Avere vent’anni: febbraio 2001

ZYKLON – World ov Worms

Marco Belardi: Quanto ho da dire su questo album lo ho già espresso in questo articolo sui Myrkskog e in quest’altro sui Raise Hell e gli stessi Zyklon: “benissimo il primo album, poca roba subito dopo”. Ora, siccome non ho la minima voglia di riscrivere il medesimo pezzo fingendo di non averlo già fatto, vuoi perché oggi sono gonfio di Oban, vuoi perché non avrebbe alcun senso, affronterò l’unica questione su World ov Worms che al tempo non m’ero preposto di affrontare: come sono invecchiati quei dischi (nel calderone avevo buttato in mezzo pure l’album dei Thorns di Snorre)? World Ov Worms è il meno chiacchierato del trio, e lo trovo perfettamente logico. I Myrkskog avevano spianato una strada, non la stessa dei Dodheimsgard, non la stessa degli Immortal brutali di Blizzard Beasts, ma un’altra. Il disco dei Thorns fu una sorta di pietra tombale su un’epoca. Invece World ov Worms non è la cicatrice che segna un qualcosa e ci resta sopra: era, ed è, semplicemente il disco di Samoth bollito negli Emperor, più Trym, più Daemon che prestava la propria voce provenendo da un’altro progetto in fase decisamente calante chiamato Limbonic Art. Erano una valvola di sfogo per musicisti che fino a tre anni prima si trovavano all’apice, ora non più. A risentirlo oggi trovo World ov Worms il meglio invecchiato dei tre, ha retto il tempo come non sospettai potesse fare e ci sono circa quattro o cinque pezzi, su tutte Zycloned, che mi porto dentro come se in senso buono una cicatrice quell’album me l’avesse lasciata eccome. Peccato fosse finita nel giro di poco: Aeon del 2003 non mi piacque altrettanto, non mi lasciò dentro granché e comparare quest’ultimo con Thorns e Myrkskog sarebbe a tutti gli effetti un delitto.

MOONSORROW – Suden Uni

Griffar: Mi precipitai sull’album di debutto dei Moonsorrow, Suden Uni, perché li seguivo dai tempi dei demo (che possiedo ancora: originali, non delle copie; me li feci spedire direttamente da loro quando ancora i gruppi li contattavi grazie all’indirizzo trovato in una oscura fanzine fotocopiata) e mi piacevano da matti. Quei demo sono dei capolavori, il black finlandese più cattivo mischiato con tematiche folk/pagan in stile Falkenbach, che in fin della fiera sono quelli che più impararono dal periodo viking dei Bathory, facendone tesoro e trasformandolo in qualcosa di nuovo, diverso da tutto il resto. Benché avvertito del pericolo di trovarmi diretti verso casa droni esplosivi e consapevole del rischio di essere sottoposto a torture comprendenti raffinate crudeltà, dopo averlo ascoltato di nuovo dopo tanto tempo non riesco ad evitare di dire che secondo me i demo erano un’altra cosa. Forse perché qui il black metal è stato lasciato perdere a favore di un epic pagan metal ultramelodico dotato sicuramente di una certa forza d’urto. Purtroppo però in quest’album (e nel successivo, che è l’unico altro che ho) manca la violenza furiosa che me li fece adorare. E un certo amaro in bocca me lo lasciò, nonostante nel suo genere il CD sia assolutamente eccellente, con tutte le cose al posto giusto: chitarroni melodici assolutamente heavy che di sicuro ascoltati dal vivo avranno scatenato più di un pogo forsennato sotto il palco, sezione ritmica fragorosa, vocals maestose. Mi sono stati consigliati due loro dischi più recenti che hanno una certa aggressività tipica del black rispetto ai due he possiedo, ma non me ne voglia Trainspotting, non mi hanno sconvolto più di tanto. Quindi li riascolterò più avanti, io di solito faccio così: prima di dire che qualcosa non mi piace proprio gli do almeno tre possibilità, e poi va beh, non tutti i gusti sono alla menta.

MADDER MORTEM – All Flesh is Grass

Michele Romani: I Madder Mortem sono sempre stati una band molto particolare, che sicuramente ha avuto il pregio di portare avanti nel corso degli anni un percorso di crescita che li ha portati dal doom atmosferico del bellissimo esordio Mercury ad una proposta sempre più avantgarde-progressive che si è accentuata nel corso degli anni. Questo All Flesh is Grass del 2001 può considerarsi l’inizio di questa evoluzione, caratterizzato da un sound che comincia già ad abbandonare i classici stilemi doom gothic in favore di un tipico sound pazzo geniale folletto, terminologia che si riferisce a tutti quei gruppi avantgarde norvegesi che all’inizio del nuovo millennio diedero vita a un sound piuttosto imprevedibile, fatto di sperimentazioni, tempi dispari, contaminazioni elettroniche e una forma canzone andata completamente a farsi fottere. Diciamo che non sono mai stato esattamente un fan di questo tipo di approccio, che tra l’altro avevano inventato molti anni addietro i favolosi The Third And The Mortal, dei quali i Madder Mortem purtroppo non valgono neanche un’unghia. Intendiamoci, All Flesh is Grass non si può neanche definire un disco brutto, la band sa suonare e la voce di Agnete è notevolissima, ma per quanto mi riguarda (esclusa l’iniziale Breaker Of Worlds) mancano proprio i pezzi, riducendosi tutto ad un esercizio di stile senza arte né parte.

1349 – st

Griffar: Secondo me i 1349 sono una delle band più sopravvalutate di ogni tempo, ogni luogo, ogni spazio, in tutti i cottage norvegesi nella foresta e in tutti i generi musicali. Il mondo disprezza gli italiani considerandoli paraculi, ma se esiste un gruppo che rientra a pennello in questa definizione sono i 1349. Famosi, famosissimi perché ci suona Frost e Tor Risdal Stavenes aka Seidemann, il tipo dei Mortem che credo molti ricordino come gruppino death metal che fu genesi degli Arcturus. Completano la line-up Olav Bergene aka Ravn alla voce, che con i 1349 ha trovato la gallina dalle uova d’oro, e Idar Burheim aka Archaon, chitarrista, già nei Funeral (e non Old Funeral come fu detto all’epoca), recentemente riesumati da Century Media. 1349 consta di tre brani originali e la cover di The Usurper dei Celtic Frost, dura 18 minuti e secondo me è l’unico loro disco che vale la pena avere, pur non essendo nulla di incredibile o pazzesco. Black metal norvegese classico, direi quasi scolastico, con dei riff piacevoli che fanno il verso ai maestri del genere, screaming moderato né troppo estremo né troppo moscio, basso essenziale a seguire le tracce in modo preciso, punto. Poi chiaro, c’è Frost alla batteria che dà lezioni su come dovrebbe essere suonato lo strumento in un brano black metal ma davvero è bastato questo per farli diventare delle superstar? Per farli firmare per le etichette più prestigiose (e danarose) e suonare a festival pure prestigiosissimi quasi da headliner, in barba a gente come Rotting Christ che sono stati precursori del genere ed hanno scritto album che la maggior parte di questa gente manco si sogna? L’unico disco non pensato smaccatamente per essere commerciale è questo EP d’esordio. Tutto quello che hanno pubblicato dopo secondo me potrebbe essere dimenticato senza troppi rimpianti. Misteri del music business.

KATATONIA – Teargas EP

Michele Romani: Dei Katatonia ho già detto tutto quella che c’era da dire in tutte le salse, quindi su questo EP fondamentalmente inutile non mi dilungherò più di tanto. Trattasi dell’apripista di Last Fair Deal Gone Down, il disco che in tutto e per tutto ha aperto una nuova era per il duo Nystrom-Renkse, cominciando a farli apprezzare anche al grande pubblico. L’EP in questione si apre per l’appunto con la splendida Teargas (il pezzo probabilmente più conosciuto del suddetto album), seguita poi da Sulfur (che nel tipico riffing a cascata ricorda un po’ di più i vecchi Katatonia) e la conclusiva March 4, un ottimo pezzo che non avrebbe per nulla sfigurato in LDGDN ma che non ho la minima idea del perché non sia stato inserito. Per i collezionisti, nulla di più.

EIKENSKADEN – The Black Laments Symphonie

Griffar: Parlando di violenza come non citare il primo disco degli Eikenskaden? Il progetto in solitaria di Stefan Kozak, francese che si fece conoscere con i Mystic Forest, diede ancora più rilevanza alle sue influenze classiche, con una serie di dischi che non è un azzardo definire sperimentali. Sempre accompagnato dalla batteria elettronica sparata a mille, il Nostro osò un incrocio tra la musica classica rivisitata in ottica black metal, la musica barocca e il virtuosismo chitarristico che già proponeva a tratti nei Mystic Forest. Tutto questo è The Black Laments Symphonie, che dopo una brevissima intro abbastanza inutile punta subito tutto sul primo pezzo I’ll Dance This Adagio with the Spirits, nientemeno che un arrangiamento fast black metal dell’adagio di Albinoni per spiegare quale sarà la proposta musicale di tutta la sua carriera, durata lo spazio di altri tre album da qui al 2005. Questo brano è un capolavoro ma gli altri non sono da meno, basati su melodie di sua composizione o su composizioni classiche meno note, con un impatto meno immediato ma non meno efficaci. Circa 37 minuti di musica piuttosto originale per l‘epoca e che lo sarebbe anche tuttora, dato che non mi pare che qualcuno abbia mai provato a replicare le sue idee. Come per molti altri progetti nel giro black metal, la musica estremamente tesa, schizzata e violenta rispecchia a fondo la personalità di chi la scrive. Stefan Kuzak si è tolto la vita nel 2015 a soli 38 anni buttandosi sotto un treno in corsa.

KOROVAKILL – Waterhells

L’Azzeccagarbugli: Waterhells rappresenta il primo ed unico disco dei Korovakill, seconda incarnazione dei Korova, band austriaca che ha sicuramente raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. Ricordo di averli conosciuti grazie ad una dritta dell’immenso Fabrizio “Er Doom” Socci, che in uno dei nostri frequenti giri per negozi di dischi in compagnia di Roberto Angolo mi mise davanti agli occhi Dead Like an Angel dei Korova e, appunto, Waterhells. Descrivere la loro proposta non è facile: siamo dalle parti dell’avantgarde di metà anni ’90, quella particolarmente pazza, geniale etc, con derivazioni di chiaro stampo teatrale. Prendete gli Arcturus di The Chaos Path, metteteci qualcosa dei primissimi Solefald e la propensione “operistica” degli indimenticabili Devil Doll e vi sarete fatti un’idea. Waterhells prosegue il discorso intrapreso dall’ultimo disco dei Korova, semplificando un minimo la proposta, rendendola decisamente più lineare e inserendola in una sorta di concept (molto interessante) sulla storia, a tinte horror, della morte di sei marinai. Rispetto al precedente, splendido, Dead Like Angel, non tutto fila per il verso giusto: ci sono alcuni passaggi a vuoto e nonostante una produzione migliore rispetto al passato non tutte le scelte sono particolarmente felici, ma alcune composizioni, come la title track, Drown Symphony, la teatrale The Bleeding Lap of Undines e, soprattutto, It’s a Fool’s World sono davvero notevoli. Nel complesso, il disco è sicuramente riuscito e per personalità e originalità è decisamente sopra la media. Dopo Waterhells i Korova/Korovakill smisero di esistere e si trasformarono nei Chryst, progetto interamente riconducibile al frontman Christof Niederwieser.

JOHN FRUSCIANTE – To Record Only Water For Ten Days

Stefano Greco: Registrato nella pausa dopo il ritorno alla base di Californication, il disco solista di John Frusciante mostra un lato più intimo e inedito di quel ruolo che generalmente definiamo rock star. Mentre i Red Hot Chili Peppers si ripulivano da tutto e si apprestavano a divenire il gruppo televisivo e da stadio per eccellenza (e via via sarebbero finiti per incarnare il Male), il chitarrista sembra voler riportare il tutto ad una condizione quantomeno umana. To Record Only Water for Ten Days suona come un disco fatto in casa, registrato come passatempo e finito sugli scaffali solo per il nome dell’autore. Canzoni che sembrano il rifugio di una persona non troppo a suo agio con lo stardom, nate dal desiderio di nascondersi più che di apparire. Musica fatta per sopravvivere nel bozzolo (che poi il bozzolo fosse con ogni probabilità un villone su Laurel Canyon poco importa). Le assonanze con la maggior parte delle cose alle quali siamo soliti associarlo sono poche o nulle, eccezion fatta per quel suo stile così unico e particolare fatto di uno spleen che, suo marchio di fabbrica, ha sempre fatto da contraltare nelle composizioni dei suoi ben più esuberanti compari. L’essenza è tutta nell’imperfezione, nell’essere a tratti sguaiato e/o naif. To Record Only Water for Ten Days è un percorso a ritroso, è la star milionaria che se ne torna in cameretta. Da riscoprire.

OXIDISED RAZOR – La Realidad es Sangrienta

Griffar: Fierissimi portabandiera del death/goregrind, celebrano il ventennale del debutto i messicani Oxidised Razor con il loro disgustoso, ripugnante ed estremissimo La realidad es Sangrienta, col quale hanno seguito talmente bene le orme di criminali del pentagramma come Mortician, Disgorge, Dead Infection o Impetigo da essere poi diventati essi stessi fonte d’ispirazione nonché sicari assoldati dai narcotrafficanti (scherzo!). Considerando che il moniker è preso da Reek of Putrefaction dei maestri Carcass, fuggite pure da queste righe se questa roba non la sopportate: qui siamo ai massimi livelli del genere, di musicale non c’è assolutamente nulla, le tracce di chitarra sono accordate talmente basse da far sembrare suonato al centro della terra persino il MI cantino, il basso è inglobato nel muro sonoro ed è così distorto da far vibrare il subwoofer anche ai volumi più bassi. L’unico strumento con una parvenza di senso è la batteria, che è quella che più o meno ti fa capire cosa stiano suonando, tra blast beat impazziti di grindcore puro a qualcosa di simile al death metal più marcio concepibile. La voce non è umana, semplicemente. Non so nemmeno descriverla, non ci prova neanche ad essere comprensibile o armonica, a confronto il Lee Dorrian dei primi due album targati Napalm Death declamava i testi come Giancarlo Giannini. Sembra che lo stiano scuoiando, è più comprensibile il suono dell’acqua che defluisce da un lavandino intasato dopo che l’idraulico è venuto ad aggiustarvelo previa donazione dei proventi della vendita di un vostro rene. 14 brani tra cui 4 cover (di Gut, Mortician, Carcass ed Impetigo, giusto per ribadire di chi sono figli) per una mezz’oretta di olocausto sonoro (le due ultime cover arrivano dopo un silenzio di 12 minuti, le fottute ghost track di una volta che sa il cazzo quanto ho odiato… Ma perché far ripartire un disco dopo che sembra finito da un pezzo?), La realidad es sangrienta è il primo mattone di una discografia sterminata che si infoltisce ancora oggi nonostante il genere sia tra i più ostici in assoluto sia a livello musicale che visivo, tra cadaveri smembrati, squartati, infestati da vermi, carbonizzati, immagini di porno snuff e tutto quel che c’è di più schifoso e ributtante su questa terra. Io li ho seguiti fino al terzo album del 2010, tralasciando le miriadi di split con altri psicopatici perché altrimenti avrei riempito uno scaffale solo per loro. Poi ho lasciato perdere, sono molto divertenti ma dopo un po’ diventano monotoni perché le canzoni si assomigliano tutte, già qui si fa largo uso di sample di film horror/porno decontestualizzati, cosa che nei dischi successivi sarebbe persino aumentata. Se avete coraggio tentate un ascolto, io però vi ho avvertiti…

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