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Avere vent’anni: ‘Il Segno del Comando’ raccontato da Diego Banchero

26 giugno 2017

Parliamo di Genova ma non per commentare le elezioni. Parliamo del cosiddetto dark sound italiano degli anni ’90, un pugno di band orgogliosamente “nate troppo tardi”, con un’estetica e un immaginario esemplari, fatti di sceneggiati Rai esoterici in bianco e nero e copertine di tascabili sexy horror da poco prezzo. Parliamo della casa discografica, la Black Widow, anch’essa genovese, che le chiamò a raccolta. Parliamo di un sound irregolare e inclassificabile, incardinato nella gloriosa tradizione prog nazionale degli anni ’70. Parliamo di una piccola leggenda chiamata Malombra, dalle cui fila provengono i fondatori de ‘Il Segno del Comando’. Oggi Mercy non c’è più, coinvolto anima e corpo negli straordinari (almeno per quanto riguarda i primi due album) Ianva. Diego Banchero ha pubblicato un nuovo disco, “Il volto verde“, ha riportato Il Segno del Comando dal vivo e oggi, per celebrare il ventennale del debutto, racconta a Metal Skunk come tutto cominciò. (Ciccio Russo)

La prima cosa che attraversa la mia mente ascoltando l’album è una serie di immagini. Immagini di un tempo che non esiste più, ma malgrado questo è dentro di me e mi accompagna ogni giorno. Vedo immagini in cui ci sono ragazzi che seguono un’intuizione della quale, tutto sommato, conoscono poco. Investendo i loro destini su qualcosa di molto nebuloso, ma tuttavia hanno il coraggio di andare in quella direzione. Non hanno coscienza di cosa sarà del loro futuro artistico (e ovviamente non sanno neppure dove la vita li porterà), ma hanno capito di dover creare qualcosa che sia in antitesi con quanto sta avvenendo tutto attorno loro. Ragazzi che sanno aprire la porta della stanza della memoria per ripescare paure e ricordi affascinanti della propria infanzia per farne la massima ispirazione della loro proposta artistica.

Sento parole di speranza, dubbio, gioia, dolore. La fiducia contagia anche i più incerti e dà loro sicurezza di essere sulla strada giusta. Una strada che, bene o male, lascerà una piccola impronta nel mondo. Tutti sono consci di non puntare sul successo economico e neppure sul successo di visibilità. Seguono ciò in cui credono senza compromessi. Tra questi ragazzi ovviamente ci sono anch’io. Con qualche capello bianco in meno.

La mia vita da allora è stata cadenzata ora dalla composizione di un nuovo disco, ora dalla pubblicazione di un altro. Ognuno di questi lavori mi ha soprattutto lasciato qualcosa dentro. Ha rappresentato la tappa di un percorso di crescita interiore grazie al quale mi sono avvicinato sempre di più a me stesso. Ma ogni volta che riascolto questo album ritorno all’inizio del mio viaggio.

Ricordo molto bene il periodo della gestazione dell’album. Io e Mercy avevamo parlato a lungo di dar vita a Il Segno del Comando, prima che io mi allontanassi dal primo nucleo di Malombra. Anche la Black Widow aveva ragionato con noi su questo progetto e quando giunse il momento propizio, io non aspettai granché. Lessi in un giorno il romanzo di D’Agata (lo sceneggiato Rai in quei tempi era irreperibile) e scrissi il materiale portante del disco registrando le musiche con mezzi di fortuna. Portai una tape a Mercy e a tutti gli altri musicisti che avevamo pensato di coinvolgere. Il nucleo attorno al quale la formazione de Il Segno del Comando si sviluppò, era quello del mio quartetto di jazz elettrico, al quale aggiungemmo qualche altro musicista. Facemmo qualche prova (sempre incompleta) e, per sentire i testi che avrebbe scritto Mercy, fu necessario aspettare la registrazione stessa che si svolse in presa diretta in uno studio nella periferia di Genova. Il missaggio invece richiese un po’ di tempo in più perché volevamo, malgrado il budget ed i mezzi fossero limitati, dare il suono migliore possibile al disco.

La Black Widow, all’epoca, ci aveva dato carta bianca. Aveva piena fiducia e fu in ogni caso pienamente soddisfatta del risultato. La pubblicazione lasciò moltissimi appassionati di prog stupiti. Si creò da subito uno zoccolo duro di sostenitori. Probabilmente ad alcuni il progetto non piacque e da altri non fu compreso, ma per certi versi conteneva aspetti molto ostici anche all’ascoltatore medio di un certo tipo di prog. Non avremmo ad ogni modo potuto procedere diversamente. La nostra componente dark sound non era una cosa secondaria. Sarebbe stata la caratteristica portante della nostra musica anche negli anni a venire. Mi sono occupato poco di capire se ci fossero dei detrattori, ma con i sostenitori si sono creati fin da subito dei legami abbastanza forti e questo mi ha dato sempre forza ed energia per procedere nella musica. Ciò detto, io ho esclusivamente ricordi positivi rispetto questa esperienza. Le vendite sono state ottime, il disco è stato anche ristampato e resta tuttora un titolo importante nella discografia della BWR. C’è chi spende cifre ingenti per avere la prima edizione e se ne aspetta con ansia una nuova ristampa.

Quando penso a questa esperienza ho il sentore di essere partito con il piede giusto. I dubbi che allora potevo avere, sono completamente scomparsi. In particolare, penso che questo album abbia soprattutto dato coraggio a molti altri musicisti di dar vita a percorsi artistici che prima erano considerati “da evitare”. In quel periodo storico era completamente fuori moda fare scelte simili a quelle che abbiamo fatto noi, assieme a pochi altri. Siamo stati tra i gruppi che hanno dato il via alla ripresa di una scena prog che era praticamente morta e che ora invece consta di molti gruppi. Quest’ultimo sviluppo non è casuale. La crisi di tutti gli altri stili di rock ha portato questo genere a riemergere e a ritrovare ancora una dignità progettuale e discografica che in altri ambiti è completamente venuta meno. Lo stesso vale per il dark. Ai tempi il dark era appannaggio quasi esclusivo della new wave e del post punk. Al limite di una parte del metal. Noi lo abbiamo nuovamente rivisitato in chiave prog, senza compromessi né timori. Il 70% degli attuali acquirenti dei dischi de Il Segno del Comando sono metallari. Quindi il nostro discorso ha fatto maggiore presa sulla scena metal che su quella prog. Detto questo, penso che l’album sia caratterizzato da aspetti molto originali. Le atmosfere che sono alla base dell’approccio alla composizione sono riconoscibili e personali. Inoltre, il modo di suonare è molto legato all’improvvisazione che sconfina nel jazz elettrico. La ricerca lirica ha dato vita ad un modo di scrivere che tuttora è appannaggio di pochi. Alcuni di questi aspetti non sono mai stati interamente compresi, ma il fatto di avere raggiunto, comunque, il cuore di molte persone è di per sé una grossa ricompensa.

In fin dei conti, la vita è fatta di incontri e di addii. La cosa fondamentale non è riuscire a percorrere tutti la stessa strada fino in fondo ad essa, ma riuscire ad avere scambi che lascino ognuno in grado di compiere il proprio viaggio nel migliore dei modi. Scambi che permettano di crescere. Forti di quanto si è stati in grado di fare assieme nella pratica. Il Segno del Comando è stata una palestra per molti musicisti ed ognuno ha dato un contributo importante. Ogni tanto mi chiedo cosa ne sarà della musica tra 30 anni. Probabilmente avrà perso importanza al punto che ogni nostra fatica sarà stata vana. I segnali e i cambiamenti sono tutti preoccupanti e non fanno sperare in nulla di buono. Però sul ruolo che tutto questo lavoro ha rappresentato per noi stessi non ho dubbi. In certi giorni penso anche che potrei smettere di occuparmi di musica. Iniziare una nuova vita occupandomi di altro. Ma se posso permettermi il lusso di fare pensieri simili è perché, grazie ad esperienze come quelle che mi hanno portato a concretizzare questo disco, ho imparato che inseguire i propri sogni e non chiudere la porta alla curiosità, può cambiare per sempre la vita in meglio.

2 commenti leave one →
  1. 26 giugno 2017 18:54

    Disco pazzesco, purtroppo penalizzato da una produzione inadeguata, ma con una cura degli arrangiamenti e un fascino da mettere in riga tante uscite ben più blasonate. Messaggero di Pietra e La Taverna dell’Angelo mi hanno folgorato. I dischi successivi sono belli ma non hanno questo carattere secondo me.
    Piuttosto, sono io che sono pirla o il cd, ristampa o non ristampa, si trova solo a prezzi da collezionismo?

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  2. ignis permalink
    27 giugno 2017 08:33

    Grande gruppo! Un caro saluto anche a Renato “Mercy”.

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