Avere vent’anni: AVANTASIA – The Metal Opera part I

Tutti sono particolarmente legati ad alcuni dischi capitati in un preciso momento e che rimangono legati sia ad un periodo particolare che a determinati episodi della propria vita. Io sono estremamente legato a questa opera prima degli Avantasia, per motivi che è difficile spiegare. Lo comprai il primo aprile del 2001 – e per questo, nonostante Metal Archives giuri che sia uscito a luglio, io so per certo che non è così – a Firenze, durante il meeting di una chat metal che frequentavo all’epoca; ci si era dati tutti appuntamento alla tappa del tour di The Dark Ride degli Helloween, con Blaze Bayley e Stormhammer di supporto. I miei compari di lattine di Faxe da un litro erano in brodo di giuggiole per questo disco, e infatti l’eponima diventò la colonna sonora ufficiale di tutta la compagnia a partire da allora.

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Quel giorno accaddero alcune cose che cambiarono radicalmente la mia vita per un bel po’ di tempo. Dopodiché continuai ad ascoltare questo disco in continuazione per parecchio, anche perché era un bel periodo e questo tipo di power metal allegrotto e fru-fru ci stava benissimo. The Metal Opera part I inoltre era perfetto per un metallaro diciannovenne, ingenuo ed entusiasta che idolatrava un determinato pantheon di personaggi, e sentire cantare nello stesso album David DeFeis, Kai Hansen, Andre Matos e tutti gli altri era una roba fuori dal mondo. All’epoca mi sembrava un’operazione maestosa, coraggiosa e degna delle più grandi lodi; e in un certo senso lo era davvero, perché non lo aveva mai fatto nessuno prima a queste latitudini, tanto è vero che gli Avantasia diedero la stura a una miriade di gruppetti, gruppuscoli e progetti a latere che sfruttavano la stessa struttura.

Più di ogni altra cosa, però, questo fu il disco del grande ritorno di Michael Kiske al metal. Tobias Sammet diventò per me un eroe per essere riuscito in quest’impresa. Quel Michael Kiske che ribadiva in continuazione che non avrebbe mai più cantato metal, che ci aveva fatto rassegnare al fatto che la più grande voce del power metal sarebbe rimasta confinata a quei due soli capolavori (più quegli altri due, vabbè): qui c’era, era la spalla del protagonista della storia e, dopo Sammet, aveva il minutaggio maggiore. Era sotto falso nome, dato che nei crediti era citato come Ernie, ma era lui, cazzo se era lui. E quando ho risentito la sua voce mi è venuto da piangere.

In questo disco ci sono due capolavori veri: l’eponima, come detto, e la ballata Farewell. Avantasia è una canzoncina semplicissima e perfetta, come un piccolo diamantino liscio e pulito che spunta fuori da una miniera di carbone. È un inno al power metal, all’allegria, alla fantasia, a noi che eravamo giovani e felici e avevamo il mondo nel palmo nella mano, e quel ritornello era la conferma di tutto:

We are the power inside, we bring you fantasy
We are the kingdom of light and dreams
Gnosis and life: Avantasia!

E l’assolo di Henjo Richter, e il basso di Markus Grosskopf, e la batteria di Alex Holzwarth, con Sammet e Kiske che cantavano insieme. Per un ragazzino come me era l’apoteosi: il metallo era la cosa migliore mai esistita e questa era la prova provata. L’ho sentita migliaia di volte, Avantasia, e ogni volta riesce a farmi tornare indietro nel tempo, quando avevo un sacco di capelli e il futuro era limpido e bellissimo e niente poteva andare storto.

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E poi c’è Farewell. Giuro che mi vengono sempre gli occhi gonfi, quando sento Farewell, e dire che anche questa l’ho sentita migliaia di volte. Ballatona da accendino acceso in mano, con melodia vagamente celtica e una piccola parte affidata a Sharon Den Adel, con il fomento da dai che ce la puoi fare che Gianni Morandi ci ha provato tutta la vita a fare una roba del genere e ci doveva pensare Tobias Sammet dal paese dei crauti a riuscirci; e anche qui un ritornello da lacrime, da cantare in coro negli stadi, introdotto da un climax da paura e quel giro di tastiere che è come una luce vivificante in questo mondo di merda. E tutto sempre meglio fino alla parte finale, in cui arriva Kiske a fare da controcanto al ritornello ripetuto:

No farewell could be the last one
If you long to meet again

La canzone poi sfuma, ma ogni volta che la sento vorrei che ne avessero fatta una versione da dieci minuti in cui semplicemente il ritornello viene ripetuto con Kiske sotto che canta quei due versi. La sto riascoltando ora e mi sta venendo la pelle d’oca, ancora una volta, sempre. E nell’aprile del 2001 la cosa migliore che potesse capitarci era Kiske che cantava quei due versi. Questo disco me lo porterò sempre nel cuore.

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Per il resto non mi sento di continuare troppo oltre la recensione. Conosco The Metal Opera part I a memoria, ogni nota, ogni accordo, ogni melodia, ma a mente fredda non mi sento di pronunciarmi troppo sulle varie Reach Out for the Light, Breaking Away o The Tower, che magari hanno risentito troppo del passare degli anni e che possono apparire fredde e rigide a chi non è così appassionatamente legato a questo disco. Inoltre la storia dietro al concept è un po’ stupidotta, ma quello vabbè, chi se ne frega. Quello che rimane, alla fine, è l’aver vissuto quei momenti e poterli rivivere ogni volta che rimetto su quest’album. La gente proprio non lo sa, che si perde. (barg)

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