Avere vent’anni: BLAZE – Silicon Messiah

Il debutto da solista di Blaze Bayley arrivò ironicamente proprio nel mese d’uscita di Brave New World, quest’ultimo aspettato ed accolto con un entusiasmo tale da rendere dolorosamente evidente la malsopportazione delle legioni maideniane nei confronti del pelosissimo cantante di Birmingham. Non da parte nostra, come abbiamo già avuto modo di specificare; ma la situazione era questa. Di contro, anche Silicon Messiah fu atteso con discrete aspettative, dato che Blaze era pur sempre l’ex cantante degli Iron Maiden e poteva quindi contare su un buon bacino di pubblico potenziale. Brave New World sarebbe peraltro uscito il giorno del suo compleanno, il che rappresentava un involontario ma feroce ultimo schiaffo in faccia a colui che in quella situazione grottesca era l’unico che davvero non c’entrava niente.

Nonostante tutto, a quel punto l’irsuto cantante di Birmingham aveva parecchie cose da dimostrare, e ancora più sassolini nelle scarpe da togliersi. A ragionarci freddamente era chiaro che lui fosse un gran cantante, con un timbro personale e uno stile unico: il suo passato negli Wolfsbane parlava chiaro, così come la resa di un disco sorprendente come The X Factor, cucito su misura per lui; ma in quegli anni non si riusciva a ragionare troppo freddamente. Lui sapeva di dover fare tabula rasa e ricominciare daccapo, ricostruendosi pezzo per pezzo la reputazione. Silicon Messiah doveva essere il suo punto di svolta.

E lo fu, seppure parzialmente. Non lo riportò neanche lontanamente alle vette di fama e successo da cui era appena stato cacciato via, né aprì la strada ad una carriera di megaconcerti in arene spaziali, ma fu la riprova della sua bravura come cantante e come compositore. Silicon Messiah è infatti un buon disco di heavy metal classico approcciato in maniera moderna, con una decina di pezzi melodici e belli massicci, valorizzati dal lavoro dietro la consolle di Andy Sneap (che già all’epoca si era distinto lavorando con Testament, Obituary, Benediction, Napalm Death, Machine Head, Cathedral ed Iron Monkey e che successivamente sarebbe diventato uno dei produttori più richiesti nel metal). Con lui musicisti giovani e affamati, tra i quali anche Jeff Singer, che poi ritroveremo dietro le pelli di Paradise Lost e My Dying Bride. Il risultato è un disco solido, quadrato, composto con la perizia del veterano e la grinta dell’appassionato.

Il disco si fa ascoltare dall’inizio alla fine senza stancare: a distinguersi è soprattutto The Launch, cavalcata di tre minuti scarsi che riprende le ritmiche di Man on the Edge; memorabili anche l’apertura Ghost in the Machine e Born as a Stranger. È roba sanguigna, sudata, a modo suo aggressiva; non è un disco chiaramente paragonabile a Brave New World in senso assoluto, ma è molto più sincero. Se gli Iron Maiden della reunion si avviavano ad essere una macchina da soldi, un gruppo d’intrattenimento che sotto lauto compenso ti dà esattamente quello che tu chiedi in spettacoli faraonici sempre più fumettosi e sempre più colorati, Silicon Messiah è il disco con cui Blaze torna ad essere il metallaro che suona nei piccoli locali col telone dietro e che a fine concerto scende dal palco e si fa le foto con te mentre gli dai le pacche sulle spalle e gli rovesci la birra addosso nella foga. La differenza è grossomodo tutta nell’aspetto e nell’attitudine dei due cantanti: Dickinson è l’arrogante inglesotto ben rasato, sempre in forma, con mille interessi improbabili e una scarica di addominali ogni mattina; Blaze è brutto, grasso, pelato, sudato come un maiale e te lo immagini al pub di periferia inglese con la birra sgasata e le mani unte di pork scratchings. Ferma restando l’altissima opinione che abbiamo della musica contenuta in Brave New World, non c’è bisogno di spiegare a chi è che ci sentiamo più vicini. (barg)

8 commenti

  • Tim the Enchanter

    Ho avuto la fortuna di conoscere di persona sia Blaze che Dickinson, e confemo: Blaze è decisamente più simpatico e alla mano. Cordiale e scherzoso, ho avuto la sensazione di parlare con un amico di vecchia data. Bruce invece l’ho trovato freddo, formale, distaccato e comunicativo come un ibrido tra Zdenek Zeman e Dino Zoff.

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  • Ahahhahhahhahhahhhahhaha l’ibrido è fortissimo.

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  • Quindi il prototipo dell’inglese medio è sicuramente Blazer e non Bruce. Il ceto basso tanto lì non è più fatto di Inglesi da un bel pezzo

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  • L’ho visto a parma circa tre anni fa, al compianto Titty twister, la mia morosa a fine concerto gli ha tirato na pacca sulla schiena tanto forte che ci è rimasto di merda.
    Alla fine eravamo tutti e tre a ridere per non so quale motivo.
    Grande blazzone

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  • “Blaze torna ad essere il metallaro che suona nei piccoli locali col telone dietro e che a fine concerto scende dal palco e si fa le foto con te mentre gli dai le pacche sulle spalle e gli rovesci la birra addosso nella foga.”
    Confermo. Ho avuto il privilegio di offrirgli una birra dopo un concerto, persona squisita.

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  • Io lo vidi dal vivo al gods of metal del 2002, entrai al brianteo mentre dei ragazzi giovanissimi stavano facendo un soundcheck, poi partono con un pezzo sparato e sale sul palco lui: erano la sua band, e facevano paura. Una mezz’ora di concerto memorabile, puro heavy metal senza fronzoli. Lui aveva una presenza scenica pessima, ma il tiro e la grinta che hanno tirato fuori me li ricordo ancora.

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  • Anche a Pino Scotto non piace Dickinson, l’ha sempre detto.

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