Recuperone di fine anno vol. 1: ma il cielo è sempre più doom

L’ondata di band provenienti dal Bel Paese e dedite al culto sabbathiano non accenna a diminuire. Anzi, il doom è ormai quasi un prodotto da esportazione, al pari di altre cose di cui però c’è da essere meno fieri. E poi questa è già un’annata che di soddisfazioni “patriottiche”, nel metallo, ne ha donate parecchie. Ecco allora assolvere alla nostra funzione di servizio a beneficio esclusivo dei nostri 24 lettori, con una selezione di suoni tetri, lenti e oscuri ma più o meno all’italiana.

Season of the Damned è il terzo LP in tre anni dei BLACK SPELL, ed è decisamente arrivato il momento di occuparcene. Perché, tra schiere piuttosto folte di seguaci ossessionati dalle nefandezze di Jus Oborn (se ne trovano a dozzine su Bandcamp, e molti italiani), gli ‘Spell cominciano a distanziarsi piuttosto nettamente. No, non ne faccio una questione di suono, piuttosto ortodosso nel settore narcosatanista. Ne faccio un discorso semplicemente di riuscita. Season of the Damned è un disco derivativo, prevedibile, ma dannatamente buono, coinvolgente. Satanic Majesty avvia la danza mortifera già con un bel tiro. Poi la perversione non accenna a diminuire con Black Abyss e We Drink your Blood. Il disco in realtà viaggia tutto su quei toni: droga, teschi, vampirismo, sesso deviato, cose così. La crescita del terzetto è evidente, il suono è buono, la tensione pure. Il genere non richiederebbe anche particolari qualità compositive, però ecco, qualche episodio più canzone e meno jam l’abbiamo già menzionato. Se siete di quelle bruttissime persone cui piace ascoltare musica spippacchiando vegetazione esotica, qualche bel viaggio necrotico (o nevrotico) qua ve lo potreste fare. Magari poi mi raccontate. Insomma, sapete benissimo a cosa andate incontro. Beh, solo roba buona, comunque.

Ci spostiamo da una imprecisata località del nord-est e approdiamo a Pesaro. E qui, se nomini la città marchigiana in un pezzo sulla musica del Giorno del Giudizio, le aspettative salgono alle stelle. In realtà però questi WARCOE non si rifanno tanto all’illustre concittadino. Per l’esordio pensano invece di seguire un percorso tracciato quasi più da Ozzy che dai Sabbath stessi. Un po’ come i Count Raven, insomma. The Giant’s Dream è il titolo di questo disco, pubblicato già da qualche mese. Che non schioda quindi dalle coordinate dette e che, giocoforza, è anche piuttosto acerbo. Se il suono è buono e strumentalmente loro paiono abbastanza sicuri, i pezzi non sono esattamente memorabili e la voce purtroppo è un handicap, ché imitare Ozzy senza averne il carisma rischia alla lunga di diventare un autogol. Ma la band pare sia attiva solo dal 2021, quindi freschissima, e noi ci sentiamo di essere ottimisti e di puntare sui margini di crescita evidenti. Perché? Perché successivamente al disco hanno fatto uscire anche un singolo, un inedito, Pyramid of Despair, che resta sulle stesse coordinate ma segna già un miglioramento netto in termini di coesione, suono e pezza (quasi stoner, sulla scia dell’ultimo Sleep). Speriamo quindi ci sia una prosecuzione, magari aumentando lo spettro delle soluzioni e lavorando di più sulle melodie (vocali e non). Noi aspettiamo. Potrebbero farci divertire.

Poi c’è Genova, che è la città più doom di tutte e che ha un suono tutto suo, più prog e dark/goth della media. Perché gli anni ’70 vi hanno lasciato un segno forte e perché c’è la Black Widow. Che mette il sigillo su Shadow, l’esordio degli EXPIATORIA, anche se Metal Archives li dà in attività dal 1987. Metal Archives dà diversi di loro attivi in altre formazioni (ad esempio, il cantante anche in combutta con Tony Tears), mentre altri no. Per questi sembra trattarsi del debutto vero o proprio, dopo trentacinque anni. Bene, la musica risente tantissimo sia del passato che del presente. Ci sentite appunto il suono che riassumo impropriamente come “Black Widow”. L’incipit però, When Darkness Falls, è chiaramente sulla scia più epica dei Candlemass. The Wrong Side of Love invece incupisce con venature goth in odore Type O Negative. D’altro canto Ombra (Tenebra Parte II) è un vero e proprio gemellaggio coi beniamini del nostro Charles, i campani La Janara, e infatti al microfono Krieg fa la staffetta con Raffaella Càngero in persona. Altrove, altri ospiti sono Freddy Delirio (Death SS) e Diego Banchero (Zess, Malombra, il Segno del Comando, Ballo delle Castagne). Abbiamo capito quindi di trovarci di fronte ad un’uscita speciale e particolarmente supportata. Ve lo dico: se siete affascinati dalle sonorità di quel goth/doom sopra le righe, barocco e teatrale, tipico di alcuni dei nomi citati sopra, qui ci sono sei brani che dovrebbero piacervi, e anche molto. Avessero davvero esordito a fine anni ’80, magari ora sarebbero stati considerati tra i capostipiti. Meglio tardi che mai, comunque.

Persino più Italian Dark Sound di così abbiamo Zothyriana de IL CAPRO, da Torino. Francisco Goya in copertina e campionamenti de Rosemary’s Baby nell’ intro e noi ci sentiamo già a casa. El Chivo fa quasi tutto da solo e infatti l’approccio è indipendente e amatoriale. Certa rozzezza, in partiture che dai Sabbath vanno fino ai Sister of Mercy, con in mezzo capisaldi doom italiani e non, diventa un valore aggiunto rispetto a produzioni più compiute e patinate. Qui i suoni sono sinistri, l’aria mefitica. Se un brano si intitola All the Colors of the Dark non credo che vi debba dare molte altre spiegazioni sull’approccio cinematografico del disco. Chitarre rock e synth da colonna sonora, a volte persino wave. Come in Taurinia, pezzo per cui oltre ai Sister of Mercy mi viene voglia di tirare in ballo pure i primissimi ed amatissimi Litfiba. L’evoluzione del brano, coinvolgente e con quel crescendo epico di sintetizzatori, è forse il momento migliore di tutto il disco. In Goat we Trust (Satanic we Stand) se la gioca invece come titolo migliore dell’anno. Non so dire se Zothyriana sia il disco migliore tra quelli tirati in ballo in questo articolo, ma di sicuro è quello che più si avvicina all’idea di suono che vorrei uscisse dalle cantine lungo tutto il territorio nazionale.

È successo poi che noi si pensava di aver esaurito gli argomenti con il recupero del pregresso 2021, in termini di underground italiano più o meno doom. Poi nei commenti Facebook ci hanno fatto notare che abbiamo tralasciato i pugliesi THE OSSUARY, che nello speciale dedicato al meridione avrebbero dovuto avere il loro spazio. Verissimo, e noi ancora una volta ci salviamo ai supplementari. Oltretomba è un titolo perfetto per il doom rock inevitabilmente funereo dei baresi. Che vengono dal death metal tecnico anche se in questo progetto danno sfogo alla loro passione per l’heavy prog più cupo ed horror. Non sono di quelli per cui la tecnica è una caratteristica essenziale, l’avrete notato, né il doom mi pare il genere dove naturalmente fare sfoggio di anni di teoria ed esercizi, ma quando uno strumento lo sai usare e quella tecnica sai metterla al servizio di canzoni per arricchirne le sfumature, beh, ben venga. Quindi la forma volutamente libera del doom dei Nostri risulta più fluida proprio grazie ai passaggi ritmici meno banali e alle chitarre, e mai appesantita da forzature. C’è il gusto grandguignol dei Blue Oyster Cult (Mourning Star), ci sono passaggi quasi southern grunge (Serpent Magic), profumi stoner (Orbits) e in generale una varietà di spunti e sonorità che non ricorre praticamente mai al riff pesante. E sapete bene che sarebbe la via più semplice da percorrere. Gli fa onore, ai The Ossuary. Aspettiamo le prossime uscite con aspettative alte. Noi vedremo di non far passare un anno prima di occuparcene. (Lorenzo Centini)

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