C’erano una volta i Katatonia

Premessa importante: io coi Katatonia ci sono cresciuto. È stato una sorta di colpo di fulmine, da quando vidi su una rivista una recensione, segregata in un angolino, di un dischetto che presentava in copertina la carcassa di una cornacchia su un inquietante sfondo fucsia, il che mi fece pensare: “Sto disco qui lo devo avere a tutti i costi”, e il giorno dopo ero da Disfunzioni Musicali (per i metallari dell’epoca una sorta di Helvete di Roma Est) a ritirare la mia copia, che per inciso sarà rimasta fissa nel mio lettore per più di un mese. È veramente difficilmente spiegare cosa fosse per me Brave Murder Day ai tempi, e la facilità con cui un disco con una media di tre/quattro accordi sulla base di brani interminabili mi fosse entrato così dentro, quella sensazione di tristezza mista ad apatia che solo loro erano capaci di infonderti con la propria musica. Da quel momento ogni cosa a marchio Katatonia doveva essere mia, sia andando a ritroso coi vecchi lavori sia comprando qualsiasi cosa pubblicassero, anche la più introvabile (il mini Saw You Drawn numerato mi è costato circa tre mesi di risparmi) e, nel bene o nel male, per il decennio successivo li ho accompagnati fedelmente nel corso della loro carriera.

Perché, è bene specificarlo subito, non sono uno di quelli (e ne conosco) che hanno ripudiato la band di Stoccolma con l’abbandono del periodo doom/death e delle harsh vocals. A me i Katatonia piacevano maledettamente anche dopo, nonostante l’improvviso cambio di stile marcatamente darkwave al limite del gothic rock (anche se alcune avvisaglie c’erano state con Day e il brano tratto dallo split coi Primordial). Lo stile della band e soprattutto quel particolarissimo suono a cascata della chitarra di Anders Nystrom (copiato da miriadi di bands più avanti) era ancora riconoscibilissimo, così come il senso di assoluto disagio che permeava dischi meravigliosi come Discouraged Ones, Tonight’s Decision e in parte Last Fair Deal Gone Down, nel quale però qualche avvisaglia di cambiamento già si cominciava a percepire. Diciamo che, per quanto mi riguarda, il primo e vero e proprio taglio netto col passato avviene con Viva Emptiness, un disco molto più dinamico dei precedenti e con un suono di chitarra molto più compresso, come mai si era sentito prima nei loro album. Un lavoro comunque che, tra brani più immediati e un netto indurimento del suono, ancora presentava retaggi dei vecchi Katatonia, con dei brani a dir poco magnifici come Sleeper, Evidence e A Premonition.

A quel punto non so bene cosa sia successo. Da questo momento in poi non sono più riuscito a riconoscerli, sono diventati semplicemente un’altra cosa. Non so se ha influito la voglia di aprirsi finalmente al grande pubblico o il progressivo allontanarsi dalla fase compositiva di Anders Nystrom (gli ultimi tre lavori praticamente li ha composti solo Jonas Renkse), fatto sta che, con il successo clamoroso di The Great Cold Distance (i Katatonia che si mettono a fare i Tool della situazione non sono proprio il massimo per me), la band è totalmente partita per la tangente, e piano piano si è assicurata una fetta di pubblico che probabilmente le varie Endtime o I am Nothing non sa neanche che cosa siano. Il successivo Night is the New Day, l’ultimo che ho avuto la forza di acquistare, è un altro lavoro di una pesantezza allucinante, salvato in corner da due grandissimi canzoni come Liberation e la stupenda Departer, dedicata da Jonas al fratello scomparso. Poi il nulla più totale, Dead End Kings si salva solo per The Racing Heart mentre The Fall of Hearts è una delle robe più noiose che abbia mai ascoltato in vita mia. In una discussione col collega di scrivania Marco Belardi concordavamo su quanto questo disco fosse tutto perfettino: grandi suoni, Renkse grande voce per carità, ma si faceva fatica a ricordare un brano che sia uno.

E arriviamo all’ultima fatica, giunta un po’ a sorpresa dopo un lungo periodo in cui i Katatonia erano stati messi in fase di ibernazione, tanto che da molti era stato messo in forte dubbio il futuro stesso della band. Chiarisco subito che questa non è una recensione: ho ascoltato con grande fatica solo tre brani e non ho voglia di continuare, non mi interessa. Per descrizioni più esaustive potete leggere qualche parere entusiastico delle miriade di webzine allineate che popolano il web, o anche quelle di Edoardo e Luca pubblicate ieri. Non me ne frega un cazzo della limpida produzione, degli arrangiamenti sofisticati, della versatilità della voce di Renkse, delle derivazioni prog eccetera eccetera. Da quel poco che ho ascoltato sinceramente non ho neanche capito dove vogliano andare a parare: in un brano sembra di ascoltare gli ultimi Ulver e in un altro sembra di stare a sentire dell’hard’n’heavy ottantiano, ma non è questo il punto. Il punto è che i Katatonia erano un’altra cosa, erano emozione pura, erano un gruppo che riusciva a “stringerti il cuore fino a farti male” (cit.), ti entravano dritti nell’anima. Non è la solita annosa questione di “evoluzione sì, evoluzione no”, perché da un certo punto di vista ammiro la band per aver sempre voluto guardare avanti senza voltarsi indietro, al contrario ad esempio dei Paradise Lost che dopo aver venduto 15 copie a testa con Host e Symbol of Life sono piano piano tornati a risuonare come agli esordi. Ma bisogna anche farlo con un minimo criterio, non pubblicando dei lavori inattaccabili nella forma ma che nella sostanza ti lasciano veramente il vuoto cosmico, lo stesso vuoto che, ne sono convinto, provino tutti coloro che ai tempi i Katatonia li hanno amati sul serio. (Michele Romani)

6 commenti

  • Applausi, Michè. Si sente il cuore nella tue parole.
    Ho tutto di loro, pure tutti gli ep. Compresa la prima stampa di For funerals to come. “Eh già, tutto passa…”, Come dice Tom Hagen a Frank Pentangeli.
    TFOH lo avevo comprato a scatola chiusa. Mi dovevo fermare prima ma… vabbè.
    Stavolta basta.

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  • Endtime è una delle cose più enormi prodotte da degli esseri umani. Concordo quasi su tutto, però a me Sanctitude è piaciuto e ci sono cascato… (18 pecore cd e dvd insieme però, onesti dai)

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  • Ripeto, una scatola bellissima ma vuota. Produzione scintillante, arrangiamenti ricercati, echi prog, poi non ti resta una nota in testa. Bleah.

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  • boh, a me Fall of Hearts rimane in testa, pure i pezzi lenti mi piacciono. Secondo me hanno cambiato troppo il loro suono ormai per fare paragoni con Tonight’s decision o Brave Murder Day, lavori legati ad epoche particolari ed irripetibili.
    Dopo anni in cui cresci, compri nuovi strumenti, impari a suonare ecc ecc ti accorgi che ripetere un disco come Brave Murder Day è come ripetere quel goal in semirovesciata che (se non sei Van Basten) ti riesce una volta nella vita.
    BMD é un disco troppo unico per suono, negatività ecc. un capolavoro che puoi scrivere a 20 anni, forse a 28, ma non a 40 e passa, quando inizi ad invecchiare.
    Per me sono invecchiati abbastanza bene, soprattutto vedendo che cazzo sono diventati i loro colleghi, tipo Tiamat o Opeth.
    L’unica critica che gli faccio è quella di avere perso un po’ il senso della sintesi e un po’ di cattiveria nel suono. L’ultimo l’ho sentito solo una volta e mi sembra troppo dispersivo.

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    • Avercene gruppi storici che fanno album del livello di quelli dei Katatonia dell’ultima decina di anni. Che dovrei dire io che ho come gruppo del cuore i Virgin Steele?

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  • Che bello trovare un articolo così “vero” e recente riguardo ai katatonia.
    Io sono nella loro fase intermedia, tra discouraged ones e the great cold distance, cercando ancora di capire quale sia il migliore.
    I dischi di prima e quelli dopo devo ancora approfondirli.

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