Unguento, unguento, mandame alla noce de Benevento: intervista a LA JANARA

Gli antichi romani ritenevano quel posto infido, malfamato e pericoloso, dove i malefici nascevano come le erbacce nei campi e lo chiamarono Maleventum, cattivo evento. Da quando, verso la fine del 300 dopo Cristo, tutti i templi pagani furono chiusi, a seguito dell’editto di Tessalonica emanato dall’Imperatore Teodosio con cui si proibivano tutti i culti non cristiani, le sacerdotesse di quell’ampia zona denominata Sannio e Irpinia si riversarono nelle campagne per praticare la loro religione, la cui celebrazione era preclusa agli uomini. Attingevano ad un misto di culti greci ed etruschi, animismo, magia, antropomorfismo e teriomorfismo, che prevedeva l’attribuzione di divinità a forme animalesche, da qui gli animali-guida previsti dal Ver Sacrum (per i Sanniti il bue, per gli Irpini il lupo, dall’osco hirpus), e credevano in poteri intangibili e spiriti misteriosi, i numina. Erano particolarmente devote a Marte (Mamerte), dio della forza e della giovinezza ma anche protettore di armenti e coltivazioni, e pregavano la dea italica Diana Caria (la Artemide Cariatide dei greci) che personificava molte delle virtù guerriere dei sanniti e proteggeva le fiere, le vipere (l’animale tra i più sacri nonché diffusi in quelle zone), i boschi ma soprattutto le donne, i poveri e gli oppressi. Per far ciò avevano bisogno di un albero sacro, il noce, simbolo di fertilità (il ventre materno) e abbondanza, ma anche simbolo del cervello umano (l’ingegno e le arti), per la forma del suo frutto, e necessitavano di un corso d’acqua per praticare i loro medicamenti durante le notti di Luna crescente (da qui i successivi riti propiziatori nella notte di San Giovanni). Trovarono questi elementi presso il fiume Sabus, l’attuale fiume Sabato, alla confluenza col fiume Calore, in cui si immergevano per adempiere ai loro riti misterici. Lì, sulle sponde del Sabato questi culti andarono avanti e le apparizioni delle streghe pure, fino al 1500; uccisioni e persecuzioni delle eretiche andarono avanti. Da Diana, dalle Dianare, nasce la parola Janare e il mito delle streghe di Benevento ed è da quei riti e da quei luoghi che nasce il Sabba.

Era ora che qualcuno riuscisse in modo compiuto e ragionato a trasporre in musica questo patrimonio unico di miti, leggende e storia. Da lì, da quei luoghi, dove tutto nasce e inizia, viene fuori un album spettacolare: Tenebra. Abbiamo il piacere di proporvi una intervista a Raffaella Càngero, potente voce dei La Janara.

Non nascondo di esser fiero di far conoscere ai nostri lettori una band di questo livello che arriva delle mie parti. Bel colpo per la Black Widow Records, quello di prendervi nel loro roster. Come è nato il rapporto con la storica etichetta genovese?
La collaborazione all’inizio è stata una vera e propria scommessa. Poco dopo la registrazione, nel 2015, del nostro demo, ci mettemmo alla ricerca di un’etichetta discografica. Nella sua ingenuità il nostro primo lavoro autoprodotto aveva in nuce quelle che sarebbero diventate le caratteristiche principali della nostra musica: riff martellanti sabbathiani che si mescolano a venature folk/prog, il tutto ci faceva propendere per la grande etichetta ligure, alla quale ci avvicinavamo per la nostra volontà di creare un prodotto che fosse puramente “italiano”. Con entusiasmo ma con scarse aspettative, inviammo il demo al guru della label, Massimo Gasperini, il quale intravide qualche potenzialità (mi piace dire qualcosa di “magico”) in quel nostro lavoro, a tratti frettoloso e banale. La fiducia accordataci ci spronò a dare il meglio che potevamo nella realizzazione dell’EP del 2017 che venne poi distribuito dall’etichetta.

Di chi è la voce della vecchietta che si sente in apertura di Tenebra?
La voce narrante che apre l’album è di una vecchietta (di cui non conosciamo l’identità) del noto paese beneventano Guardia Sanframondi, intervistata in un servizio per la RAI dall’antropologo Luigi Lombardi Santriani verso la metà degli anni ’60. La brevissima intro catapulta l’ascoltatore in un immaginario a metà tra la realtà e la mitologia locale, in un’Irpinia magica e rurale che affonda le sue radici nelle credenze folkloristiche ancestrali che dopo secoli riescono ancora ad affascinare con le sue antiche credenze.

Mio padre mi raccontava che la mia bisnonna fosse una janara, o almeno è quello che diceva la gente di lei, una donna forte e indipendente che aveva instaurato una gestione matriarcale della cosa familiare, e che fosse addirittura in grado di incantare la tenia. Al di là del mito, delle storie e della tradizione popolare, cosa significa per te essere una Janara?
Essere una janara significa essere una voce fuori dal coro, vedere al di là di schemi preconcetti e preconfezionati che ci vengono imposti ancora prima della nostra nascita. Inevitabilmente significa far parte di quella minoranza che fa del proprio pensiero indipendente il suo credo. La Janara è l’emblema di chi si sacrifica pur di non tradire la propria fede ai suoi principi.

Ad un primo ascolto non ho potuto fare a meno di accostarvi a realtà come i Blood Ceremony (voce femminile potente e chitarre sabbathiane) ma approfondendo Tenebra ho colto molti riferimenti al rock progressivo italiano, quello più oscuro e occulto (vedi Goblin, Antonius Rex, New Trolls, Museo Rosenbach) per finire su gruppi dei giorni nostri (Paul Chain e Death SS nelle atmosfere). Ho scordato qualcuno?
Abbiamo attinto al rock che ha reso grande la musica italiana e tutti nomi citati sono stati fonte di forte ispirazione per noi, specialmente i New Trolls e il binomio Sylvester/Chain. Tuttavia meritano di essere annoverati nell’elenco delle Muse ispiratrici anche De Andrè, per le nostre caratteristiche a tratti cantautorali, e soprattutto Battisti, le cui sonorità ed idee sono fondamentali per l’identità della band. Non si può sorvolare inoltre sull’importanza della musica delle Vibrazioni, grande perla della musica italiana di cui troppo spesso si tace, a mio parere, a torto.

Leopardi, sono sicuro, sarebbe ben lieto di ascoltare come avete reso in musica la sua A se stesso (Or poserai per sempre). In quel brano Giulian Latte degli Scuorn ci mette il suo carico da 90. Ci dici due parole su come è nata questa e le altre collaborazioni presenti sull’album?
Le diverse collaborazioni sono dovute al rapporto di stima ed amicizia che ci lega ai vari special guest. Giuliano Latte, fondatore e compositore della grande band partenopea Scuorn, Alessandro Liccardo, chitarrista ed arrangiatore degli Hangarvain, oltre ad essere grandi musicisti sono dapprima amici per noi. Il primo ha inserito un coro nella canzone Or poserai per sempre, il secondo ha inserito due soli, nella canzone sopracitata e in Mephis. Inoltre devono essere citati Riccardo Studer, tastierista degli Stormlord, per le orchestrazioni ed Alessio Cattaneo degli Onryo per la programmazione della batteria e del basso in Ver Sacrum.

In Ver Sacrum, il culto della Primavera Sacra caro ai sanniti, in Violante aveva un osso di capra e soprattutto in Mephis si parla degli antichi riti sacri di Mamerte, degli Osci, della valle d’Ansanto e delle divinità legate alle sorgenti e alla vita agreste dell’Irpinia, come Mefite. Trovo questi riferimenti estremamente suggestivi e mi è stato impossibile non pensare al “lago” omonimo (citato anche da Virgilio nell’Eneide) dove le esalazioni sulfuree evocavano nelle persone i segni della divinità. Allora, quando lo organizzate un concerto in terra “mefitica”, magari proprio al castello di Rocca San Felice? E comunque la domanda istituzionale è: avete in programma un tour e ci potete anticipare qualcosa?
Abbiamo realizzato diversi live a partire dall’uscita del nostro album, lo scorso 27 marzo. Per ora abbiamo in programma alcuni concerti per lo più al Sud, ma manca – purtroppo – una data nella nostra Irpinia, ma senza dubbio riusciremo a portare la nostra musica nella Terra che tanto ci ha ispirati e a cui tanto dobbiamo.

2 commenti

  • sono nato da quelle parti e se vi fate una passeggiata per i boschi ancora oggi rigogliosi sono proprio queste sonorita’ che vi frulleranno in testa.

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  • Da bambino passavo più di un mese in Abruzzo con i miei nonni. Poche anime in uno sperduto paese nel cuore dei monti della Laga. Mi capitava spesso di sottrarmi al rigido controllo degli adulti. Inventavo scuse che la mia vecchia era solita bere. Poi come potevo raggiungevo qualcuno dei pochi, giovani pastori sparsi sui bordi delle “coste”. Giù, poco fuori dal bosco di faggi, abeti e querce. Oppure su, alle pendici della montagna. Sapevano suonare i fili d’erba, zufolando magicamente. Parlavano poco o nulla, sforzandosi con generosità di addolcire quel dialetto forte e cantilenante, nel quale potevi scorgere assonanze al francese. Quando riuscivo a stare di più, dimenticandomi il trascorrere del tempo, raccontavano storie di lupi mannari e streghe. “Se scappi e sali le scale ti puoi salvare…”. “Ma è molto difficile, invece, sfuggire all’invidia e all’occhio cattivo”. Le streghe, si diceva, entravano nottetempo nelle stalle, intrecciando con maestria le criniere dei cavalli che al mattino i proprietari trovavano sudati e in agitazione. Si insinuavano, queste strane donne selvagge, nel cuore delle case, sottraendo i lattanti per diletto. Giocavano a lanciarseli, beffandosi forse del senso conformista di una maternità rifiutata, per poi rimetterli nelle culle. Loro, figlie dimenticate e fedeli solo alla Selva, madri di un atavico desiderio di svincolarsi dalla vita comune.
    Quando tornavo eccitato e nervoso mia nonna mi chiamava a sé. Hai l’occhio cattivo, oh lo fije mì. Vì qua che nonna te lo leva…Con un piatto colmo d’acqua nel quale faceva cadere l’olio dalle dita. “Che dici nonna, perché parli sotto voce”? “È un segreto, non te lo posso dire”.
    Quando un disco ti riporta alle origini, alle radici, alla Selva, non hai molto altro da chiedere.
    Devi solo procurartelo.

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