Voci Notturne, l’omaggio a Pupi Avati de IL SEGNO DEL COMANDO ed EXPIATORIA

Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici.

(incipit di Voci Notturne)

I ponti non sono quello che sembrano. Uscito per la benemerita Black Widow Records (per chi altri, se no?) lo split congegnato da due nomi di punta del dark sound genovese odierno, ExpiatoriA e Il Segno del Comando, interamente incentrato su una delle opere meno conosciute e celebrate del regista bolognese Pupi Avati (che l’ha scritta e sceneggiata, ma non diretta), lo sceneggiato RAI andato in onda nel 1995 ed intitolato appunto Voci Notturne. Il Twin Peaks italiano lo definirei, se volessi ingolosire con pochissime parole un potenziale interessato che ancora non ha avuto modo di vederlo. In realtà, al netto di qualche facile richiamo (su tutti l’inizio col ritrovamento di un cadavere sulle rive di un fiume, qui il Tevere), un’opera ben complessa, originale, frutto dell’interesse per orrore ed esoterismo del regista emiliano, noto a ben altro pubblico per le commedie. Raccomandatissima quindi la visione, ormai che è di facile reperibilità, dopo quasi trent’anni di oblio e carboneria. L’intera (e sola) stagione la trovate su Raiplay, anche se nella versione (lievemente) censurata per togliere la gran parte dei richiami ad una oscura Società Teosofica per il Ritorno dello Spirito Originario dopo, pare, i reclami della vera Società Teosofica Italiana, che non voleva essere associata alla vicende di finzione narrate nel telefilm.

Ora, avendovi consigliato la visione in autonomia, prima di entrare nel merito del disco, pensate solo alla suggestione di ben tre ragioni sociali genovesi adunatesi per celebrare la storia “gotica” di un bolognese che ha inizio con antichi ed oscuri culti della Roma antica (e poi va oltre, molto oltre). Insomma, qui si fa l’Italia o… un’Italia gotica, evocata dal maestro del “gotico padano”, anche se (scopro) da L’Arcano Incantatore in poi è lui stesso a parlare di “gotico maggiore” per significare narrazioni non più scaturite dalle leggende e dalle suggestioni dell’Emilia e dalla Romagna della sua stessa infanzia.

E veniamo finalmente al disco, allo split che ExpiatoriA e Il Segno del Comando hanno concepito come opera unitaria. Quindi un’unica narrazione, divisa all’incirca equamente in due parti, in cui sono gli ExpiatoriA a tirare fuori la loro anima più progressive (già nelle loro corde) e Il Segno del Comando a suonare più cupi ancora e doom di quanto non siano ormai soliti, pur memori di quel cupissimo esordio che lo stesso Diego Banchero ebbe modo di commemorare su queste pagine virtuali. Progressive e metal come facce di una medaglia sola, il dark sound, qui declinato con tecnica e gusto in un album maturo. Musicalmente parlando, non sono moltissimi i legami con l’opera di Avati e del regista Fabrizio Laurenti. Qualche campionamento inequivocabile, il tema di Ugo Laurenti ripreso nell’iniziale Emily. Per il resto, l’omaggio si articola in sette brani del tutto nuovi che ripercorrono narrativamente le vicende, o per lo meno i tratti salienti e forse più esoterici. Un album quindi molto narrativo, narrazione dal tono aulico (l’aggettivo qualitativo anteposto sempre o quasi al sostantivo) e molto coerente nelle due parti in cui si articola. Sicuro, per il sentire comune tra le due compagini, ma anche perché qui queste condividono la stessa produzione (Edoardo Napoli) e lo stesso chitarrista (Roberto Lucanato). Non molto da aggiungere ai fan de Il Segno del Comando (ce ne sono, ho adocchiato uno con la maglietta de Il Dominicano Bianco al picnic di Pasquetta). Meno noti gli ExpiatoriA, essendo reincarnazione recente di un complesso esistito a cavallo tra ’80 e ’90 che aveva prodotto ai tempi solo demo. Bene, i loro tre brani dovrebbero piacere ai fan del doom classico (la Emily già citata) di quello epico (il finalone di Sublicius) di quello gothic (lo special di La Canzone di Lady Valover, che sa di Type O Negative senza essere plagio, cosplay o macchietta). Insomma, direi che, oltre all’interesse per Avati, ce n’è abbastanza per consigliare l’ascolto di questo album. (Lorenzo Centini)

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