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Avere vent’anni: ELEGY – Manifestation of Fear

26 agosto 2018

A differenza di altri lavori degli Elegy, gruppo olandese che mi è sempre piaciucchiato ma mai realmente fino in fondo, Manifestation Of Fear è un disco che ho sempre amato dalla prima all’ultima nota, ed è l’unico che ritengo veramente bello tra quelli incisi con l’inglese Ian Parry alla voce, subentrato a Eduard Hovinga, cantante nano dalla voce acutissima all’iperuranio impoverito, giusto un paio di anni prima.  Se non ricordo male il disco è una specie di lunga storia basata sulle vicende di una ragazza madre, o comunque qualcosa del genere, spalmata su undici pezzi realmente uno meglio dell’altro. Cos’ha questo disco di così bello? Anzitutto la voce di Parry, lontanissima da quella frantumacalici di Eduard(a) Hovinga ma non di meno fantastica, matura e calda dove l’altro sembrava più un Kiske a quarantacinque giri che non uno davvero attento a ciò che cantava. Perché, amici, l’estensione non è tutto, sapete (mi riferisco all’estensione vocale), ed è mille volte preferibile uno che sa cantare ad uno che semplicemente canta bene. Almeno per come la penso io, che ovviamente ho ragione e voialtri se non siete d’accordo che cazzo ci capite. 

Dicevo, oltre alla voce anche i pezzi sono più maturi rispetto agli album precedenti, e soprattutto rispetto ai primi tre dischi, osannati praticamente da chiunque conosca gli Elegy (non troppissimi) ma che ho trovato sempre assai sopravvalutati, almeno fino a Lost che è quello uscito meglio. Labyrinth Of Dreams è acerbo anche se prometteva bene, Supremacy, a parte qualche canzone, non si rivelò ‘sto granché, mentre il succitato Lost se la cava mediamente bene, con alcuni pezzi davvero eccellenti. Oh, il problema dei tre dischi non sono certo le prestazioni dei singoli, o meglio sì, solo non nel senso che latitano ma che c’è davvero troppa roba: i pezzi a momenti si reggono solo su Hovinga che strilla e sui chitarristi che non si fermano un attimo e dopo un po’ semplicemente non si reggono più. O magari sono io a non reggerli più, boh. Diciamo che di tre dischi, condensando, uscirebbe un album fantastico, ecco. Che poi è quello che è successo con Manifestation Of Fear, se vogliamo: eliminato un chitarrista di troppo (Gilbert Pot a cui non è subentrato nessuno, lasciando alle chitarre il solo Henk Van Der Laars), eliminato un cantante ‘troppo’, quello che è rimasto è un gruppo che, più che alla ricerca della prestazione dei singoli, è dovuto andare al sodo, all’essenziale, ovvero alla canzone propriamente detta, scremando via nel processo quanto di non strettamente funzionale all’obiettivo. Peccato che dopo Manifestation Of Fear andò tutto in vacca: Van Der Laars lasciò gli Elegy e venne rimpiazzato da Patrick Rondat, francese mangiaranocchie pure bravissimo ma che, evidentemente, non poteva sostituire il fondatore del gruppo, col risultato di altri due album e poi il nulla. Vabbè. In ogni caso consolatevi con le varie perle di ‘sto disco, da Unorthodox Methods a Solitary Day, passando per la titletrack e Angel Without Wings fino a Metamorphosis e pure tutte quelle che non ho nominato, ché ho scritto pure troppo ed è ben ora che andiate a recuperarvi il disco. Ciao. (Cesare Carrozzi)

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