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Avere vent’anni: febbraio 1999

28 febbraio 2019

NOCTE OBDUCTA – Lethe. Gottvereckte Finsternis

Michele Romani: I Nocte Obducta sono sempre stati una band particolarissima, e la semplice definizione di black metal sarebbe troppo semplicistica per descrivere le atmosfere e le innumerevoli sfaccettature che hanno sempre contraddistinto la loro musica. Se per gli ultimi lavori del gruppo di Marcel Bruer (da sempre anima e principale compositore) possiamo parlare di una sorta di avantgarde-progressive black metal, questo esordio Lethe è forse il disco più tradizionale del combo tedesco, anche se basta l’iniziale Im Bizarren Theater per capire subito lo stile dei Nostri: un black metal a tratti ferocissimo e caratterizzato da innumerevoli cambi di tempo, melodie per nulla scontate, lugubri tastiere e le vocals laceranti di Torsten (attivo anche nei validissimi Agrypnie) a completare il tutto. Tra gli episodi migliori senza dubbio la suite Honig Der Finsternis e la titletrack interamente strumentale, a sottolineare anche le loro indubbie capacità strumentistiche. Diciamo che se dovessi scegliere un disco dei Nocte Obducta opterei per il successivo Taverne o i due Nektar, ma Lethe rimane comunque un lavoro di tutto rispetto per una band anche troppo sottovalutata.

SKYCLAD – Vintage Whine

Giuliano D’Amico: Per qualche strano motivo, gli Skyclad di Irrational anthems furono uno dei primissimi gruppi metal che ascoltai, poco più che adolescente, e ne fui subito rapito. A distanza di tanti anni, mi chiedo cosa ci trovassi di tanto particolare – il folk, il violino erano cose divertenti, ma, in fondo, fini a se stesse: mi sono spesso chiesto cosa ne sarebbe stato degli Skyclad (che erano/sono un onesto gruppo di heavy metal classico prima che un gruppo folk metal) se non si fossero inventati questa menata del violino. Ovviamente, la storia mi ha dato torto, e gli Skyclad hanno continuato imperterriti a sviolinare e ad avere seguito, nonché a fare scuola a tutta una generazione di nuovi gruppi. Buon per loro, quindi, e va anche detto che Vintage Whine è forse uno degli album in cui il loro potenziale folk orecchiabile dà il meglio di sé. Ascoltato qualche volta vent’anni fa, e mai più ripreso in mano fino ad oggi. Sic transit.

ANVIL – Speed of Sound

Marco Belardi: Speed Of Sound degli Anvil fu una sorta di isola nel deserto. Era il primo album decente che pubblicavano da Worth The Weight del 1991, e da lì in poi non mi avrebbero più entusiasmato fino a Juggernaut Of Justice di qualche anno fa. Il motivo principale per cui me lo ricordo piacevolmente, oltre a Park That Truck, è che fu quello che presi dopo Metal On Metal, che mi aveva tanto galvanizzato da indurmi a comprare qualunque cosa, inedita o non, che portasse il loro nome in copertina. A proposito di quest’ultima, Speed Of Sound fu anche la dimostrazione che stamparci sopra un cacciabombardiere futuristico e tecnicamente osceno, nonché corredato da un’incudine al posto del classico e banalotto comparto missilistico oltre che da un vistoso “666” incollato sulla deriva, poteva comunque fargli vendere qualche copia. Oggi non sarebbe un’impresa facilmente replicabile, temo. Un’altra sua caratteristica fu quella di far trasparire i difetti del periodo immediatamente successivo, ovvero, oltre alla copertina di Plenty Of Power chiaramente ispirata a Matteo Salvini, l’ammorbidimento temporaneo del proprio suono, che fece perdere in efficacia ed attrattiva. I canadesi andavano più che bene così, al naturale, e casomai potevano tentare vie ancora più cazzute, come accaduto in Worth The Weight. Non al contrario, quello mai. E invece cominciammo gradualmente a respirare un’aria sempre più tinta di hard’n’heavy, senza capire se si trattasse di semplice cazzeggio domenicale o dei preparativi a tuffarsi da quell’aeroplano di merda senza una parvenza di paracadute, ottimo per mandarci in ipotermia in piena stratosfera. Fortunatamente sembrò che la prima delle due ipotesi stesse prendendo forma, e l’alcol, o qualcosa di simile, gli fece girare la testa fino a farli giocherellare addirittura col metal estremo in No Evil, o a mescolare Venom e Motorhead in Life To Lead, rasentando pure il plagio con la celebre Overkill. Dischetto comunque gradevole, firmato da un gruppo che aveva esaurito le migliori cartucce da un pezzo: ma cosa vuoi dirgli agli Anvil? Io gli voglio troppo bene per infierire.

ONKEL TOM ANGELRIPPER – Ein Strauss Bunter Melodien

Trainspotting: Le prime uscite di Onkel Tom furono accolte con un misto di reazioni che tendenzialmente andavano dal divertito allo scettico, sottintendendo in ogni caso un sentimento di pietosa simpatia per lo stereotipo di crucco tamarro che va in giro con i sandali e i calzini bianchi agitando enormi boccali di birra e ridendo rumorosamente nella propria bizzarra lingua gorgogliante. Ora vi aspetterete che io dica che in realtà invece i dischi di Onkel Tom avevano un valore inaspettato e hanno avuto indubbi meriti musicali, e invece no: questo Ein Strauss etc e tutti gli altri dischi di Onkel Tom sono delle adorabili zarrate da ascoltare durante le arrostate e le bevute di gruppo, con l’unico difetto di essere in tedesco e quindi impossibili da cantare a meno di essere un espatriato in Bassa Sassonia, di gestire un’azienda veneta che commercia componenti meccaniche con la Carinzia o di aver sposato una tedesca, probabilmente le uniche categorie di persone che riescono giocoforza ad imparare codesto curioso idioma. È difficilissimo che mi metta ad ascoltare di mia sponte un disco di Onkel Tom, e molto spesso devo ammettere di dimenticarmi persino della sua esistenza (nonostante abbia anche un paio di album originali da qualche parte a casa), ma non c’è niente che metta allegria e dia predisposizione all’alcolismo come queste cover di imbarazzanti canzoni da taverna cantate dal nostro eroe Angelripper.

AT VANCE – No Escape

Cesare Carrozzi: Presi ‘sto cd più per l’etichetta che per altro. La Shark Records era (o è, francamente non so se esiste ancora) una casa discografica indipendente tedesca che a metà degli anni novanta pubblicava cose che mi piacevano parecchio (Elegy, Cristal Eyes, il solista di Timo Tolkki, Capricorn e blablabla) e ovviamente non conoscevo affatto gli At Vance, peraltro all’esordio discografico. Alla fine mi disse bene e non buttai trentacinquemila lire nel cesso, visto che trovai No Escape godibile, una sorta di power metal neoclassico dove, fortunatamente, non era tutto un plagio di Malmsteen in salsa crucca. Pur con i difetti di gioventù, gli At Vance mostravano buonissime potenzialità, che verranno sviluppate meglio nei lavori seguenti. Se vi piace il genere probabilmente li conoscete già, altrimenti, cari lettori, è ben ora di recuperare.

DIABOLIQUE – The Black Flower

Michele Romani: I Diabolique erano il gruppo di Kristian Whalin alias Necrolord, che oltre ad aver militato nei seminali Grotesque è conosciuto soprattutto per le sue fenomenali copertine che hanno caratterizzato una vera e propria epoca (Dissection, Emperor, Dark Funeral per nominare solo le più famose). The Black Flower è il secondo lavoro della band svedese: a scanso di equivoci chiariamo subito che di metal c’è ben poco: parliamo infatti di una sorta di gothic rock che non può non richiamare alla mente i Sisters of Mercy, soprattutto per quanto concerne il timbro vocale. Il disco risulta piacevole anche se non si tratta esattamente di roba da tramandare ai posteri, i brani comunque si lasciano ascoltare e se siete fan di gente come Lake of Tears o ultimi Tiamat o Cemetary (tanto per rimanere in Svezia) potrebbe fare al caso vostro. Da riscoprire.

ION VEIN – Beyond Tomorrow

Trainspotting: In un’epoca in cui sembrava che tutto o quasi il prog metal dovesse girare intorno ai Dream Theater, gli Ion Vein da Chicago riprendevano il discorso interrotto da Fates Warning (soprattutto) e Queensryche, indurendo il suono con un’attitudine powerthrash tipicamente americana. Beyond Tomorrow fu il loro debutto, passato praticamente inosservato forse perché, appunto, in quel periodo sembrava che in quest’ambito non esistesse altro che la band di John Petrucci. Invece non c’era nulla in cui gli Ion Vein difettassero: melodie ficcanti, riff azzeccati, buona tecnica strumentale, produzione adeguata, personalità e tutti quegli aspetti essenziali per un gruppo del genere. Da rimarcare anche la notevole prestazione vocale di Russ Klimczak, un po’ Ray Alder e un po’ Warrel Dane del periodo Sanctuary.

PRO-PAIN – Act of God

Marco Belardi: Per qualche ragione decisi che i Pro-Pain non mi piacevano, in nessun modo. Avevo ascoltato Life Of Dreams dei Crumbsuckers e mi era sembrato una discreta legnata nei denti, quindi, la prima volta che misi su ciò che immaginavo fosse una sorta di loro prosieguo, feci cilecca. Ci ho provato con i vecchi Pro-Pain e non ho cavato un ragno dal buco, in particolar modo detesto il loro primo album Foul Taste Of Freedom. Ho il ricordo di un suono bello truce e cazzuto in The Truth Hurts e del fatto che alle superiori sbeffeggiavo un compagno di classe che li ascoltava in modo così frequente da risultare sinistro. Una volta, e per una ragione che onestamente non ricordo, gli dissi testualmente che lo avrei fatto inculare dal pelato dei Pro-Pain. Ma c’è stato un breve periodo in cui dovetti ammettere che il loro thrashcore ritmato e massiccio era diventato quasi piacevole. Fu a ridosso fra quest’album, Act Of God, e Prophets Of Doom; di tanto in tanto mettevo su qualcosa di loro e constatavo che anche i Pro-Pain, a piccole dosi, si potevano ascoltare senza causare un crollo istantaneo del proprio quadro clinico. Far partire Act Of God fu come conoscerli una seconda volta: i suoni erano diventati pieni, Gary Meskil un cantante maturo ma sempre piuttosto inespressivo, e i pezzi fino alla settima e sparatissima Pride mi sembrarono davvero tutti di buon livello; facilitati anche o addirittura soprattutto da maggiori dosi di thrash metal. Non erano schizofrenici come i Crumbsuckers, ma finalmente combinavano un qualcosa di sensato. Solo nella seconda metà c’era un significativo calo, tranne per Burn che sembrava una sorta di omaggio ai Motorhead, con quelle tre schitarrate capaci di far apparire dietro l’angolo pure i Rage Against The Machine di Bullet In The Head. Mettete su Stand Tall o Time Will Tell, e venerate per una volta il pelato dei Pro-Pain.

ANCIENT CEREMONY – Fallen Angel’s Symphony

Michele Romani: Intorno alla seconda metà degli anni ’90 tra le varie branche del black metal si era diffuso un particolare sottogenere che si può definire gothic black metal, che, sulla scia del seminale Dusk and Her Embrace, aveva generato tutta una serie di proseliti tra cui gruppi come Dismal Euphony, Agathodaimon, Siebenburgen e appunto questi Ancient Ceremony, probabilmente quelli meno conosciuti del lotto. Fallen Angel’s Symphony è forse il lavoro più rappresentativo di questa band oramai disciolta da tempo, la cui proposta sonora si basa appunto su delle sonorità black a cui venivano aggiunte copiose quantità di melodia, tastiere e voci femminili. Il disco di per sé non è neanche male, anche se parzialmente rovinato da linee vocali abbastanza fastidiose e passaggi fin troppo scolastici che non rendono piena giustizia alle lugubri atmosfere create. Solo per gli appassionati di questo tipo di sonorità.

EDGUY – Theater of Salvation

Trainspotting: Avevo già intenzione di scrivere una breve su Theater of Salvation, ma ne approfitto per rispondere alla rece dell’imperdonabile Carrozzi, a cui gli Edguy piaciucchiano ma non troppo, diciamo così. Il mio giudizio sulla band di Tobias Sammet è effettivamente incentrato soprattutto su tre dischi, e cioè il debutto Savage Poetry (rigorosamente nella versione risuonata uscita nel 2000), il maturo Hellfire Club e poi questo Theater of Salvation, forse il più canonicamente power metal della loro discografia. Questi, per me, sono i loro tre capolavori: tutti gli altri sono o carini o, specie nell’ultima parte della loro discografia, sinceramente trascurabili. Nel disco in esame invece ci sono alcune delle più belle cose mai fatte non solo dagli Edguy, ma dal power tedesco in generale: l’opener Babylon (madonna), The Headless Game, la ballatona Land of the Miracle, Falling Down ed Arrows Fly. Sinceramente non ci vedo tutto questo tentativo di imitazione nei confronti di Michael Kiske, sia per motivi oggettivi (da una parte uno dei migliori cantanti che abbia mai sentito e dall’altra un simpatico cazzone che ha iniziato a sfiatarsi intorno ai vent’anni) sia perché l’unica cosa che mi sembra li colleghi sia l’approccio irriverente. Per il resto gli Edguy degli esordi erano il classicissimo gruppo power metal tedesco e quindi, per forza di cose, è normale che stilisticamente risentissero molto dei due Keeper – allo stesso modo in cui, che so, un gruppo sludge risente dell’influenza di Master of Reality dei Black Sabbath. In conclusione, questo è il disco riuscito meglio tra quelli più rigidamente power metal degli Edguy, quantomeno secondo la mia personalissima opinione; e anche oggi abbiamo sfogato i canonici due minuti di odio contro Cesare Carrozzi.

4 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    3 marzo 2019 00:35

    Carrozzi non si tocca.

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  2. Dia Cana permalink
    3 marzo 2019 15:19

    Carrozzi non capisce un cristo di musica, quindi si tocca e si tocca pure forte

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  3. sergente kabukiman permalink
    3 marzo 2019 17:57

    Chi cazzo lo vinse il disco di cover dei pro-pain?

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    • 4 marzo 2019 11:30

      Io! ecchime! ho ancora in progetto un altarino per esporlo all’ingresso di casa insieme allo split Amaymon/Purulence ma il tempo è decisamente tiranno. Ma giuro e spergiuro che un giorno vedrà la luce.

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