Eihwar / Mira Ceti @Santeria Toscana 31, Milano, 16.04.2026

(Le foto sono state prese dal profilo Facebook del gruppo)

La prima cosa che ho pensato arrivando al Santeria è stato: “Pensavo peggio.” Non in merito alla musica, ovviamente – perché se non mi piacesse almeno un minimo non sarei proprio venuto a una serata come questa – ma in merito alle persone presenti. Certo, c’era qualcuno col kilt, con la pelle di pecora sulle spalle, con il corno appeso alla cinta, con la faccia pittata, con la barba raccolta in trecce, in generale gente che sembrava uscita da una generica rievocazione storica medievale-celto-vichinga – c’era anche un tizio che sembrava Jason Momoa ubriaco con la pancia; ma, per l’appunto pensavo peggio. Allo stesso tempo mi sarei anche aspettato di trovare questo tipo di pubblico più ad altri tipi di concerti – che so, ai Furor Gallico, agli Ensiferum, ai Korpiklaani, ecc. – e non a vedere Mira Ceti ed Eihwar (per motivi diversi, i primi perché molto riflessivi, i secondi perché molto tamarri).

Mira Ceti è in realtà il nome d’arte di una cantante francese che ha pubblicato finora un album, Himest mesi, e un EP, Ament. Scopro poi che canta negli Heilung, sorta di risposta danese ai Wardruna. È accompagnata in molte sue composizione e sul palco da n.hir, altro artista francese che produce principalmente drone e che sta al suo fianco su una pedana circondato da tastiere, pedaliere, campionamenti, percussioni sintetizzate, ecc. La sua proposta è in realtà abbastanza ridotta all’osso per quanto riguarda l’accompagnamento e Mira Ceti si dimostra essere un’ottima cantante, capace anche di reggere il palco e di portare avanti la baracca con la sua sola voce. La sala è già abbastanza piena e il pubblico, che immagino essere qui per i ben più noti Eihwar, risponde comunque molto positivamente.

Durante il cambio palco vengono messi nientemeno che i Wardruna e, quando compaiono gli Eihwar, ma soprattutto quando compare Asrunn, ovviamente, il pubblico va in visibilio. Il palco è riempito di neon che ruotano su se stessi e, insieme al duo, fanno uno strano effetto viking futuristico che sembra uscito da un fumetto Marvel – anche se lui, Mark, sembra quasi più mediorientale e dal suo vestiario e dal suo elmo me lo immaginerei di più sulla rocca di Alamut insieme alla setta degli Assassini. Non riesco a distinguere veramente una canzone dall’altra, ma d’altronde le composizioni sono tutte abbastanza simili tra loro: percussioni, elettronica, base dritta in 4/4, talvolta qualche strumento tradizionale campionato, strofa-ritornello-strofa-ritornello-ponte-strofa-ritornello e una parola urlata all’unisono (che sia Berserkr o Hugrheim cambia poco). A differenza di Mira Ceti, Asrunn salta e balla come un’ossessa sul palco e regge la scena in maniera diversa, molto fisica – non che non sia molto brava a cantare anche lei, come dimostra quando si placa e si concentra sulle linee vocali.

La prima metà del concerto si sussegue in questo modo per una mezz’oretta – se non ricordo male dei singoli più famosi Hugrheim viene riproposta proprio in questa fase iniziale – l’altro singolo più famoso, Berserkr, che li ha resi famosi, verrà lasciato per il bis. Dopodiché Asrunn si ferma e annuncia, ancora col fiatone, Ljósgarðr, una ballad tratta dall’ultimo album, Hugrheim, durante la quale Mark dà prova di un’abilità alla chitarra non scontata. Finito l’intermezzo per riposarsi il concerto riprende come prima e anche il pubblico sembra essersi finalmente scaldato. A un certo punto – durante non ricordo quale canzone – propone a tutti di abbassarsi sulle ginocchia e saltare al suo “tre” e tutti partecipano molto convintamente a questo e agli altri balli della cantante francese, che dichiara con orgoglio di avere origini italiane, anche se noi l’avevamo già intuito. Durante questa parte del concerto Asrunn sembra proprio una ragazzina che si diverte a ballare nella sua stanza con la musica a palla – e lo dico nel migliore senso con cui si possa intendere questa frase, ovvero che trasmette una felicità e un divertimento estremamente genuini. Quando lo scoprii partii relativamente critico verso questo progetto che sembrava volere soltanto campare sulla moda legata all’immaginario vichingo (e forse è tuttora così) e sulla leggendaria inconsistenza del carro di buoi, ma tutto sommato cosa gli si può dire? Fanno musica che se presa alla leggera – e a piccole dosi – può anche essere piacevole, si divertono – e anche molto, sembrerebbe – sono molto affiatati – e sul palco lo si percepisce distintamente – e stanno avendo un discreto successo. Bravi loro. (Edoardo)

Lascia un commento