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Dall’Insubria con furore: intervista ai FUROR GALLICO

20 marzo 2019

Avremmo dovuto incontrare i Furor Gallico prima della loro esibizione al Legend Club, per intervistarli di persona. Tuttavia, a causa di problemi organizzativi del sottoscritto, ci siamo dovuti organizzare in modo diverso, e ora la band ha gentilmente risposto alle nostre domande via e-mail.

Dopo circa quattro anni esce il vostro nuovo album, Dusk of the Ages. Era passato all’incirca lo stesso periodo di tempo tra Furor Gallico e Songs from the Earth, anch’esso annunciato con molto anticipo, se non ricordo male. Quattro anni sembrano essere il tempo di cui hanno bisogno i Furor Gallico per pubblicare un nuovo album: si sono ripetute esattamente le stesse dinamiche e tempistiche anche questa volta oppure sono sorte nuove problematiche a ritardare l’uscita?

In verità, ci siamo semplicemente presi il nostro tempo. Spesso si sentono discografie ripetitive e forse la causa sta proprio nei tempi di produzione sempre più serrati. Un disco all’anno o ogni due anni ormai è la norma, ma non è semplice “stupire” il mercato (e sé stessi, in primis) se si ha poco tempo per comporre e produrre un disco. A noi, detto francamente, non interessa e finora tutte le recensioni di Dusk of the Ages ci stanno dando ragione!

Sicuramente starete pensando ad altro in questo momento, come alla promozione di Dusk of the Ages (Metal Skunk era presente alla data di Milano), ma una domanda sorge spontanea: il prossimo album, dobbiamo aspettarcelo tra altri quattro anni?

È la classica domanda da un milione di dollari! Vedila così: il prossimo album arriverà quando saremo felici e orgogliosi del risultato!

Personalmente vengo più o meno dalle vostre zone e vi seguo sin dal vostro primo demo, 390 B.C.: The Glorious Dawn. Quando firmaste con la Massacre Records per la ristampa di Furor Gallico pensai che foste già riusciti a sbancare. L’avete pensato anche voi? Cos’è successo poi?

Cosa vuol dire esattamente sbancare? Sin dagli esordi ci siamo creati una nostra fetta di pubblico e col tempo abbiamo continuato a ritagliarci il nostro spazio nella scena metal italiana, per poi ottenere consensi anche all’estero, un tassello alla volta. Sbancare è relativo, noi siamo quello che siamo e ne siamo più che orgogliosi. Abbiamo esattamente tutto ciò che ci rende felici di far parte di questa famiglia: suoniamo tanto in giro e un sacco di gente ci ascolta e viene ai nostri concerti per divertirsi. Spesso, quando usciamo a bere una birra per i fatti nostri, qualcuno ci ferma per due chiacchiere e una foto. Significa che quello che abbiamo da dire arriva a tanta gente e, se fai musica, è l’unica cosa che conta!

Col passare degli album sembra che abbiate abbandonato (parzialmente, se non del tutto) i riferimenti al passato celtico/gallico della Brianza e dell’Insubria – ricordo ancora un azzardo di definizione “Insubrian folk metal” sul vostro sito di circa un decennio fa. Cosa vi ha portato a questa evoluzione nelle tematiche?

Che memoria! È vero, confermo. Siamo e saremo sempre legati alle nostre radici, ma col passare del tempo, come è giusto che sia, si ampliano gli orizzonti. Con Dusk of the Ages parliamo del nostro posto nel mondo. Nostro non come Furor gallico, ma come esseri umani. Raccontiamo l’esigenza di portare a termine un percorso che permetta di tornare a essere in armonia con ciò che ci circonda, attraverso la metafora dei quattro elementi, partendo dalla (ri)nascita (The Phoenix), per poi passare attraverso la presa di coscienza dei nostri effetti distruttivi sul mondo (Canto d’inverno e Nebbia della mia Terra) e l’esigenza di ritrovare la nostra armonia (Waterstrings) e, infine, la grinta con cui prendiamo consapevolezza di tutto con Gates of Annwn, che in sé racconta a sua volta un nuovo inizio.

Nella vostra esperienza live, siete sempre riusciti ad “esportare” per così dire la vostra proposta musicale, oppure il fatto che fosse molto legata alla vostra regione di provenienza ha fatto sì che il pubblico in altre parti d’Italia e del mondo fosse poco ricettivo alla musica dei Furor Gallico?

Il legame che un gruppo ha con la propria terra è un aspetto che al pubblico piace, generalmente. Nel nostro caso, questo legame traspare dai testi, spesso incentrati su leggende delle nostre terre, ma non credo che la cosa influisca in maniera significativa sulla possibilità di apprezzare o meno la nostra proposta musicale e di “esportarla”, per riprendere la tua metafora. In fin dei conti, quante band molto più famose di noi girano in tutto il mondo raccontando storie e leggende delle loro terre? Certo, quando suoniamo nelle nostre zone è un po’ come se giocassimo in casa, ma ti assicuro che abbiamo sempre riscosso un ottimo successo in giro per la penisola e non solo… Per esempio, non potremo mai dimenticare il sold out in Germania durante un nostro show da headliner, oppure le due partecipazioni al Cernunnos Pagan Fest, nel 2015 e a febbraio di quest’anno! In Francia, la gente cantava persino i pezzi in italiano con noi. È stato fantastico!

Ho avuto anche l’impressione che col passare degli anni siano diminuite le canzoni in inglese e aumentate quelle in italiano. Avete mai pensato di pubblicare un album cantato solamente in italiano (o in dialetto, se qualcuno di voi lo parla)? Per quanto mi riguarda apprezzo molto quando i gruppi stranieri lo fanno, anche se non capisco quello che dicono: giusto a titolo di esempio, non credo apprezzerei allo stesso modo i Moonsorrow se non cantassero in finlandese.

La scelta della lingua è legata al tema del singolo brano, non tanto alla musica. Non facciamo calcoli a priori per definire una percentuale, scriviamo un brano e la scelta della lingua viene da sé. Un domani potremo fare un disco solo in italiano o solo in inglese. Ora come ora non sapremmo risponderti!

Per rimanere sul tema del tempo che passa e della vostra evoluzione come band, Dusk of the Ages ha degli elementi sinfonici che non erano presenti nelle vostre produzioni passate. Cosa potete dirci a riguardo?

La produzione artistica di Dusk of The Ages è stata seguita da Ralph Salati (Destrage) insieme al nostro chitarrista Gabriel. Al termine della fase di songwriting, abbiamo subito pensato di aggiungere nuovi elementi alla musica dei Furor gallico, come, per esempio, inserti di voce femminile e, appunto, orchestrazioni con più linee di violino rispetto alla classica linea singola dei due dischi precedenti.

Siamo arrivati a queste soluzioni con estrema naturalezza, poiché ritenevamo che fossero quelle più adatte per le canzoni a cui stavamo lavorando. Già in fase di composizione erano emerse alcune novità, come il riffing, decisamente più tendente al melodic death metal, e strutture vagamente più accostabili al progressive. In generale abbiamo deciso di non porci limiti e di fare quello che ritenevamo la cosa migliore.

Escludendo Elvenking e Folkstone, probabilmente siete stati tra i primi a suonare folk metal e derivati in Italia. La scena però si è affollata nel corso degli anni ’10 e il suo epicentro si è spostato verso il Centro e il Sud – nell’ultima manciata di anni sono usciti molti gruppi proveniente soprattutto da regioni quali Lazio, Campania e Abruzzo. Cosa pensate della scena folk metal italiana?

Come è normale che sia, la musica ha le sue ondate. Noi siamo nati quando il folk metal era agli albori, eravamo in pochi a suonare questo genere e ancora meno a portare sul palco arpa, violino, flauti e cornamuse. Tieni conto però che in giro per l’Europa c’erano già Skyclad, Aes Dana, Cruachan, Waylander, Gernotshagen e chissà quanti ne sto dimenticando! La nascita di tante nuove band all’interno di un genere è normale e sintomatica. In fin dei conti, ce lo insegna la storia e, come in ogni epoca e per ogni genere, ci sono realtà più o meno interessanti. Partendo dal presupposto che ormai oggi nel calderone folk vengono fatte rientrare band epic, viking e di generi affini, non dimentichiamoci che i Draugr pubblicarono il loro primo album quando i Furor Gallico non erano neanche un’idea e, andando indietro, negli anni ‘90 gli Stormlord muovevano i primi passi da Roma. La scena folk metal italiana è senza dubbio interessante: in Italia sappiamo suonare, e anche bene! I Gotland da Torino sono delle macchine da guerra, così come i Vinterblot o i Kormak da Bari. In Veneto abbiamo gli Arcana Opera che reputo estremamente interessanti, ma la lista è ancora lunga. È un bellissimo segnale, abbiamo tanti ragazzi giovani e volenterosi che hanno l’esigenza di parlare di sé e della propria terra, dobbiamo essere orgogliosi di questo!

Ultima domanda: siete soddisfatti della strada intrapresa dai Furor Gallico fin qua? Cambiereste qualcosa o lascereste tutto così com’è?

Assolutamente sì. Tutto quello che abbiamo fatto ci ha portati a essere la band che siamo, professionalmente e umanamente. Ci siamo portati a casa tantissime soddisfazioni: abbiamo suonato davanti a 6.000 persone al Montelago Celtic Fest; abbiamo condiviso il palco con mostri sacri quali Stratovarius, Eluveitie, Finntroll, Satyricon (dei quali conservo un bellissimo ricordo, dato che non capita tutti i giorni di chiacchierare a lungo di vino con Satyr) e molti altri; il nostro disco è presente sugli scaffali di tutto il mondo e abbiamo tanti fan che ci seguono con passione e ci vogliono davvero bene (non a caso, nel corso degli anni sono diventati amici)… Seriamente, cosa vogliamo di più?

L’intervista è finita. Vi ringrazio!

Grazie mille a voi per lo spazio che ci avete dedicato e un saluto a tutti i lettori. Speriamo di vedervi presto a qualche concerto! (Edoardo Giardina)

One Comment leave one →
  1. weareblind permalink
    20 marzo 2019 21:11

    Bravi ragazzi di MS.

    Piace a 1 persona

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