E ci siamo giocati pure i GAEREA
Arrivato alla soglia dei 36 anni dovrei aver imparato da un pezzo a fidarmi del mio istinto. Ormai ascolto metal da oltre un ventennio e ho raggiunto un livello di conoscenza di me stesso sufficientemente alto da permettermi, quasi sempre, di andare a colpo sicuro con gli ascolti. Ogni tanto però, ci casco ancora. Quando mi capitò di vedere, seppur di sfuggita, la copertina di Loss, nel mio cervello si accese più di un campanello d’allarme. Seguivo i Gaerea già da un po’, e considero i primi tre dischi della band portoghese degli ottimi lavori: black metal moderno ma mai stucchevole, con un’attitudine indiscutibile e dei pezzi fenomenali.
Dopo Coma che, lo ammetto, ho ascoltato poco ma che comunque ricordo positivamente, avevo un po’ perso di vista i Gaerea, fino alla segnalazione dell’imminente uscita di questo Loss. Ottimo, mi segno la data e, al giorno stabilito vado ad ascoltare il disco. Dopo un minuto scarso dell’iniziale Luminary sono costretto a fermare tutto per controllare di stare ascoltando il disco giusto. “Questi non possono essere i Gaerea”, penso. E invece erano proprio loro, erano drammaticamente loro. Tutto ciò che potrei dire in questa recensione è condensabile in un’unica frase: i Gaerea si sono venduti al miglior offerente. L’offerente in questo caso si chiama Century Media e non so se ci sia lo zampino dell’etichetta dietro questo vergognoso, imbarazzante cambio di direzione, ma il sospetto è fortissimo. Loss non è black metal, non è death metal, non è niente di ciò che il metal estremo, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere e rappresentare. È l’ennesimo disco metalcore iperpompato, ruffiano, preconfezionato e studiato a tavolino che viene usato come sottofondo per i video su Instagram delle culone gotiche che, con la scusa di esibire i loro outfit, mettono in mostra la mercanzia.
Lo sconforto è totale: canzoni con la classica struttura piaciona tipica di certo metal moderno per ragazzini. Strofa cattivona con il growl, ritornello melodico con il pulito, ancora strofa cattiva e chiusura malinconica e sognante. Andate a fare in culo. Il concetto di ruffianeria non rende minimamente l’idea di quanto questo disco sia paraculo e concettualmente sbagliato sotto ogni punto di vista (escluso quello commerciale). La produzione stessa mi provoca il violento desiderio di dare fuoco ad uno studio di registrazione, per poi isolarmi in montagna ascoltando solo roba con lo standard audio di Transilvanian Hunger. E non venitemi a dire che sono un vecchio rompicoglioni, perché di musica registrata bene ne ascolto a pacchi, ma non sarò certo io a spiegarvi la differenza tra una registrazione curata e la meschina artificiosità con cui questi dischi vengono prodotti in serie.
Vorrei poter dire di non riuscire a spiegarmi questo voltafaccia imbarazzante ma, come dicevo all’inizio della recensione, ormai sono abbastanza scafato da sapere beni$$imo perché i portoghesi abbiano deciso di buttare alle ortiche quanto di buono fatto finora per salire sul carrozzone del metalcore. La conclusiva Stardust è il manifesto di quanto scritto finora, nonché la pietra tombale e un gigantesco dito medio al concetto di attitudine. Da qualche parte, su internet, un tizio ha descritto questo disco come “gli Architects del black metal”. Decidete voi se essere incuriositi o disgustati. (Luca Bonetta)

