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L’oltraggio di Fano, i Kurnalcool e una festa a lungo attesa

19 ottobre 2011

Max Vortex, batterista di Kurnalcool e Vortice Cremisi, ha compiuto 40 anni il 9 ottobre scorso. Succede anche ai migliori, quindi anche a lui. Io e Ciccio eravamo stati invitati con un anticipo di due mesi, e il programma non era male: al sabato il concerto dei Kurnalcool e la domenica megapranzo di compleanno nelle campagne anconetane. Ci fossero stati i Trollfest, avremmo portato pure loro.

i kurnalcool in posa per i fotografi

Il concerto si è svolto al Verve, umida discoteca dalle parti di Fano che usualmente mette su musica afro e in generale roba dance per ragazzini minorenni e vagamente minorati (ovviamente non quella che piace a me, quella è roba serissima per persone di un certo livello). Insomma, il posto non era adeguato. Più che altro le kurnakkie erano decontestualizzate: immortali inni come Vie’ a Beve El Vì o Porta Na Donna sono state perle date in pasto ai giovani tamarri marchiciani accorsi al Verve per ballare lo schifo descritto sopra. Il che è parecchio strano, dato che nelle Marche i Kurnalcool attirano solitamente centinaia quando non migliaia di fan che conoscono a memoria la loro discografia (e questo non è assolutamente uno scherzo, come ho avuto modo di vedere altre due volte coi miei occhi) e che a stento trattengono le lacrime per El Tempo de Juventì, canzone del riscatto e della redenzione che provoca l’effetto-Luci a San Siro in tutti coloro che hanno un cuore e che sanno stare al mondo.

La scaletta è stata dunque brutalmente tagliata, e nell’oretta di concerto c’è stato spazio per una sola canzone dal nuovo disco (Kurnakkiò). Il resto della setlist è stato quindi un bellissimo amarcord tra le cover di rito (nella fattispecie tre: I Wanna Tazz/I Wanna Rock; Acqua e Limò/Breaking The Law e Tu’ Madre/Somebody Put Something In My Drink) e momenti altissimi come Nonna d’acqua, E.I.D., Io C’ho l’Etilometro, Kupralcool o la mia preferita, Vì Roscio De Morro, dedicato alla Lacrima di Morro d’Alba, vino prodotto dalle loro parti che qui a Roma costa abbastanza ma che lì te lo regala il contadino se gli dai un passaggio fino alla vigna. Fortunelli, gli anconetani. Penso che Vì Roscio De Morro sia una delle canzoni che ho cantato più spesso nella doccia in vita mia, probabilmente se potessi fare la conta uscirebbe un buon piazzamento dietro a Mordred’s Song dei Blind Guardian e Flight of Icarus. Encomio speciale per le cornacchie perchè sono riusciti a piazzarsi tutti e sette su un palco grande a malapena per una coverband minimal di Simon & Garfunkel incastrandosi tra le due batterie e rimanendo sospesi nel vuoto per un’ora.

Ho però finalmente visto Fano, che conoscevo di nome perché l’ho incontrata in un episodio allucinante uscito fuori quando scrivevo la tesi di laurea. L’episodio è conosciuto come l’oltraggio di Fano e sarebbe stato un perfetto soggetto per un film in costume di Lucio Fulci. In pratica a Fano nei primi anni del ‘500 c’era questo pio vescovo poco più che ventenne, Cosimo Gheri, raffinato e virtuoso chierico-letterato che pare non avrebbe potuto far del male ad una mosca neanche a mettersi d’impegno. Per Gheri tutto filava liscio, tra studio e preghiera, finchè non arriva  a Fano Pier Luigi Farnese, figlio del papa Paolo III (Alessandro Farnese) e noto per essere un violento debosciato figlio di puttana che girava per lo Stato Pontificio per stuprare, uccidere e compiere malvagità gratuite random, protetto dalle sue parentele. 

Pier Luigi Farnese

Il gentile e giovane vescovo ingenuamente accoglie il figlio del Papa con tutti i dovuti onori, e tra i due si sviluppa subito una conversazione surreale in cui uno parla di politica, letteratura e pacificazione del contado e l’altro in tutta risposta gli chiede, “con parole oscenissime secondo l’usanza sua, il quale era scostumatissimo”, dove procurarsi delle prostitute. Mi ricorda qualcosa ma vabbè. Del resto Pier Luigi era abbondantemente famigerato per le sue imprese immorali, e al Gheri era andata anche bene che quello si fosse limitato a chiedere di semplici disinibite fanciulle e non di ragazzini da violentare, dato che a quanto pare erano questi ultimi la vera passione del tipo. Ad ogni modo il giorno dopo quel primo colloquio il Farnese, per dirla con le parole dello storico Benedetto Varchi che racconta l’episodio,

cominciò, palpando e stazzonando il vescovo, a voler fare i più disonesti atti che con femmine far si possano.

Il Gheri si dibatte, cerca di fuggire, ma il Farnese –che a stento si reggeva in piedi perché malato di sifilide- chiama le sue guardie e stupra il vescovo. Il Gheri morirà dopo 40 giorni a causa delle ferite riportate, il che ci fa vagamente intuire quanta violenza avesse usato il figliolo del pontefice sul povero chierico.  È un mondo difficile. Ora immaginatevi che cosa sarebbe uscito se negli anni settanta ci avessero fatto una produzione in costume, tipo Beatrice Cenci. Sarebbe stato un film incompreso e sbertucciato fino ai primi anni novanta, per poi venire rivalutato grazie a una intervista entusiastica di Tarantino in cui dice che è il suo film preferito; una decina di anni dopo magari Eli Roth o Rodriguez avrebbero girato un remake con Tom Savini e  Shia Lebeouf (si capisce benissimo chi nella parte di chi) aggiungendo motoseghe, samurai e missili terra-aria. E nei titoli di testa sarebbero apparsi i versi che vennero scritti per il Farnese alla sua morte:

quando dalle rive italiane venne a quelle dell’oltretomba
Plutone cominciò a temere per le sue natiche

Questi almeno erano i viaggi mentali a cui mi portava l’esaurimento da tesi, eccetera.

Il nostro weekend marchigiano è continuato con l’annunciata festa di compleanno, apocalittico evento alcolico con più di 150 invitati che si sono accaniti sulle riserve di cibo e vino rosso del ristorante Il Bucatino, sperduto in mezzo a colli e campagne nei dintorni di Jesi. C’erano tutti, anche il Borna. Ai convitati è stato regalato, a mò di bomboniera, un apribottiglie personalizzato per l’occasione. Una menzione d’onore al festeggiato, che alle tre di pomeriggio aveva già vomitato l’anima perché talmente occupato nell’organizzazione da dimenticarsi di mangiare -ma non di bere, ovviamente- e a chi ha improvvisato la jam session del dopo pranzo. Atmosfera da rocker di provincia, tortellini, piadine, vino rosso, e heavy metal di quello vecchio (quindi migliore). Se ci fosse stato Fellini avrebbe fatto il film della sua vita. E probabilmente anche della nostra. Auguri ancora, Max. (barg)

12 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    19 ottobre 2011 13:59

    AHAH su Wikipedia lo chiamano Pier Luigi Jr.
    boh non so ame fa ridere

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  2. 19 ottobre 2011 14:58

    maledetti, dovevate avvisarci.

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  3. Certain Death permalink
    19 ottobre 2011 19:33

    capolavoro. Vì roscio de morro è anche la mia preferita, immortali.

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  4. sergente kabukiman permalink
    20 ottobre 2011 16:18

    potevano invitare anche i 24 affezionati lettori del blog di metal shock però..

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  5. 20 ottobre 2011 17:40

    ma qualcuno ha ancora la foto di ciccio che sgotta al concerto dei kurnalcool? era su un vecchio MS che se non mi ricordo male comprai prima di prendere l’autobus per roma per assistere ai carpathian forest…

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