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Vissero i fiori e l’erbe, vissero i boschi un dì: FOLKSTONE – Ossidiana

13 novembre 2017

Cercherò di essere breve. Ciò che si sente ora in Ossidiana era ampiamente anticipato nel precedente Oltre… l’abisso, se non già nell’ancora precedente Il Confine. Parliamo della semplificazione strutturale; della scarnificazione dei temi e delle atmosfere che avevano reso i Folkstone un gruppo davvero unico. Se però Il Confine era ancora un capolavoro (al pari quantomeno di Damnati ad Metalla e dell’omonimo), in Oltre… l’Abisso iniziava già a mancare l’autentica evocazione folklorica delle origini.

In altre parole, i Folkstone sono scesi dalle montagne. Non c’è immagine più calzante per descrivere il loro percorso, se non la perdita dell’innocenza. Abbandonando le natìe Orobie, hanno preso il sentiero verso la città, verso il suo vuoto spirituale e le sue accattivanti lusinghe mondane. E il risultato è un disco profondamente immerso nel secolo, che quindi tradisce profondamente il loro vecchio spirito; non evoluzione quindi, e neanche involuzione, se non strutturale: piuttosto sostituzione, un nuovo mondo che sostituisce interamente quello vecchio, rigettato come arcaico, provinciale, superato e incomprensibile. Ma non erano proprio queste le caratteristiche che ci avevano fatto amare i bergamaschi? Non era proprio l’essere altro ciò che rendeva i Folkstone così unici? Quell’essere così commoventemente fuori dal nostro tempo, dal nostro spazio, quella capacità di far vibrare corde atrofizzate che però sono lì, e che noi abbiamo disperato bisogno che qualcuno faccia vibrare? 

Ossidiana ha pochissimo a che vedere col gruppo che firmò Frerì, Alza il Corno o Briganti di Montagna. Tredici pezzi, tutti potenzialmente adatti per il passaggio nei programmi alternativi delle radio di musica italiana. È un disco urbano, non ancora metropolitano (per quello, forse, dovremo aspettare il prossimo lavoro), ma urbano sì, nell’animo, nello spirito, nei fini e nei mezzi. Ricorda tante cose e nessuna, si confonde nel rumore bianco della musica leggera con le chitarrine distorte, di quei gruppi con la pashmina e l’acconciatura scompigliata da gruppo pop-rock che cerca disperatamente di non essere ciò che è, e si giustifica con i riferimenti a ciò che in quegli ambienti viene percepito come di nicchia, dagli Area a Rino Gaetano fino ai cantautori “impegnati” degli anni settanta, roba grossomodo uguale a sé stessa da trenta-quarant’anni ma che, data la totale immobilità del panorama a cui fa riferimento, continua sempre a svolgere il ruolo di alternativa, con tutte le fisime del caso. Alcune melodie non sono neanche male, ma si tratta di musica all’acqua di rose, banale, indistinguibile da mille altre musichine se non fosse per le cornamuse, ormai sullo sfondo e svuotate da ogni legame strutturale, e per la voce di Lorenzo, la cui enfasi è sempre più fuori posto in un contesto del genere. Il pezzo cantato da Roberta, Dritto al Petto, ricorda Irene Grandi. Così è.

Certo, Ossidiana li porterà a raggiungere un pubblico più ampio rispetto al passato. Un pubblico diverso, quantomeno in larga parte, ma sicuramente più ampio. E i bergamaschi se lo meritano, davvero, per tutto quello che hanno fatto fino a Il Confine: e non importa che ciò accadrà grazie ad un album che, probabilmente, non ascolterò mai più una volta finita la recensione; voglio talmente tanto bene a quei primi loro dischi che sono sinceramente contento per tutto ciò che di buono accadrà ai Folkstone. Continuerò comunque a seguirli dal vivo, perché da quel punto di vista in Italia hanno pochissimi rivali. Solo una cosa non tollererei: che mi si rispondesse parlando di coraggio e innovazione. Ossidiana non ha nulla di coraggioso o tantomeno di innovativo (né rispetto a loro stessi, né rispetto alla scena musicale italiana in genere): può essere un disco necessario, nel senso che quell’ispirazione e quell’innocenza ormai sono morte e dunque quello che sentono ora di scrivere è questo. E non ho dubbi che il cambiamento di quest’album non sia dovuto a logiche commerciali, ma personali: loro sono cresciuti, cambiati, e non potrebbero scrivere altro se non questo. Ma non si reiteri per l’ennesima, sfiancante volta quella pantomima già vissuta mille volte in passato, in cui un gruppo svuota sé stesso e poi accusa gli altri di non essere abbastanza intelligenti, acuti, aperti da capire la loro innovazione o il loro coraggio. Auguro ai Folkstone tutto il bene possibile, credetemi, ma non mi si chieda di tenerli più nella stessa considerazione; anche perché poco male: ci saranno tantissimi nuovi fan che prenderanno il mio posto. (barg)

3 commenti leave one →
  1. Stefano Vitali permalink
    13 novembre 2017 11:45

    Sottoscrivo parola per parola. Se i primi due dischi erano fughe dalla modernità, storie di gente ai margini, Il Confine è fin dal titolo uno spartiacque nel conflitto tra, citando, istinto e civiltà, nonché apice della loro produzione. Con Oltre L’Abisso il confine è stato saltato a due piedi, senza guardarsi indietro, dando come risultato un disco insipido, di cui salvo quasi solo In Caduta Libera. Ora questo Ossidiana, innocuo, domato, privo di spirito, dannatamente normale, ma soprattutto all’insegna di un rockettino del cazzo, che fa a pugni con le cornamuse e la voce di Lore, rischia di essere l’ultimo chiodo nella bara dei FolkStone che amavo. Poi, come detto da Barg, sono contento che i gnari del gruppo raccolgano un successo che sicuramente hanno meritato per quello che sono stati (essendo di Brescia, li ho praticamente visti nascere dal nulla, live esaltante dopo live esaltante, il mio fegato ancora protesta). In questa versione urbana, tuttavia, mi risultano pressoché inascoltabili

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  2. cattivone permalink
    13 novembre 2017 14:39

    Avevo ascoltato l’anteprima “Pelle nera e rum” aspettandomi il peggio dal nuovo album. Le altre anticipazioni suonavano giá piú Folkstone, ma non brillanti, sembravano filler scartate da Il confine.
    A me “…Oltre l’abisso” in realtá era piaciuto parecchio, ma era impossibile non accorgersi del fatto che qualcosa all’interno del gruppo era cambiato.
    Non l’ho ancora acquistato, lo faró presto perché comunque continuo a supportarli ed a volergli bene, ma questa recensione ha confermato quello che avevo paura di leggere.

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  3. Carmelo permalink
    14 novembre 2017 12:22

    Ho letto con attenzione ogni singola sillaba scritta dal mio scribacchino preferito.
    Lì ho visti proprio l’altra sera all’ Orion e l’album lo stavo già assimilando.
    Conoscendo un pochino Roberto e soprattutto ricordando la recensione di Oltre. …l’Abisso mi aspettavo tutto ciò che ha scritto.
    Io amo i Folkstone e li seguirò ancora e l’album mi piace molto ma è verissimo….la loro natura qui non c’è più e penso che oramai indietro non si torna.
    L’idea che somiglino molto ad una certa musica attuale un po’ mi da sui nervi ma capisco che il pubblico e lì che aspetta e loro hanno il sacrosano diritto di andarselo a prendere.
    Detto ciò lunga vita ai Folkstone, a Roberto e cricca assortita ma soprattutto lunga vita al Rock’Roll!!!

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