Skip to content

Avere vent’anni: maggio 1997

31 maggio 2017

INCANTATION – The Forsaken Mourning Of Angelic Anguish

Luca Bonetta: Chi mi legge avrà capito che nutro nei confronti di John McEntee più o meno la stessa venerazione che pochi anni fa milioni di ragazzini/e nutrivano nei confronti di Justin Bieber. Considero il suddetto uno dei pilastri del death metal, contemporaneo e non, capace di plasmare un sound personalissimo che è stato poi oggetto di plagi, clonazioni e storpiature più o meno riuscite. Al netto di tutto ciò resta il fatto che di band come gli Incantation non ce ne sono e non ce ne saranno mai, il loro peso specifico in quella che è l’ideologia dietro al concetto di death metal è qualcosa di unico e la paternità di un certo modo di suonare spetta a loro di diritto. Dopo tre dischi uno più bello dell’altro, sul finire del millennio gli americani se ne escono con questo EP, sei tracce più un’outro che hanno il compito di fare da ponte tra la prima giovinezza e la maturità di una band che aveva ed ha ancora molto da dire. Una produzione più pulita (ma non stucchevole) rispetto ai precedenti lavori rende The Forsaken Mourning più accessibile, senza tuttavia abbassare il livello di attitudine generale che rimane sempre a vette altissime. John McEntee, che qui vediamo nei panni di factotum, si dimostra il cuore pulsante degli Incantation tirando fuori un EP che non stanca e continua a deliziare ad ormai vent’anni secchi di distanza.

AMORPHIS – My Kantele

Charles: Da ragazzino andare al negozio di musica sotto casa faceva parte della quotidianità, come andare a scuola, in bici o vedersi la sera con gli amici al baretto. Lo sapevi che ogni mese sarebbe uscito qualcosa di talmente fico che non potevi permetterti di perdere il ritmo. C’è stato un periodo preciso, proprio questo di vent’anni fa, che ci passavo i pomeriggi interi al negozio di musica, ma tutti i giorni. Ciò che non potevamo immaginare era l’impatto che certi dischetti avrebbero avuto sulla nostra vita. E niente, andatevi a rileggere quanto scritto l’anno scorso su Elegy.

MISFITS – American Psycho

Stefano Greco: I Misfits parte 2 sono la rivincita personale di Jerry Only, il suo modo di rivalersi su una sorte che era stata oltremodo infausta nei suoi confronti. Ricapitoliamo: il sig. Caiafa nel 1976 fonda un gruppo punk incredibile che nessuno si caca finché in attività. Il cantante di suddetta band dopo lo scioglimento diviene una superstar di quelle col villone in California. Come se non bastasse, due delle band più grosse del pianeta Terra incidono cover di suoi brani e, in un caso, una di queste diviene pure un classico pari a quelli del gruppo stesso. La sua vecchia band poco a poco raggiunge lo stato di culto e lui se ne sta bloccato a lavorare nella carrozzeria del padre. Con l’ostinazione propria di chi sa di essere in credito con la vita, Jerry Only intraprende una lunga controversia legale sull’utilizzo del nome e del simbolo e, poco dopo aver raggiunto l’accordo, rimette insieme la band con un nuovo cantante, con l’ovvio intento di tirare su due spicci e mettere il logo della band su qualsiasi cacata esistente, manco fossero i Kiss. Però American Psycho (come anche il successivo – e forse anche migliore – Famous Monsters) è bello: il nuovo cantante non è un mero imitatore, la parruccata funziona e ci sono pure i pezzi. Al netto delle variazioni di sound, c’è anche una grossa componente di contiguità con la formazione originale che rende il tutto in qualche maniera credibile. L’anno scorso c’è stata anche la reunion con Danzig, e io spero proprio di riuscire a vederli prima o poi; però vi confesso che sarei uno di quelli che sentirebbe pure la mancanza di Dig Up Her Bones in mezzo a tutto il resto. Nessuno ci avrebbe scommesso una lira, e invece a venti anni di distanza American Psycho merita di essere celebrato come una di quelle resurrezioni impossibili che ogni tanto il rock and roll ci sa regalare.

Trainspotting: Volevo intervenire giusto per rimarcare quanto sia incredibile l’impresa in cui è riuscito Jerry Only, che con una reunion che sembrava una straccionata da quattro soldi rese i Misfits ancora più famosi di quanto non fossero prima. American Psycho e Famous Monsters sono dei dischi enormi per la mia generazione, sia per quanto riguarda la formazione musicale che per la costruzione dell’immaginario. A noi metallari questi dischi piacquero così tanto perché questi Misfits erano i Manowar del punk; magari frequentavano insieme qualche palestra per italoamericani zarri del New Jersey, che ne sai. In tutto questo ricordiamo che in quegli anni Danzig si produceva in acrobatici tuffi a bomba nella merda, mentre Jerry Only nel disco successivo inciderà un capolavoro di canzone e farà girare il videoclip a George Romero. Ma parleremo anche di questo.

CROWN OF AUTUMN – The Treasures Arcane

Charles: Dopo una prima demo, Ruins, davvero stupenda e da recuperare assolutamente (fatelo tipo adesso), questi ragazzi se ne escono con un fottuto capolavoro. E tutto lo stadio fa la ola. The Treasures Arcane fu stampato in poche copie, ma nonostante ciò girava tantissimo, prestato o registrato su cassettina. E ha pure retto abbastanza al tempo. Già, questo disco è come quel vecchio tatuaggio: l’hai fatto un casino di tempo fa, quando ti significava qualcosa di preciso, oggi magari non ti significa più niente, però, anche se sbiadito e mezzo impapocchiato dalla tua pellaccia informe, ti fa ricordare quei bei momenti, sei felice. E tanto basta. Un’altra ola.

FOO FIGHTERS – The Colour and the Shape

Stefano Greco: Che io mi ricordi, all’epoca i Foo Fighters erano considerati il classico gruppo buono per i pischelli ad un primo approccio con il r’n’r. Oggi, grazie alla militanza di lungo corso e al carisma di Dave Grohl, sono divenuti una delle band più grosse del pianeta e hanno raggiunto uno status enorme che trascende il valore reale della musica prodotta. Di certo non hanno mai scritto il capolavoro senza tempo ma, mantenendosi sempre al limite tra indie e mainstream, hanno saputo costruirsi una carriera ricca di belle canzoni, singoli azzeccati e video fichissimi (uno su tutti Everlong). Tutti questi elementi abbondano in The Colour And The Shape, rendendolo forse il loro album migliore. Ma il loro pregio più grande, e non si tratta di qualcosa da poco, è stato mantenere questo loro ruolo di gruppo di entrata per tutto questo tempo, pur non essendo più gente di primo pelo. Quindi alla fine erano e restano molto più necessari di quanto ci piaccia ammettere.

Trainspotting: Quando vidi il batterista dei Nirvana tutto sorridente sulla copertina di Rumore col suo nuovo gruppo pensai che sarebbe stato un progetto destinato a fallire miseramente. Invece Dave Grohl è riuscito nella più insperata impresa che mi venga in mente, al livello di quella di Sigfrido col drago o di Josè Mourinho con l’Inter: e cioè, nel suo caso, far passare in secondo piano l’essere stato il batterista dei Nirvana, e diventare famoso a causa del proprio gruppo. Tutto ciò a prescindere dal fatto che il successo planetario dei Foo Fighters rimane uno dei più grandi enigmi della storia della musica. Comunque Everlong è un capolavoro, e il resto dell’album si compone di canzoncine carine stupidine che, riascoltate adesso, si lasciano fischiettare piacevolmente.

THERION – A’arab Zaraq Lucid Dreaming

Charles: Qui iniziano a palesarsi veramente gli scleri di Christofer Johnsson. Cioè, ne avevamo avuto un assaggio in Theli, ma è qui che l’amico Fritz sbrocca totalmente. Il disco, come ogni altro dei Therion dagli albori fino al successivo e magniloquente Vovin compreso, l’ho praticamente consumato, masterizzato dall’originale e consumato pure quello. È una raccolta strana, metà cover (Here Comes the Tears spicca su tutte) e remake, metà scleri operistici di quello strafattone di Chris. L’album è ovviamente imperdibile e ve lo dice uno che di musica non ci capisce un cazzo.

ROLAND GRAPOW – The Four Seasons of Life

Cesare Carrozzi: In piena fase di adorazione per Yngwie, Roland Grapow diede alle stampe questo album solista più o meno inutile (più più che meno, diciamo), che però ebbe un buon successo grazie alla notorietà di cui gli Helloween godevano in quegli anni (giusto l’anno precedente era uscito The Time Of The Oath). Registrato nel suo studietto personale dell’epoca e pure cantato da lui, The Four Seasons Of Life non brilla certo per qualità intrinseca e oltretutto è pure inutilmente pretenzioso, tipo con la (troppo) lunga canzone che dà il titolo al cd, quasi dieci minuti di un cazzo, davvero. Oddio, ce n’era una che mi piaciucchiava ma l’ho dimenticata, vabbé. Tra l’altro non funzionano neanche i momenti in cui dovrebbe pagare omaggio a Malmsteen con ‘sti assoli  perché, capiamoci, se vuoi rifare Yngwie o sei lui (e non è il caso) o non lo sei. Non che Grapow non abbia capacità tecniche, ma nulla che si avvicini anche solo lontanamente a Malmsteen. Quindi che ha di positivo il disco? La copertina che fa il verso a quelle della Universal Music, che è simpatica (ammesso che abbiate qualche disco della Universal o che comunque vi faccia un po’ ghignare ‘sta cosa). Passate oltre.

ELEGY – State of Mind

Charles: Pesante cambio di line-up dopo il disco della carriera, Lost, in virtù del quale iniziò il, seppur breve, periodo di fama, grazie anche alla Modern Music che, lavorando sulla promozione, anche aldilà dei confini nazionali e germanici, seppe valorizzare quanto di meglio fatto fino a quel momento dalla band, mettendo un primo ‘punto e a capo’ nella discografia degli Elegy col successivo mini acustico Primal Instinct. Qui inizia pure il tour con gli Stratovarius; ma è proprio in questa fase che si realizzano quegli avvicendamenti mal digeriti (uno su tutti: se ne va via il primo cantante), dopo i quali la parabola degli Elegy prende la via della discesa verso il basso. Anche l’innamoramento complessivo per il movimento progressive metal affievolisce. Questo periodo di stanca per gli Elegy rappresenterà non una semplice fase sinusoidale, bensì l’ingresso vero e proprio nel vicolo cieco dal quale neanche State of Mind, album di buona fattura ma non proprio memorabile, riuscirà a tirarli fuori.

FEAR FACTORY – Remanufacture

Luca Bonetta: La prima volta che ascoltai Remanufacture avevo circa 14 anni, ero da poco entrato nel magico mondo del metallo ed i Fear Factory erano già da tempo i miei beniamini, complice l’acquisto di Obsolete che mi cambiò completamente la vita (tanto da costringermi, non molto tempo fa, a ricomprarlo dato che la prima copia acquistata ormai ha più solchi di un campo di patate). Stavo scoprendo poco a poco la discografia degli americani quando mi imbattei nel sopraccitato Remanufacture, considerato un po’ ovunque come un abominio inenarrabile; una versione remixata in chiave rave party di Demanufacture che fece storcere il naso un po’ a tutti, me compreso. A più di dieci anni di distanza, complice la maturità che mi ha travolto sia in chiave anagrafica che mentale l’opinione è cambiata, ma non di molto. Considero Remanufacture un po’ come un esperimento, una goliardata se vogliamo. Alcuni pezzi hanno il loro bel tiro, altri sono delle rotture di coglioni inaffrontabili a meno che uno non sia strafatto di allucinogeni calati in gola con la Red Bull. Su Metal Archives si trova una simpaticissima recensione datata 2009 dove il suddetto platter viene demolito e trattato alla stregua del Kamasutra in una comunità amish, una reazione esagerata a parere mio, considero molto più scandalosi gli ultimi lavori di Cazares e co. che, pur essendo più ortodossi, restano nondimeno delle ciofeche imbarazzanti.

Charles: Scusate ma non ce la faccio proprio a trattenermi: che disco di merda, madonna, CHE MERDA. Dopo averlo comprato e subìto (come lasciavo intuire più sopra, all’epoca compravo a scatola chiusa veramente tutto quello che usciva, ma proprio tutto) ho iniziato proprio a odiare il gruppo. ‘Sto disco mi faceva talmente schifo e mi stava talmente sul cazzo quel suono che non riesco ad ascoltare niente dei Fear Factory ancora oggi, ci ho proprio messo una pietra sopra. Lo so, è irrazionale, ma li mortacci loro. Forse il disco più brutto e odioso che abbia mai avuto la sfortuna di comprare. Penso di averlo buttato, neanche venduto.

THE GATHERING – Nighttime Birds

Charles: Diciamolo subito, chiaramente e in modo INEQUIVOCABILE: Nighttime Birds è il miglior disco dei The Gathering. È quel tocco di genio che capita una sola volta nella vita. I miei esimi e preparatissimi colleghi magari argomenteranno in modo ineccepibile, con mille validissime argomentazioni dalla logica inoppugnabile, che How to Measure a Planet fu il vero apice degli olandesi. Cercheranno di convincervi, girandovi attorno come lo squalo con la povera foca, come il falco col meschino sorcio, magari facendovi sentire anche un po’ scemi e inadeguati (potrebbero pure arrivare ad insultarvi, sapete), ma voi fate finta di niente e rispondete a loro e a tutti gli altri che proveranno a convincervi del contrario: Nighttime Birds è meglio. Ripeteteglielo fino alla nausea aumentando progressivamente il tono della voce, vedrete che alla fine avrete ragione voi.

ICED EARTH Days of Purgatory

Trainspotting: Della personalità strabordante di Jon Schaffer abbiamo già detto, ma è condizione necessaria per comprendere l’utilità di un dischetto come questo. Praticamente a un certo punto l’ottimo Jon si deve essere svegliato in preda a sudori freddi, resosi conto che i primi dischi degli Iced Earth avevano il suono un po’ amatoriale che di solito hanno i primi dischi di tutte le band di questa Terra, mannaggia. Questa cosa è gravissima, avrà pensato il nostro eroe, come può il mondo redimersi con i miei vecchi truttruttruttrutrutrtr se non c’è la produzione di Dark Saga? Come può esso vedere la luce, la verità, la speranza? Quindi avrà chiamato il centralino dei Morrisound (per i quali c’era una linea dedicata apposta a Jon Schaffer dopo quella volta in cui aveva trovato occupato ed era andato a sparare all’insegna come avvertimento) e avrà posto il problema. Ai Morrisound, evidentemente poco abituati a contraddirlo a causa di alcune questioni in cui le armi da fuoco rivestivano un grande ruolo, gli avranno detto “Sì Jon, hai assolutamente ragione tu. Assolutamente. Hai ragione tu. Assolutamente. Solo non innervosirti, ti prego, se vuoi ti chiamo mia sorella che ti piace tanto” e alla fine ecco Days of Purgatory, ovverosia un DOPPIO cd coi pezzi dei primi tre dischi (risalenti a pochissimi anni prima) completamente risuonati e ricantati. Bello eh? Per quanto riguarda l’interesse che questo fenomenale album può avere per noi ascoltatori, lascio la parola all’illustre Charles.

Charles: Perché spendere due parole anche su questa raccolta? Ecco il perché, spiegato in due parole due: THAT RIFF.

8 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    31 maggio 2017 10:56

    Cosa mi avete tirato fuori!?!?!?!?!? A’arab Zaraq Lucid Dreaming dei Therion. Ricordo solo la cover di Children Of The Damned degli Iron.
    Ah, Saturday Night dei Misfits è la perfezione

    Mi piace

  2. sergente kabukiman permalink
    31 maggio 2017 14:14

    io personalmente preferisco famous monsters, però american psycho è davvero cazzuto! il successo dei fu faiters rimane un mistero anche per me, canzoni scialbe e quella cazzo di attitudine che non so neanche spiegare ma che me li fa odiare. vorrei prendere il classico bambino super-fan dei foo fighters e sparargli in faccia gli impetigo solo per rovinare la sua vita..almeno per un paio d’ore.

    Mi piace

  3. weareblind permalink
    31 maggio 2017 19:40

    Sui Foo Fighters concordo su tutto. Everlong ha un video bellissimo, e lo è anche la canzone, e davvero Grohl ha fatto una cosa incredibile, ora è conosciuto per i FF e non per i Nirvana. Io andavo matto anche per My Hero. Mi avete fatto voglia di riprenderli e metterli in playlist.

    Mi piace

  4. 1 giugno 2017 10:43

    Vorrei ricordarvi che il sobrio Doyle Wolfgang Von Frankenstein (fratellino di Jerry e chitarrista storico dei Misfits) sta assieme alla vostra/nostra idol preferita, Alissa White-Sprutz. In cambio della patata però Doyle è dovuto diventare vegano a quanto pare.

    Liked by 1 persona

    • weareblind permalink
      3 giugno 2017 11:49

      No. Vegano. No. Satana cazzo ti ripudia. No. Nemmeno per la patata. Per nessun motivo. Lei è vegana? No. Vegano. No.

      Mi piace

  5. 1 giugno 2017 14:52

    Mamma mia The Treasures Arcane. Comprato a Mariposa (credo) nove anni fa o giù di lì, probabilmente ce l’avevano ancora lì nello scaffale dal 97′. E comunque Days of Purgatory è una delle cose migliori di sempre per iniziare ad ascoltare gli Iced Earth (furono tra i miei primissi gruppi metal, insieme a Blind Guardian e Stratovarius).

    Mi piace

  6. Deathrider permalink
    1 giugno 2017 22:34

    Remanufacture da buttare nel cesso, Misfits ok, Iced Earth solo per collezionisti sfegatati. Sto ascoltando per curiosità in questo momento l’album di Grapow, il cantato è terrificante e rovina le poche cose buone di un disco sufficiente a metà strada tra Helloween e Malmsteen. Non riesco onestamente a trovare un senso per questo disco.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: