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Musica di un certo livello #28: LOU QUINSE, CRUACHAN

3 giugno 2018

È dallo scorso novembre che ci sentiamo tutti, chi più chi meno, in certo qual modo orfani dei Folkstone a causa del loro Ossidiana: un cordone ombelicale che non eravamo ancora pronti a staccare.

a0654810273_10Io però vi dico di non disperarvi ché ci sono i Lou Quinse. Se non li conoscete, hanno già pubblicato il loro debutto Rondeau de la forca a fine 2010, sono piemontesi e cantano nel dialetto occitano parlato nelle valli sul confine tra Francia e Italia. Questo maggio è uscito Lo sabbat, loro secondo album, e io improvvisamente non mi sento più orfano. Il loro folk metal è decisamente più pesante di qualsiasi cosa i Folkstone abbiano potuto produrre anche all’inizio della loro carriera (giusto per fare un paragone), ma mantiene incredibilmente lo stesso spirito danzereccio da locanda. E forse lo supera pure grazie alle fisarmoniche che compaiono qua e là, come in La dançarem pus. Ma quest’album è davvero incredibile perché ogni canzone contiene una melodia che potenzialmente può entrarti in testa e non uscirne mai più, nonostante la loro generale malinconia e la pesantezza delle sonorità sullo sfondo. Se vogliamo continuare la metafora dei Folkstone che scendono dalla montagna, si trasferiscono in città e si ingentiliscono: anche i Lou quinse scendono dalle Alpi occidentali per andare a Torino, ma la loro discesa è più simile a un raid, a una transumanza, o a una capatina alla fiera locale dove vanno ad esibire i becchi che allevano. Il loro inno Sem montanhòls dovrebbe bastare a farvelo capire. 

“Perché la capra è il miglior animale che c’è, dopo la donna.”

cruachan-nine-years-of-blood-20180323121213Quest’ultimo mese mi ha fatto proprio felice dal punto di vista musicale perché pure i Cruachan, nei quali non speravo più tanto, hanno fatto uscire un gran bell’album. È circa da Folk-Lore che gli irlandesi non pubblicano qualcosa che mi piaccia davvero fino in fondo, e Blood on the Black Robe e Blood for the Blood God non mi avevano lasciato molto. Mi sembrava che a entrambi mancasse qualcosa che ne impediva la riuscita. È pur vero che ripartivano da quel disco fantastico che è Tuatha na gael, ma senza averne la spontaneità e le idee chiare necessarie a raggiungere un tale scopo. Forse era la produzione sporca: non abbastanza da essere veramente old school ma abbastanza da far sembrare gli strumenti scollegati l’uno dall’altro. E anche se è vero che non è la cosa più importante nel metal, questo discorso vale soprattutto se stai pubblicando Fall of Gondolin nel 1995. Fatto sta che Nine Years of Blood è bello bello e (oltre a completare la trilogia del sangue) mette tutto al posto giusto. E per dimostrarvi che ho un lessico di aggettivi più ampio di quello di Alessandro Di Battista, aggiungo che è coinvolgente e ti fa respirare quell’aria di disfatta, di antica civiltà decaduta che trovi in tutti quei gruppi folk metal con un sostrato culturale celtico. Chiamatelo pure celtic metal se volete, ma l’importante è che quando senti i loro album ti sembra proprio di essere a Inis Mona e di assistere al massacro dei druidi perpetrato dai romani bastardi. È uno spirito diverso da quello che puoi trovare in altre zone, a partire da quello più caciarone delle montagne di cui sopra, per arrivare a quello più epico scandinavo, nel quale il recupero delle tradizioni si traduce spesso in una narrazione delle antiche e gloriose gesta.

Volete anche voi una maglia dei Lou quinse adesso?

Personalmente, ancora più che dei Folkstone, mi sento orfano dei Draugr. Dei due gruppi nati dalle loro ceneri, agli Atavicus preferisco i Selvans, i quali hanno fatto quello che potevano con risultati eccellenti, ma il loro spirito è comunque totalmente diverso dai “lupi”. I Lou quinse finalmente sono riusciti a farmi sentire di nuovo a casa e i Cruachan mi hanno dato una nuova ragione per continuare a seguire questo genere. Era da De ferro italico che non trovavo album folk metal che mi piacessero così tanto – senza considerare i Moonsorrow ovviamente, che sono un discorso a parte. Ora speriamo soltanto che i piemontesi non ci mettano altri sette anni a pubblicare un nuovo album. (Edoardo Giardina)

One Comment leave one →
  1. 3 giugno 2018 16:00

    Il folk metal è tutt’altro che il mio genere preferito, ma di fronte a “De Ferro Italico” non si può che levarsi i cappell…ops, l’elmo, in segno di rispetto. Possano i Draugr tornare presto, e tornare a quei livelli.

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