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In fuga dagli orsi con ANVIL – Pounding The Pavement

4 febbraio 2018

Canada ovvero salmoni, orsi e buon metallo. Penso però che, giunti a questo punto, Steve Kudlow e Robb Reiner dovrebbero dare un colpo di telefono a Jeff Waters e, facendo un esame di coscienza riguardo le ultime produzioni discografiche delle rispettive band, fissare un appuntamento al più presto.

In pratica ci sono questi chalet in cui pernotti, dopodiché ti danno una colazione e parti insieme a delle guide che sono anche dei fotografi professionisti. Organizzano una cosa che si chiama bear watching, dove hai la possibilità di noleggiare dei prestanti teleobiettivi come il 500mm f4, non avvicinarti eccessivamente ai soggetti, e quindi evitare di essere divorato da carnivori il cui peso sfiora i tre quintali. Poi puoi uscire dalla zona degli orsi e pescare qualche salmone a mosca, così magari l’altro animale ti raggiunge mentre sei rilassato e stai montando una tenkara, e non ti da’ la possibilità fisica di registrare il seguito di For The Demented

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Il nuovo Anvil non è brutto, ma è un disco di cui semplicemente non avevamo bisogno. I loro album nel tempo me li sono ascoltati tutti, e li reputo di un certo spessore almeno fino a Worth The Weight in cui peraltro si erano messi a pestare duro, senza contare che un Robb Reiner era lì riuscito a uscire dagli schemi classici che avevano legato il suo modo di suonare la batteria negli anni precedenti. Poi, di tanto in tanto qualche dischetto discreto, tipo Speed Of Sound – di cui vi consiglio di andare a vedere la copertina – che aveva un suono che era una roccia. Ma intorno al periodo di Still Going Strong e al suo volere ammiccare a certe ruffianate tipiche dell’hard rock dei tempi del debutto, hanno gradualmente iniziato a perdere quel qualcosa che rende una band viva e non una stanca replica di se stessa. Piano piano, insomma, siamo arrivati ai giorni d’oggi. Pounding The Pavement non è inascoltabile, ma arrivati in fondo difficilmente lo rimetterete su. Anvil Is Anvil, quello sì che era brutto. Non ci sono pezzi di spicco – anche se episodi volutamente cazzoni come Rock That Shit avrebbero anche il giusto piglio, ma non sono di certo entusiasmanti – ma non sfuggirete a tre o quattro canzoni che superano senza fatica il concetto di brutto. Insomma Metal On Metal ormai è storia, e fino a Pound For Pound il loro è tutto materiale storico e meritevole di essere ripassato da ogni fan del metal classico. Capisco che un album come Juggernaut Of Justice abbia rinvigorito l’interesse per i canadesi, ma a un certo punto si dovrebbe semplicemente capire che una band nata a fine settanta non regge più ritmi di un’ uscita ogni due, massimo tre anni. E salvaguardarne l’immagine storica, nei confronti della quale nutro comunque grande rispetto. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. 4 febbraio 2018 16:22

    Potremmo cambiare i nomi di band, tracce e album da questa recensione e avremmo commentato il 90% di uscite di gente che suona da fine Anni Settanta/Inizio Ottanta. Quantomeno gli Anvil non hanno un seguito di capre ritardate che a ogni nuova uscita sbraita “CAPOLAVORO111ONE!!!” come con Metallica, Maiden e Slayer, ma semplicemente una fanbase da pacche sulle spalle e birretta al bancone.

    Piace a 1 persona

  2. 5 febbraio 2018 16:09

    E se all’orso inizi a cantare Mothra, questo scapperà o ti si accoccolera’ ai piedi incantato dal classicone degli Anvil?

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