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ContrAppunti Prog #4: Concerto Grosso per i NEW TROLLS

24 maggio 2018

Morire… dormire… forse sognare.

Qualcuno forse si ricorderà di questa rubrica. Per gli smemorati riprendo il vecchio disclaimer:

Cosa è ContrAppunti Prog: uno spazio dedicato alla progressive italiana; un appuntamento (si spera) fisso dove riscoprire e approfondire piccoli capolavori del rock nostrano più o meno noti; un salto in un passato musicale che va dalla fine degli anni ’60 alla fine dei ’70.

Cosa non è ContrAppunti Prog: una rubrica per esperti, collezionisti e maniaci del prog curata da esperti, collezionisti e maniaci del prog; una rassegna che segue un criterio o una logica precisa; un’idea nostalgica.

Alla fine non è stato un appuntamento fisso (ma effettivamente non ha seguito alcuna logica), essendo questa la quarta puntata in otto anni di blog. Del resto è talmente facile dire banalità a proposito di dischi su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e, allo stesso tempo, talmente difficile dire qualcosa di personale che almeno una decina di volte in questi anni mi sono ritrovato a scrivere e poi cancellare quanto buttato in bozza. Parimenti non voglio che questa rubrica, la cui evoluzione è stata a dir poco travagliata, muoia. Quindi la riesumo, dedicando la presente a quello che considero uno dei migliori album della storia del rock progressivo italiano, nonché del rock italiano tutto, che va conosciuto a prescindere dal fatto che vi sentiate vicini al prog o totalmente lontani da esso in quanto a gusti musicali. Signore e signori, ecco a voi Concerto Grosso

Siamo idealmente nel 1971, il ‘movimento’ progressive è in fieri e di fatto non esistono al momento grandissimi nomi, quantomeno in Italia, che abbiano già dato alle stampe album epocali dietro cui accodarsi per dirsi e sentirsi parte di un qualcosa di ben definito. Lentamente, i primi alfieri del genere stanno abbandonando il beat sessantiano in favore dei suoni albionici, nonché di tematiche meno scanzonate e assolutamente non “pop” di cui si infarcirà il genere in modo anche troppo pervasivo, come da lettura di uno che quei giorni non li ha vissuti in prima persona, che lo etichetterà come prodotto/motore/conseguenza delle nuove idee politiche giovanili e, per la maggior parte, sinistrorse. Dal ’67, anno del primo 45 giri dei genovesi, Sensazioni, i New Trolls avevano dato alle stampe un paio di LP, Senza orario senza bandiera e la raccolta di singoli New Trolls, nei quali si percepiva il mutamento di forma dal beat al rock psichedelico/progressivo e prima che questo si stabilizzasse in un qualcosa dai confini più marcati eccoti che arriva Concerto Grosso, le cui peculiarità e prospettive, che vedremo fra poco, li lanciava avanti di anni luce, anzi, sarebbe più corretto dire in una dimensione parallela al prog italiano, a testimonianza del fervore sperimentale che si viveva all’epoca.

Fino a questo momento, oltre a Fabio Celi, Antonio Bartoccetti e all’avanguardismo napoletano dei Balletto di Bronzo, dicevo, non ci sono ancora grossi innovatori sulla scena italica: Le Orme bazzicavano ancora nel beat psichedelico più spinto con Ad Gloriam, gli Stormy Six idem, se non addirittura in modo più basico dei succitati; il post-beat di Dies Irae dei Fomula Tre e il proto-pop di Circus 2000 non avrebbero mai tirato da soli la carretta del movimento senza l’aria fresca che gente come New Trolls, Il Mucchio e The Trip stavano facendo entrare negli studi di registrazione italiani. Se, chiudendo la panoramica, il ’71 è stato dunque l’anno di svolta e di più precisa definizione dello stile di rock progressivo italiano, grazie alla esponenziale crescita artistica di alcuni di quei signori citati più sopra, nonché grazie a Osanna, Rovescio della Medaglia, Panna Fredda, Ping Pong, etc., con i New Trolls, come dicevo all’inizio, si viene proiettati anni luce avanti a tutti, italiani e inglesi compresi, grazie alle intuizioni contenute nel primo Concerto Grosso, che segna di fatto un solco all’interno della loro discografia talmente ampio da rendere quasi impossibile prendere le distanze da esso. Tanto è vero che, pur essendo stati autori di altre canzoni meravigliose, questo rimarrà noto come il loro miglior disco in assoluto.

Dicevo il primo Concerto perché ne verranno “altri”: un secondo nel ’76, a ciclo prog già in fase calante, più The Seven Seasons e Concerto Grosso nr. 3, questo addirittura nel 2013, a seguito e a causa di cambi di formazione e scazzi tra i membri della band che sarebbe noioso ripercorrere. Qui parleremo solo del primo che è incomparabilmente più bello degli altri che comunque restano, a mio parere, dei notevolissimi distillati di bravura, ma più per addetti ai lavori e appassionati terminali che altro, perché dal taglio decisamente troppo barocco.

Concerto Grosso è un album registrato in studio, frutto del genio di Luis Enriquez Bacalov che scrisse le musiche dei 4 pezzi del lato A, eseguiti da un’orchestra da lui diretta, sulle quali i New Trolls apposero la loro inimitabile cifra stilistica con arrangiamenti rock, creando di fatto un incredibile cortocircuito, poiché laddove l’orchestra dà via alla melodia, il flauto, la chitarra elettrica e l’organo si sostituiscono, alternandosi ad essa, ricoprendo di fatto il ruolo proprio dei solisti, quindi con i reciproci assoli. L’intento del “Concerto”, è ormai chiaro, è ambiziosissimo: riprendere la struttura degli omonimi concerti barocchi seicenteschi nei quali l’orchestra era separata in due sezioni; i solisti, comprendenti solitamente violino, violoncello e un basso continuo (sezione qui impersonata, come detto, dalla “quota” elettrificata) e il “ripieno”, ovvero la restante parte della sezione di archi. Sono anche rispettate la peculiarità del tema musicale continuo, cioè riproposto, qui idealmente rappresentato anche dalla parte cantata, con la ripetizione del frammento di monologo amletiano citato in apertura (To die, to sleep, perchance to dream), nonché il caratteristico andamento lento-veloce-lento-veloce della suite che, come si sarà a questo punto intuito, nei 4 brani è basato su un sublime dialogo orchestra/band.

Basterebbe ascoltare solo i primi due minuti dell’Allegro, dove archi, clavicembalo, flauto traverso, basso elettrico e chitarre elettriche, si alternano creando un incredibile e perfetto gioco di colori in musica, per capire di cosa stiamo parlando. Se poi andrete oltre con l’Adagio (che ha in Albinoni un noto riferimento), vi renderete conto della portata di questo disco che riesce a rendere godibile e comprensibile a tutti un’idea e una realizzazione della stessa a dir poco complessa. La vera genialità sta nel rendere semplice il difficile. A tratti vi potrebbe sembrare pure di ascoltare la perfetta colonna sonora di un thriller o di un film drammatico d’antan e non vi sbagliereste di molto perché, di fatto, il primo brano della suite è stato utilizzato in Cuori solitari di Franco Giraldi e il secondo in La vittima designata di Maurizio Lucidi, cantato addirittura da Tomas Milian.

Il lato B dell’LP è occupato interamente da un brano di circa 20 minuti, e trattasi di una improvvisazione registrata in diretta terminante con un lungo assolo di batteria. Questo brano fa storia a sé e dà ulteriore carattere al disco, la cui aura, nel complesso, risulta cupa (io la definirei luciferina), grazie all’uso psichedelico di organo e flauti, la cui accelerazione finale negli ultimissimi minuti del lato B dà la chiara sensazione di una lunga messa nera appena celebratasi.

Concerto Grosso profuma di anni ’70, di mistero e di colonne sonore di vecchi film, ma riesce ad essere trasversale e attualissimo riascoltato oggi, a 47 anni di distanza dal suo concepimento. (Charles)

One Comment leave one →
  1. 24 maggio 2018 20:41

    Tutto bene, tranne una cosa: gli anni ’70 non profumavano. È per questo che sono (stati) così importanti.

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