Avere vent’anni: dicembre 2001

BREACH – Kollapse

Ciccio Russo: L’ultimo disco dei Breach fu forse anche il loro migliore. Se Venom era stato il lavoro che meglio riassumeva le diverse componenti della musica degli svedesi, Kollapse vide l’anima psichedelica, se non post rock tout-court, passare in primo piano, in un teso gioco di contrasti con lancinanti esplosioni di violenza dove il cantante Tomas Hallbom in più di un’occasione pare stia dando di matto sul serio e dalle chitarre, tra sature coltri noise, inizia a emergere qualche sporadico richiamo al metal. Uno degli album fondamentali per comprendere il suono post-hardcore degli anni duemila. I Breach si sarebbero riuniti nel 2007 per un unico concerto, a Stoccolma, al termine del quale distrussero i loro strumenti, dando a intendere che quella sarebbe stata davvero l’ultima volta. Finora hanno mantenuto la promessa. Difficile non fantasticare su cosa sarebbero potuti diventare se avessero proseguito, tanti erano i percorsi evolutivi che Kollapse lasciava intravedere.

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KRIEG – Destruction Ritual

Griffar: I Krieg sono il figlio prediletto di Neil Jameson, al secolo Imperial, che creò la prima omonima incarnazione della band quando aveva appena 15 anni. Tre anni dopo cambiò nome in Krieg, riconosciuti come uno dei primi tre gruppi che hanno portato il black metal negli USA (insieme a Judas Iscariot e I Shalt Become). Destruction Ritual è il secondo album a tre anni di distanza dal debutto Rise of the Imperial Hordes, che lasciava già intendere quanto il ragazzo fosse un convintone di primo livello. L’obiettivo era rendere più grezzo il sound scandinavo: Imperial non si scomoda a usare il basso, i riff sono lame taglienti sparate alla velocità della luce, la batteria un frullatore che crea un muro di suono anche quando la chitarra non è distorta, come in The Ancient Dwells Beneath. Momenti di sollievo ce ne sono pochi, melodia men che meno: i latrati di Imperial squarciano le orecchie mentre un’autentica tempesta di note annienta l’ascoltatore. Ci vuole allenamento per sopportare tutto questo, oltre a una sana dose di masochismo. Destruction Ritual o lo ami o lo odi: si ha sempre l’impressione di ascoltare lo stesso pezzo, tante sono la brutalità e il minimalismo. Nei brevissimi rallentamenti sembra di uscire da un cantiere dove stanno usando una macchina vibratrice per compattare il terreno. Imperial è tuttora in pista, anche se ha mitigato un po’ i suoi furori introducendo elementi meno estremi, ma stiamo parlando di una discografia sterminata di circa una sessantina di titoli. Impossibile stare dietro a tutto.

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BETO VASQUEZ INFINITY – st

L’Azzeccagarbugli: Una delle più potenti sòle rifilatemi da Metal Shock fu la recensione dell’esordio dei Beto Vasquez Infinity, primo disco di una band argentina che – scopro solo oggi – continua ad essere ancora in attività e ha pubblicato numerosi album. Ricordo ancora che venne spacciato come una straordinaria metal opera tra Ayreon e Avantasia, anche se con queste band i Beto Vasquez Infinity condividono solo la presenza di tanti ospiti (c’è anche il Lione nazionale). Nel corso degli anni, forse calcando la mano, ho sempre usato questo disco come pietra di paragone negativa per qualunque altro disco anche solo lontanamente riconducibile all’area metal. Riascoltarlo dopo vent’anni è stato una fatica: un mattone di 50 minuti di metal sinfonico/operistico in stile Nightwish ed Edenbridge (per non farci mancare nulla sia Tarja Turunen che Sabine Edelsbacher sono ospiti sul disco) ovviamente senza un briciolo del talento di quelle band, contraddistinto da suoni osceni e da brani ripetitivi e noiosissimi, con pochissimi momenti dignitosi che si perdono in un mare di mediocrità e di stereotipi. Forse non sarà il disco più brutto di sempre, magari adesso saranno diventati bravissimi, ma ancora rivorrei indietro i miei soldi.

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MYSTIC FOREST – Welcome Back in the Forest

Griffar: Ho già parlato di Stefan Kozak, di come abbia deciso di porre fine alla sua vita in modo abbastanza truculento (si è buttato sotto un treno in corsa) e dei suoi Mystic Forest. Welcome Back in the Forest è il suo secondo album, dopo il già prodigioso Green Hell, ed è un’opera molto sofferta, pervasa in ogni suo momento da una consistente tragicità riverberata da tristi melodie, pur suonate a ritmi sostenuti. Pesantemente influenzato dalla musica classica, il black metal di Kozak è unico: ancora nessuno ha provato a riprodurre partiture così complesse e schizoidi arrangiate a queste velocità. Stefan era un genio e Welcome Back in the Forest ne è la riprova. I pezzi sono tutti memorabili, così come lo sono gli interludi di pianoforte e le due voci – quella di Stefan in screaming e quella di Julie di impostazione lirica – che si sdoppiano di continuo in un piacevole e costante contrappunto. La drum machine è troppo asettica per il livello delle composizioni ma l’impressione è che non esista nessuno in grado di suonare come questi pezzi richiederebbero. Mette tristezza che l’enorme talento di Stefan sia stato apprezzato da una schiera fin troppo ristretta di fan, quando avrebbe meritato ben altri riconoscimenti e palcoscenici più prestigiosi dell’underground più oscuro e misconosciuto.

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MENHIR – Ziuwari

Michele Romani: Ziuwari è il terzo lavoro dei Menhir, da sempre uno dei più grandi nomi del pagan black metal europeo, che non hanno mai raggiunto grandissima notorietà a causa di una produzione musicale molto poco prolifica: basti pensare che hanno pubblicato solo 4 dischi in 25 anni, e che l’ultimo risale addirittura al 2007. La formula vincente dei tedeschi in questo Ziuwari non si discosta granché da quanto fatto in precedenza. Si tratta infatti sempre di un pagan metal assai evocativo che fa dell’uso dei synth una delle sue principali caratteristiche, dando al tutto un’aura malinconica che può ricordare alla lontana Falkenbach, anche per l’uso di tempi più cadenzati che veloci. Il riffing tipicamente black metal di Die Ewige Steine e Thuringia viene in questo frangente messo leggermente da parte in favore di un sound più pomposo e massiccio che troverà la sua massima espressione nel capolavoro successivo Hildebrandslied. Brani come l’opener Wotans Ruenlied, Die Lezte Schlacht e la title track sono un perfetto esempio di come deve essere suonato il pagan metal e, se un giorno mi farò un bel giro in macchina per la bucolica Turingia, non ho alcun dubbio sulla colonna sonora. (la prossima volta li andiamo a vedere allo Wolfszeit, ndbarg)

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NAGLFAR – Ex Inferis

Griffar: Tre anni dopo il discreto Diabolical, successivo all’inarrivabile Vittra, per festeggiare l’approdo alla Century Media (che riuscirebbe a rovinare pure i Summoning, temo) i Naglfar pubblicarono un Ep apripista per far circolare nuovamente il nome dopo un prolungato silenzio. Morgan Hansson, il chitarrista ritmico, aveva abbandonato la baracca già da un po’, pur figurando comunque nei credits, rimpiazzato da Marcus Norman degli Ancient Wisdom. Insomma, il gruppo già mostrava le prime crepe e ulteriori stravolgimenti di formazione avrebbero spiegato il basso livello qualitativo dei dischi successivi. Nulla di imperdibile, il classico prodotto per completisti che del loro gruppo preferito vogliono avere tutto e comprerebbero anche un Cd di sole canzoni spinetta & mandolino. C’è solo un pezzo originale, Of Gorgons Spawned Through Witchcraft, godibile, classicamente black metal, con un bel riff veloce piazzato in apertura. Le altre quattro tracce sono dei riempitivi che allungano il brodo portandolo a 27 minuti e mezzo: la riedizione ammorbidita di Emerging from Her Weepings, una cover senza sale di Dawn of Eternity dei Massacre e due versioni demo di brani apparsi su un 7 pollici picture prima (pubblicato da Wrong Again nel 1998) e su Diabolical poi. Tutto qui. Che dire? Se lo trovate in un tutto-a-1-euro fateci un pensiero, se no lasciate perdere. Piuttosto, se già non ce lo avete, cercate Vittra.

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MALOMBRA – The Dissolution Age

Ciccio Russo: Nella seconda metà degli anni ’90 Mercy ritrovò Diego Banchero, con cui aveva suonato negli Zess e nella primissima incarnazione dei Malombra. La vena progressive esoterica venne però sfogata in un nuovo progetto, Il Segno Del Comando, e i Malombra diventarono una sorta di contenitore per intuizioni più eclettiche ed eterodosse. The Dissolution Age è un disco strano, sghembo quanto vitale, che a volte lascia perplessi e altre esaltati (la splendida Venice Lido 1901). Le tastiere orrorifiche del cosiddetto dark sound italiano si innestano su ritmiche quadrate e marziali. Le linee di basso figlie della new wave inglese, complici certi arrangiamenti di chitarra, spingono alcuni brani su territori contigui al gothic metal che in quegli anni furoreggiava. A tagliare le gambe a The Dissolution Age furono gli anni di ritardo con cui uscì. Era un’epoca in cui generi e mode si susseguivano a velocità frenetica e un album che, pubblicato subito dopo l’incisione, avrebbe suonato in linea con i suoi tempi, se non innovativo, finì per risultare datato. Forse il comprensibile malumore contribuì a rompere il sodalizio appena ricostituito. Banchero avrebbe portato avanti Il Segno Del Comando da solo. Mercy si sarebbe dedicato ad altri progetti, tra cui i meravigliosi Ianva.

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TROLLECH – Ve Hvozdech…

Griffar: Nel 2001 esordirono anche i cechi Trollech. Ve Hvozdech… è il primo disco di una carriera oramai longeva che all’anno 2017 comprende altri sei full più un EP e tre split. Quanto fortunata, oltre che longeva, non saprei dirlo. Si autodefinivano forest black metal e tu va a sapere il cazzo che significava. In realtà trattasi di black metal abbastanza normale senza picchi memorabili né porcherie allucinanti, contaminato da qualche sonorità viking e da qualche altra più pagana. I testi sono tutti in lingua madre e parlano di troll, elfi, gnomi, sgorbi vari abitanti le foreste malvagie ed incantate tipo quelle della strega Nocciola o di Maga Magò. Insomma, io tutta sta ferocia e tutta ‘sta turpitudine non ce la sento. Lord Morbivod canta con un screaming pungente e assai gracchiante, che si alterna ogni tanto con la voce pulita. I brani passano dai classici mid-tempo un po’ più melodici alle classiche sfuriate in up-tempo nelle quali prevalgono riff semplici monocorda, a volte gradevoli e altre meno. Tastiere praticamente non se ne sentono e c’è qualche arrangiamento di chitarra canonicamente folkeggiante. Un disco nella norma, da recuperare se siete fanatici del genere perché non ha particolari difetti, a parte il suono pessimo della batteria elettronica.

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KURNALCOOL – Unvined

Barg: Come i Nirvana e gli Alice in Chains, anche i Kurnalcool a un certo punto decisero di staccare la spina e riproporre il meglio del proprio repertorio in versione acustica. Ma se i due gruppi succitati avevano l’eroina, i Nostri avevano il vino rosso: e quindi Unvined restituisce la band in versione taverna di paese, cioè esattamente il contesto in cui ognuno di noi vorrebbe – e dovrebbe – vederli. E allora classici immortali come Vi’ Roscio de Morro, Slongame la Biscia e Svinavyl assumono sfumature ancora più alcoliche, e una struggente El Tempo de Juventi’  diventa il sottofondo perfetto per cavalcare malinconicamente un Ciao scassato al tramonto sul Sunset Boulevard di Falconara, con una tanica di Lacrima di Morro d’Alba legata dietro al sellone. Unvined dà la giusta dimensione di cosa sono stati e sono i Kurnalcool, ovvero una band intimamente provinciale nel senso migliore del termine, ovvero crepuscolare, autentica, unica e intimamente originale. I Kurnalcool hanno cantato la vita di provincia come pochissimi altri, forse come nessuno nell’ambito metal, e il fatto che non siano delle rockstar famosissime e ricchissime non è solo l’ulteriore dimostrazione che il mondo è ingiusto e in ultima istanza una merda, ma anche la conseguenza inevitabile della loro essenza. Probabilmente al Festivalbar ci sarebbero voluti andare davvero, ma per noi è come se avessero vinto Sanremo, l’Eurofestival, il premio Strega e pure il Pulitzer. Eroi veri.

2 commenti

  • Beto vazquez disco insulsissimo, proprio mediocre come arrangiamenti… ma il tizio doveva essere molto ricco per permettersi tutti quegli ospiti… non vedo nemmeno citata Candice Night, pure quella non deve essere costata poco…
    bello il disco dei Menhir anche se per me il meglio è l’ultimo del 2007, oltre ovviamente al commovente ep acustico.
    non esaltante l’ep dei naglfar, io insisto cmq che su questi lidi il capolavoro diabolical è pure troppo bistrattato

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  • Bellissimo “Kollapse”, un disco e una band veramente da venerare, uno degli ultimi esempi di personalità nella musica pesante. Putroppo un percorso interrotto troppo, troppo presto.

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