precedente, più o meno, e Vince non sfigura per nulla. Afraid è una ballata che non fa proprio schifo, anche se molti di voi mi crederanno pazzo leggendo queste righe, poiché potrebbe essere bollata come un exploit pop da colonna sonora di qualche filmetto o serie televisiva in stile Dawson’s Creek. Ma il problema è che ricordo perfettamente cosa stavo facendo e con chi ero in quell’estate del 1997, e il pezzo ha un certo significato per un non-più-adolescente che comunque ricorda con piacere gli anni spensierati in cui l’unica preoccupazione era divertirsi.

Flush (nomen omen), Confessions, Beauty e l’intossicante ballad Glitter hanno tutte il marchio Motley in qualche modo, ma anche quell’annacquatura da poppettino tipica degli anni novanta post grunge che fa davvero chiedere perché Nikki Sixx e soci abbiano voluto intraprendere questa scelta stilistica e se non fosse stato meglio, a quei tempi, tenersi Corabi e magari tentare un altro flop commerciale ma a testa alta. Tanto hai voglia a vivere di rendita e di concerti… La title track però non è male, e proprio come Anybody Out There mantiene quel minimo sindacale di urgenza e energia punkettona che rivitalizza e scuote la tracklist in qualche modo, fino alla vera e propria eccezione dell’album: Let Us Prey.

Sicuramente concepito assieme a John Corabi (riconosco lo stile e l’impronta che i Crue avevano sul precedente disco), il pezzo spara palle incatenate e distrugge tutto ciò che trova a tiro. Stranamente Vince non sfigura nemmeno qua e anzi, sembra proprio fare il verso a Corabi a tratti. Tommy Lee sembra finalmente libero di continuare il lavoro di demolizione intrapreso sull’album omonimo. Riffoni e suoni pesantissimi. Così ci piace. A volte ascolto l’album solo per questa traccia, che davvero merita.

Taccio sulle ballad “personali” dedicate da membri della band a consorti e prole (Rocketship e Brandon), e non mi soffermo una seconda volta su Shout at the Devil ’97. A Rat Like Me invece non è malaccio, e riprende un po’ di quello spirito decadende che putroppo qui scarseggia in generale. Insomma, io che sono un fan terminale, Generation Swine lo ascolto di tanto in tanto. Per chi non è come me trascurarlo non sarà certo un problema, ma almeno sentitevi Let Us Prey! (Piero Tola)

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