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L’attesa dell’assolo: ZAKK WYLDE – Book of Shadows II

16 giugno 2016

wyldeCountry, folk, blues, southern rock, queste le coordinate principali di Book of Shadows, nonché le anime del rock americano stesso. Coordinate del primo e del secondo libro, ma con lievi adattamenti rispetto allo ‘spirito del tempo’ e, forse, al livello di freschezza compositiva dell’autore di questo secondo capitolo delle ombre. Pur mancando, stavolta, il brano immortale (Sold my Soul), è impossibile non paragonare I e II, come è impossibile non ascoltarli in sequenza e cogliere la continuità tra i due capitoli di questa storia ventennale, pur notando quelle piccole sottigliezze stilistiche che li rendono uno il completamento dell’altro ed esperienza unica di due momenti di vita ben distinti. Più country e folk il primo, più sacrale, gospel e romantico il secondo. Ma sono finezze. L’armonica è stata sostituita da un organetto che dà al disco quel senso di composizione intima alla Springsteen o alla Vedder piuttosto che ad una fase country di Cash, ad esempio. La formazione è pressoché la stessa, con James LoMenzo e Joe Vitale, cui si affiancano altri membri dei Black Label Society. Lo spirito, pure, sembra immutato. Book of Shadows II è il piacevole ritiro dell’autore in sé stesso, a patto di essere in pace col proprio io, cosa che non è poi tanto difficile da intuire anche dal semplice ascoltatore che un po’ conosce le sorti e le vicende del cantautore.

Sembra proprio che Zakk Wylde sia in pace con sé stesso e con la sua fede (è cattolico praticante), che non abbia bisogno di tragedie personali per comporre della buona musica e che queste ombre, tutto sommato, non sono così scure. Il cuore di tutta la faccenda qui sta, ovviamente, nelle sei corde. Non essendo competente fino al punto di dirvi se Zakk abbia vissuto una qualche evoluzione tecnica del proprio stile o cosa, posso solo dirvi come la vedo io. Personalmente lo faccio rientrare in quella schiera ideale di chitarristi, come Slash o Brian May, dei quali non seguo pedissequamente le gesta ma dei quali mi stupisce sempre la semplicità (che sia poi apparente o meno lo dica qualcun altro) e l’efficacia degli assoli. Per questo motivo, con Book II mi godo la canzone per come viene, anche la ballatona romantica, nell’attesa che si arrivi al quaglio, cioè all’assolo. Senza voler fare tanto i sofisticati e i sensibili diciamo pure che Book of Shadows II è il classico disco da sottofondo, da mettere su la domenica pomeriggio quando non hai un granché da fare, mentre leggi un libro o sfogli una rivista, tabacco e caffè a portata di mano, e che ogni tanto ti fa alzare lo sguardo, interrompere quello che stai facendo e dire “eccolo: l’assolo!”. (Charles)

Ps. A questo punto, non ci resta che sperare in un Pride & Glory II. Non ci starebbe male.

2 commenti leave one →
  1. Cure_Eclipse permalink
    16 giugno 2016 14:57

    Il primo “Book of Shadows” è qualcosa di unico, i primi 6 pezzi in particolare basterebbero a tirare avanti per 30 anni vivendo di rendita. Questo è un buon disco, come dici giustamente molto adatto ad essere ascoltato in sottofondo (aspettando gli assoli, come quello di “Darkest hour” che è meraviglioso), oppure preso a piccole dosi, 3-4 pezzi alla volta. Effettivamente è dura tenere alta l’attenzione per 17 pezzi, ed il disco risulta un po’ troppo diluito. Ah, penso l’abbiate notato tutti: l’opener inizia tale e quale a “Black” dei PJ!

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  2. sergente kabukiman permalink
    19 giugno 2016 14:27

    da chitarrista che ha rubato molto dallo stile del vecchio wylde penso che il suo stile chitarristico si sia impoverito in maniera incredibile, ora suona assoli di 15 minuti che non è in grado di sostenere visto che usa sempre le stesse 2 scale e le stesse tecniche, inoltre ha perso completamente la vena blues che ha caratterizzato il suo stile fino a stronger than death e il suono ha perso moltissimo in quanto a dinamica. my2cents

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