Il vecchio amico che tutti vorremmo: OZZY OSBOURNE – Patient Number 9

Quando ero bambino e adolescente, trascorrevo gran parte dell’estate sugli Appennini, nella casa dei miei nonni. Lì vicino, percorso un sentiero che saliva verso la cima di un piccolo monte, c’era la casa di un amico contadino che lavorava i campi e, quando non lavorava, si dilettava a preparare specialità tipiche del posto, soprattutto di tipo alcolico. Il vino che faceva non era granché, in montagna non c’era una grande tradizione vinicola (parliamo di anni fa), ma sapeva preparare degli infusi straordinari. Due in particolare: uno con le bacche di alloro, detto Laurino, e uno con le foglie di Erba Luigia (Aloysia citriodora), detta Cedrina. Erano buonissimi.

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Li faceva anche mia nonna, ed erano altrettanto buoni, ma il problema è che a casa mia me ne venivano concessi solo pochi sorsi alla volta. Quando passavo dall’amico contadino, invece, lui me ne offriva sempre un bicchiere abbastanza generoso. A volte lo trovavo che tagliava un salame, altre ancora che sfornava un gnocco, insomma era un vecchio amico che potevo andare a trovare quando volevo, dove mi potevo rilassare e trovare sempre qualcosa di buono. A volte, per ricambiare, lo andavo ad aiutare nei campi; d’estate si raccoglievano soprattutto patate e, credetemi, con la zappa si fa una fatica boia.

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Questa figura di vecchio amico mi è tornata in mente ascoltando il nuovo disco di Ozzy, perché ora è proprio così che lo vedo: un caro amico da cui posso sempre andare, perché so che qualunque cosa mi sia successa, comunque io stia in quel momento, in sua compagnia mi troverò bene, potrò rilassarmi, potrò ridere e potrò trovare qualcosa che mi interesserà. Certo, Ozzy ha la sua età, non si inventa più niente di nuovo, è ben chiaro che tutto il materiale di questo album proviene dagli specialisti che lo accompagnano. Tuttavia, quello che troviamo in Patient Number 9 è molto ben fatto, il disco suona energico, la produzione è di altissimo livello, le canzoni sono meditate e varie nello stile, anche se rimangono sempre dirette e lineari nella struttura. D’altra parte, questo è quello che Ozzy ha sempre fatto e oggi ce lo ribadisce. 

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C’è da tenere presente che quando Ozzy canta è talmente enorme e nelle nostre corde che è facilissimo perdere l’oggettività ma in questi casi c’è poco da essere oggettivi: se ci sono dei brani che ti prendono, se ti tornano in mente anche mentre stai facendo delle cose difficilissime al lavoro, se ti viene da riascoltarli, allora sei di fronte a un buon album. E Patient Number 9 non è solo un buon album, è un buon album di Ozzy. Ovviamente, tutto è fatto apposta per valorizzare al massimo il suo cantato, gli si dà l’opportunità di allungare le vocali su basi ben cadenzate e di far sentire che la sua voce è sempre inconfondibile, nonostante le frequenti sovraincisioni, i riverberi, il sustain, i coretti, addirittura l’autotune che viene usato, per esempio, in Immortal e Parasite, anche se sembra più una scelta della produzione per adattare il timbro della voce al suono saturo delle chitarre che una necessità di intonazione del cantante.

In aggiunta alla sontuosa produzione, proseguono le collaborazioni con i grandi del rock. Questa volta torna l’onnipresente Zakk Wylde e ci sono Mike McReady, Jeff Beck, Eric Clapton e infine lui, Tony Iommi, per la prima volta su un disco di Ozzy. Fra l’altro, quest’estate Ozzy e Tony si erano esibiti insieme alla chiusura dei giochi del Commonwealth a Birmingham, con una medley di Iron Man e Paranoid.

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Su Patient Number 9 non si sentono più le lagne di Ordinary man, recensito da un eminente collega di redazione, che a me non era proprio piaciuto. O meglio, c’è qualche lentone anche qua, però in generale i brani hanno più energia e spirito rock’n’roll. A ben sentire, trova spazio anche qualche piccolo capolavoro, come Mr. Darkness, ideale prosecuzione di Mr. Crowley, una canzone dall’inizio arpeggiato e malinconico che prosegue a ritmo di cavalcata, per poi terminare con uno sberleffo diretto proprio al soggetto del pezzo. Ci sono anche Degradation Rules e Evil Shuffle, che ci riportano ai tempi dell’Ozzy più classico, per chiudere sulla finale e breve Darkside Blues, scritta con il produttore Andrew Watts, blues spettrale che cita in qualche modo The Wizard: sarà per quei pochi secondi di armonica e per il testo che parla di un tipo poco raccomandabile, questa volta dal suo punto di vista. Dead and Gone ha una strofa wave molto accattivante e un ritornello stiracchiato ma comunque efficace. Sono tutti brani candidati a diventare nuovi classici, per motivi diversi.

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Patient Number 9 è un album realizzato con competenza a tutti i livelli, che si rivolge a chiunque usando tutti gli strumenti necessari e, per forza di cose, non può osare più di tanto. È orecchiabile, facile da capire, ammicca sia ai vecchi che ai nuovi ascoltatori con dettagli specifici per gli uni e per gli altri, impiega musicisti famosi per incuriosire e far discutere, anche per far sognare. Comunque sia, quel che importa è che Ozzy sia tornato e ci abbia fatto trovare qualcosa di bello da ascoltare. (Stefano Mazza)

Mad man living inside of me/ he won’t let me go/ mad man who’s smiling so frightening/ turn my night in a beautiful nightmare

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