Avere vent’anni: KURNALCOOL – Stand by Vì

Ciccio Russo: I Kurnalcool sono il mio gruppo italiano preferito. I loro dischi li avrò ascoltati non dico quanto Seasons In The Abyss ma almeno quanto Hell Awaits sì. Per chi, purtroppo per lui, non li conoscesse, parliamo di una band anconetana in giro da oltre trent’anni, autrice di un adorabile heavy metal anni ’80 un po’ thrashettone con esilaranti testi in dialetto incentrati su storie di vita vissuta a sfondo alcolico con annessa elegia della vita di provincia. Il loro album che amo di più, nonché il migliore per avvicinarsi al loro etilico operato, è questo Stand By Vì, il secondo. L’iniziale Piamola adè è la miglior dichiarazione di intenti possibile. Un elogio della sbornia come filosofia di vita, intesa non come degrado ma come momento di convivialità e massima espressione di gioia di vivere. Ma i pezzi sono tutti indimenticabili.

Come non scapocciare sui riff alla Ac/Dc di Kupralcool, dedicata alla sagra dell’uva di Cupra Montana; come non pogare contro il muro al ritmo della volgarissima Porta ‘na donna; come non aprire l’ennesima birra in memoria di un amore perduto (perché lei non ce la faceva più a trascinarti a casa ubriaco ogni weekend, ovvio) ascoltando Ricordo (quando stavo bè); come non rimembrare le prime devastanti sbronze adolescenziali con Tù madre, che prosegue la loro mirabile tradizione di cover con testo stravolto (in questo caso tocca a Somebody Put Something In My Drink dei Ramones), per non parlare della splendida Il tempo de juventì, canzone della vita definitiva sulle crisi da maturazione e sul come uscirne a cazzo duro con un bicchiere in mano e il metallo nelle orecchie. Un pezzo che un po’ mi ha salvato la vita. Perché, quando entri davvero nel mondo degli adulti, bastano banali incidenti di percorso (che so, la fine di una relazione importante, un drastico mutamento del contesto) per diventare detestabili piagnoni che trovano davvero molto profondo e sensibile l’ultimo pestilenziale cantautore indie in voga tra le fighe di legno alle quali in quel periodo andavi dietro con mediocre successo invece di battere i pezzi alle turiste yankee o alle coatte del quartiere. Ma poi, dopo il periodo di depressio’ ho capito la soluzio’ e mi sono ritrovato, parecchi anni dopo, in una piazza di Cracovia alle cinque del mattino, ubriaco a marcio, a cantare a memoria mezzo repertorio dei Kurnalcool insieme a un marchigiano, collega di Piero Tola, conosciuto poche ore prima mentre persino i truci  kurwa boys locali ci guardavano male. Avevo fatto la scelta giusta, ero diventato quello che speravo di diventare a sedici anni. Piamola oggi e la piamo doma‘.

Trainspotting: I Kurnalcool sono il mio gruppo italiano preferito. L’incipit è lo stesso di Ciccio perché abbiamo entrambi vissuto un intensissimo periodo-Kurnalcool insieme, all’università o giù di lì, durante il quale ci siamo anche fatti qualche coast-to-coast da Roma per vederli suonare nel loro regno, grossomodo identificabile con le Marche. Ed è davvero il loro regno: un concerto dei Kurnalcool in quelle zone attira una quantità di persone assolutamente sproporzionata rispetto alla fama nazionale del gruppo (per la cui copertina del presente disco ci siamo dovuti rivolgere prima a Max, uno dei due batteristi, e poi a Big George, uno dei due cantanti, perché su internet non si trova l’immagine – il disco originale neanche a parlarne, ma vabbè), con una eterogeneità estrema, dal discotecaro impasticcato al blackster, dallo spazzino al chirurgo plastico, dal quattordicenne al sessantenne: e TUTTI sanno i testi a memoria.

Questo perché i Kurnalcool raccontano la vita, quella vera, molto meglio di praticamente chiunque altro mi venga in mente; Stand by Vì probabilmente non è neanche il mio preferito (quello forse è il primo, Bumba Atomika), ma è comunque composto da dodici tracce da imparare a memoria e da vivere fino all’ultima nota. I Kurnalcool cantano la vita di provincia, probabilmente la migliore esistente, nella quale i dolori e le ansie sono molciti dal valore enorme che assumono le piccole cose: una gita fuoriporta tra amici, una sbronza in compagnia, un aneddoto divertente da raccontare. La cifra provinciale di queste cose è la quantità e la qualità di rapporti interpersonali che le presuppongono: la provincia è la terra delle amicizie e delle grandi famiglie; in provincia, si sa, non sei mai solo. E, allo stesso modo, anche ascoltando i Kurnalcool non sei mai solo. Probabilmente è proprio per questo che la lunghissima elencazione di ubriacature, sbronze e sboccate a bordostrada raccontate dai Kurnalcool non sono mai squallide o degradanti; anzi: i momenti degradanti arrivano proprio quando qualcuno crede di doversi distaccare da tutto ciò; ma anche in questo caso la redenzione è a portata di mano: gli amici sono sempre lì, così come il solito baretto in piazza e le vecchie abitudini. È la storia de Il Tempo de Juventì, una delle (poche) canzoni scritte per l’occasione e non risalenti agli anni Ottanta. Il Tempo de Juventì è una versione nostra de Gli Anni degli 883, un pezzo che può risollevare vite e indirizzarle verso la strada giusta durante i momenti più bui e incerti. Credetemi: per me è stato così. Sui Kurnalcool bisognerebbe scrivere un libro, perché se lo meritano e perché sono uno dei gruppi più poetici che abbia mai ascoltato, anche se probabilmente non se ne rendono conto neanche loro. Un giorno spero di riuscire a scrivere qualcosa di serio sulle cornacchie di Falconara, magari proprio insieme a Ciccio.

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