NAGLFAR – Cerecloth

I Naglfar, per quanto mi riguarda, sono uno dei migliori gruppi usciti dalla cara vecchia scuola del black metal melodico svedese, e, tra alti e bassi, in 25 anni di carriera sono riusciti bene o male a rimanere sulla cresta dell’onda. Paradossalmente il problema storico (o meglio sfiga) dei Naglfar è stato quello di uscirsene nel ’95 con quell’esordio-capolavoro che rispondeva al nome di Vittra, un disco talmente bello e talmente perfetto da far pagare lo scotto del confronto a tutti i lavori successivi . Tra l’altro, cosa storicamente mai sottolineata abbastanza, Vittra è una specie di mosca bianca nella discografia della band di Umeå, essendo molto più orientato verso il metal classico rispetto alle tendenze dissectioniane dei dischi successivi, tanto che qualche temerario ai tempi del primo disco gli aveva dato l’appellativo di Iron Maiden del black metal. Come detto, già dal secondo (e bellissimo) Diabolical la proposta degli svedesi si è molto più estremizzata, fino ad arrivare all’ultimo Teras del 2012, che francamente non è proprio ‘sto disco indimenticabile.

E dopo ben otto anni di silenzio arriviamo quindi a questo nuovissimo Cerecloth, con svariate anticipazioni su Youtube a rendere meno amara ‘sta maledetta pandemia. La bellissima copertina di Necrolord lascia in qualche modo presagire quello che troveremo all’interno, e cioè tre quarti d’ora di puro black metal svedese alla vecchia maniera, senza particolari stravolgimenti nel loro suono.

Sebbene lo stile dei Naglfar oramai si conosca a menadito, in realtà rispetto al precedente Teras qualche differenza si trova: in questo disco non c’è alcuna traccia delle sporadiche concessioni al death melodico che in passato facevano capolino, trattandosi di un assalto black frontale senza soluzioni di pausa con poche concessioni alla melodia, cosa che al contrario era una peculiarità imprescindibile dei Naglfar novantiani. È questo forse l’aspetto che mi manca di più da parte loro, quella capacità di unire violenza pura alle tipiche armonie melodrammatiche che avevano fatto la fortuna di album come Vittra o Diabolical. Altra annosa questione dei Naglfar post-Sheol è il cantato: nulla contro Kristoffer Olivius, ma ho sempre trovato il suo screaming troppo lineare e monotematico, niente a che vedere con i latrati intrisi di disperazione di Jens Rydèn, da tempo oramai dedito solo ai connazionali Thyrfing.

Detto questo, Cerecloth è comunque un lavoro che si lascia ascoltare piacevolmente per tutta la sua durata, sostenuto da brani assolutamente notevoli come la title track, A Sanguine Tide Unleashed (anche se più che i Naglfar qui sembra di sentire i Setherial), Horns (dove si sente una lontana eco dei Naglfar novantiani) e Vortex of Negativity, per quanto mi riguarda la migliore del lotto. Parliamoci chiaro: non si tratta di roba da tramandare ai posteri, e per di più Cerecloth risulta a tratti fin troppo manieristico, ma di ‘sti tempi basta e avanza, considerato anche che gli svedesi oramai non devono più dimostrare più nulla a nessuno. (Michele Romani)

One comment

  • sarà che ho sempre delle aspettative molto alte (vedi discorso su vittra), ma quest’ album non mi ha lasciato letteralmente nulla. per me mezza bocciatura.

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