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Avere vent’anni: RED HOT CHILI PEPPERS – Californication

24 giugno 2019

Edoardo Giardina: Nonostante Californication sia oggettivamente l’inizio della fine, non riesco ad odiare veramente nulla dei Red Hot Chili Peppers (tranne gli ultimi due album, quelli sì). È qui che comincia ad essere tutto troppo semplice, tutto troppo commerciale e tutto troppo pop, a tratti stucchevole; eppure non riesco a volergli male. Sarà perché ho cominciato ad amarli in un periodo della mia vita in cui non ero particolarmente esigente con gli ascolti (anzi, non lo ero punto) e Around the World col suo basso distorto già mi sembrava il massimo della trasgressione musicale. Sarà perché quando ho cominciato a suonare il basso provai istantaneamente ad imparare ogni singola canzone di quest’album e quindi conosco quasi ogni suo giro a memoria. Fatto sta che l’unica canzone che ho sempre odiato e saltato quando mettevo il disco nello stereo era Porcelain. Certo, col senno di poi Californication è per l’appunto l’inizio della fine dei Red Hot Chili Peppers: peggiore di tutto quello che era venuto prima, ma comunque migliore di quello che venne dopo. Però non voletemi male se non vi scrivo che fa schifo, se posso canticchiare tutte le canzoni ancora oggi e se al termine di una traccia, nei secondi di silenzio prima che inizi quella successiva, io la anticipo già nella mia testa e comincio a canticchiarla prima che parta.

Piero Tola: Californication è come quell’amico che, dal giorno dopo che si sposa e mette su famiglia, passa dall’essere il più pazzo e scriteriato e divertentissimo figlio di troia con cui passare i venerdì sera al diventare il più noioso minchione, che parla solo di figli, tasse, problemi al lavoro e tutte queste cazzate qua che durante il tempo libero non dovrebbero nemmeno esistere. Diventa malinconico e ti rompe il cazzo con i suoi problemi quotidiani, quando tu hai già i tuoi e l’unica cosa da fare per cercare di stare, almeno per un paio d’ore, alla larga da tutte quelle questioni che tanto ti si ripresentano la mattina dopo è di stapparne altre tre o quattro e magari versare qualche shot come intermezzo.

Californication è come quando il tuo amico si ripulisce ed inizia a vestire alla moda perché vuole essere accettato socialmente dalla bella gente, quella che fa l’aperitivo e si mette il maglioncino a tracolla quando inizia a fare bel tempo, ma non si sa mai che possa rinfrescare più tardi.

Californication è quel disco che ascolti con l’amico fighetto del liceo in macchina perché con quell’album ci è andato in fissa (ovviamente) mentre vi ammazzate di cannoni e dentro l’auto c’è una cappa che manco un affumicatoio verticale (colpa dei discorsi col Carrozzi…). Però tu pensi sempre ad American Ghost Dance o Good Time Boys, e trattieni a stento la lacrimuccia. Ma in macchina ce l’ha pure la collega fuoricorso di dieci anni con la Smart regalata dal papà.

Californication è, a tutti gli effetti, la fine di uno dei suoni più acidi e funkettoni mai partoriti, in cui gli anni Settanta incontrano i primi Gang of Four e insieme decidono di metterci tutte le contaminazioni dei generi esplosi negli anni Ottanta (rap, hardcore, etc), farsi tonnellate di LSD e eroina e scrivere alcune delle più scoppiate e folli pagine del rock americano.

Californication è lo stronzo cagato in piscina che rovina la festa/grigliata con gli amici, proprio quando tutti si stanno divertendo.

Californication è merda pura mascherata da “bella musica matura e malinconica”.

Dite NO a Californication.

Postilla: è ovvio che stiamo parlando di un gruppo che era già multiplatinato dai tempi di Blood Sugar Sex Magik, che però, al netto delle varie Under the Bridge e Breaking the Girl, ha pure roba come Sir Psycho Sexy, Funky Monks e tante altre, e che a Californication gli piscia in testa ogni giorno della settimana.

Cesare Carrozzi: Ho sempre pensato a Flea, Antony Kiedis e compagnia sfigata come a dei fattoni ultramiracolati che l’hanno sfangata grazie ad una serie piuttosto spettacolare di combinazioni a loro favore come raramente ne capitano. Per carità, sicuramente c’è del talento dietro, Flea il basso lo sa suonare per davvero, Kiedis è un cantante tutto sommato passabile, Chad Smith un batterista discreto e John Frusciante non sa cazzo suonare due note manco per sbaglio, però boh?, diciamo che la chimica del gruppo funziona(va), in più di un senso possibile e quindi da parte loro l’impegno ce l’hanno messo (peraltro leggo or ora che Rolling Stone avrebbe dichiarato Frusciante uno dei tre nuovi guitar gods insieme a John Mayer e Derek Trucks. Per la puttana amici, se quella carta da culo non vende più manco mezza copia non è mica solamente colpa di internet, direi).

Comunque sono vecchio abbastanza da ricordarmi bene quella cazzo di Under the Bridge che ti trovavi ovunque, a partire dall’allora MTV e poi anche in radio, al bar, pure al negozio di strumenti musicali dove qualsiasi stronzo si adoperava con l’arpeggino all’inizio (quello e Nothing Else Matters, altra piaga d’Egitto dell’epoca), e se la contemporanea Smells Like Teen Spirits (accostabile per il vastissimo successo) se non altro aveva un gran bel tiro, Under the Bridge si sostanzia in una lagna infinita per gente a cui, appunto, piace molto la droga, i dreadlocks involontari e i cani pulciosi; il sapone, quello decisamente meno. Quindi a me sostanzialmente i Red Hot Chilli Peppers hanno sempre fatto cacare, con qualsiasi formazione (anche con Navarro, per dire) e pertanto tutta la relativa discografia, tranne Californication. Californication non è male. Non so perché, realmente non lo saprei dire. Forse perché Frusciante all’epoca era pulito, ma tanto alla fine bene o male come chitarrista quello è. Non so. Diciamo che ‘sto disco non è poi malaccio e quando uscì mi piacquero più o meno tutti i singoli che tirarono fuori, a partire da Scar Tissue. Ecco, lì Frusciante fa un lavoro discreto, se non altro. Vabbuo’, comunque a volte me lo ritrovo in palestra e riesco a reggerlo, se non altro è meglio di Radio Italia o di qualcosa tunz tunz. È il massimo complimento che posso fare a Californication, o anche ai Red Hot Chili Peppers più in generale, stramiracolati fattoni perdigiorno.

11 commenti leave one →
  1. Cure_Eclipse permalink
    24 giugno 2019 09:57

    Carrozzi wins. L’unica cosa su cui dissento è la voce di Kiedis, una delle più insopportabili della storia della musica.

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  2. vito permalink
    24 giugno 2019 10:05

    si e’ vero sono paraculi, commerciali,piacciono pure agli hipster con il maglioncino a tracolla e la sigaretta elettronica ma ragazzi dal vivo con tre strumenti e le loro facce malandrine fanno il culo a un sacco di gruppi !

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  3. El Baluba permalink
    24 giugno 2019 10:06

    Scar Tissue era un bel pezzo, ed anche il brano acustico finale mi piaceva molto, solo che con i RHCP più di tanto non sono mai andato d’accordo. Gli unici due dischi che mi piaciucchiano per intero sono il prima omonimo, dove alla chitarra non c’era ancora Slovak, e quello con Navarro, che invero faceva schifo a tanti, ma “Warped” a me piacque e non poco. Poi tanto singoloni apprezzabili, ma mai nulla che mi portasse ad approfondirli più di tanto.

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    24 giugno 2019 11:44

    mai piaciuti neanche prima del botto commerciale, da qui compreso in poi uno schifo inarrestabile se non con dosi massiccie di plasil, imodium e tappi nel deretano.

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  5. Bacc0 permalink
    24 giugno 2019 14:38

    Un cancro ai coglioni di dimensioni titaniche

    Piace a 1 persona

  6. 24 giugno 2019 14:46

    Se all’epoca si avevano, come nel mio caso, tredici anni, questo disco è stato formativo, nel bene e nel male. Appena uscito, a un compagno di classe che lo magnificava risposi schifato: “Ma ti piace il rap?”. Dopo lo ascoltai e capii che non era male. Secondo me ha persino una chicca vera, che è “This Velvet Glove”.
    In ogni caso, è stato un passaggio epocale, anche perché è stato uno degli ultimi album rock dà cui sono stati tratti quattro singoli con tanto di video, e tutt’ora mi sembra un buon disco, ben bilanciato nella tracklist e godibile fino in fondo.
    Ah, e resta anche uno dei primi ed emblematici esempi dei guasti arrecati dalla loudness war.

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  7. Melvins74 permalink
    24 giugno 2019 19:30

    Gli darei fuoco a loro e a tutta la coca che si tirano per poi fare anche dischi di merda a ripetizione…

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  8. weareblind permalink
    24 giugno 2019 21:19

    Mi fanno cagare per l’intera discografia. Costanti.

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  9. Fanta permalink
    24 giugno 2019 23:51

    Bella a buasserie, bello l’armadio, belle e cassapanche… bello, bello, bello tutto… bravo… grazie, adesso te ne poi pure anna’.

    Stavolta sto con Cesare “Drizzt e dito ar culo” Carrozzone, brutto come Lurch dopo che s’è magnato Mercoledì, Fester e mezzo vicinato. Quando vi prendono le smanie anticonformiste da sedicenni trve con megalioni di terabyte alle spalle me state sur cazzo. Californication è la canzone che sentivo in macchina con una tizia calabrese che vestiva come Morticia ma ascoltava Bob Marley. La sentivo con lei perché guardandola negli occhi sapeva contaminarmi di una stramba, suadente malinconia. Perché non diceva un cazzo di intellettualizzato a cazzo di cane come il 97% delle handicappate frigide e stupide come la merda che infestavano le vie di San Lorenzo; a cavallo tra la fine degli anni 90 e gli inizi del 2000. Non che questa fosse normale, ma almeno l’uccello lo sapeva succhiare e aveva normali orgasmi quando scopavamo in una topaia del Prenestino. Senza fasse pià da crisi di pianto solo perché l’avevi messa a pecora (già, m’è capitato anche questo e non è bello). E quella cazzo di estate c’era sempre Californication alla radio (con tutti i singoli estratti, tutti cantabilissimi) e sul mio cd masterizzato. Lo portavo in macchina con Midian (quello lo sentivo prima di raggiungerla), Last fair deal gone down e altra roba che sapevo non l’avrebbe fatta scappare dalla mia aiuto. Non è che me potevo presentà con i Devourment. Sennò era difficile scopà, voi che dite?
    Californication significa mare, culi, giovinezza, fregna e altra roba da ricordare con piacere. Pure ciavattate apparecchiate sulla plastica del cd. Famo a capisse…Cose desuete, povertà e ricchezze simboliche da ostentare con gli occhi al cielo e le mani in tasca.
    Anthony Kiedis non sa cantare e Frusciante spiccia casa pure a quello che suonava con me e che continua a credere di saper suonare. E BSSM è un’altra cosa. Grazie ar cazzo.
    Ma ora giù il cappello e deferenza rispettosa per un disco comunque epocale.

    Piace a 2 people

    • Orion permalink
      27 giugno 2019 09:01

      Fanta ti voglio bene! Californication è un disco epocale. Commerciale quanto cazzo volete ma il commerciale di questa qualità viene fuori una volta ogni morte di papa.

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  10. rinoceronte permalink
    15 novembre 2019 00:37

    Toli merda di porco!

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